|
INTERVISTA
A...
Luigi LUNARI
a
cura di Pasquale
Calvino
Abbiamo chiesto a Luigi
Lunari (Milano 1934), uno dei pochi grandi autori
teatrali viventi che sotto l’ involucro
della commedia brillante mostri un gustosissimo sapore satirico, corrosivo,
ironico, sarcastico :
1) Dr Lunari vuole
essere così gentile da farci conoscere un poco la Sua vita e i Suoi
interessi culturali?
Vita normalissima, medio-borghese, scandita in modo banale: laurea a
ventidue anni, matrimonio a ventisette, primo figlio tre anni dopo, dopo
altri tre il secondo, nonno a sessant’anni. In complesso, nulla da
segnalare.
Vita professionale: attento soprattutto a non avere un rapporto troppo
stretto con qualcosa o con qualcuno, in modo da potere – all’occorrenza –
andarmene sbattendo magari la porta. Cosa che mi è successo con il
giornalismo, con la politica, con l’università, con il Piccolo Teatro. E’
una condizione di indipendenza che comunque ha un suo prezzo abbastanza
pesante. Oggi, per esempio, sono un uomo libero, ma non sono nessuno.
Interessi: molti, e da sempre. Storia, politica, musica, sport, lingue,
letteratura, scienze (ovviamente a livello divulgativo)… Ah sì: anche
teatro.
2) Può elencarci le Sue commedie con una breve sinossi?
Bah, ho avuto i primi successi con le commedie per i Gufi (“Non so, non ho
visto, se c’ero dormivo” e “Non spingete, scappiamo anche noi”), ho avuto un
vero e proprio lancio internazionale nel 1994, con “Tre sull’altalena”, oggi
tradotta in ventitre lingue e correntemente rappresentata in tutto il mondo.
Opere di maggior successo: “Nel nome del Padre”, “Il senatore Fox”, “Sotto
un ponte, lungo un fiume…” Nessuna delle mie opere è simile ad altra mia:
perlomeno in superficie. Cerco di non ripetermi, di non “copiarmi”, di non
sfruttare la formula o i contenuti di un testo che abbia avuto successo.
Scrivo solo quando ho una “buona idea”, e quindi scrivo poco. Una nota
comune a molte mie opere è la presenza – serena, pacifica, quasi ilare –
della morte. Considero la morte un vero punto d’arrivo di ogni vicenda,
molto di più del “..e vissero felici e contenti”, con cui si chiude il 90
per cento della drammaturgia di tutti i tempi. La commedia che più amo tra
le mie è forse “Sogni proibiti di una fanciulla in fiore”, forse perché sta
ancora aspettando un successo.
3) Quali sono gli autori teatrali italiani che più ammira?
Suppongo che la domanda riguardi i contemporanei. Rispondo: Enzo Moscato,
che ha davvero un mondo suo e inimitabile da raccontare; Vittorio Franceschi,
che però si dedica alla scrittura con poca costanza; Alfredo Balducci e
Alessandro Bajini, vittime dell’esterofilia che si è abbattuta nel
dopoguerra su un’intera generazione di autori; Giuseppe Manfridi, che temo
però si stia perdendo per strada; Rocco d’Onghia per la coerenza della
ricerca. E naturalmente Dario Fo - malgrado il fluviale, tsunamitico
disordine della sua scrittura drammaturgica - se non altro per due
capolavori assoluti: “Mistero buffo” e “La signora è da buttare”.
4) E tra gli stranieri?
Arthur Miller (scomparso da poco), per qualità ed impegno forse il più
grande del novecento (assieme a Pirandello e a Brecht, che però supera: il
primo per un più fattivo valore in lato senso “politico”, il secondo per un
miglior recupero della “tradizione”); poi Tom Stoppard, Arnold Wesker e
Harold Pinter (più Wesker che Pinter). Ho qualche dubbio su Eric-Emmanuel
Schimitt, cui nuoce forse la facilità dei successi; e molti dubbi su Alan
Ayckburn, per le stessa ragioni moltiplicate per dieci. Nutro una decisa
indifferenza per il teatro di Neil Simon, del quale peraltro invidio
cordialmente i diritti d’autore. E odio decisamente le farse di Ray Cooney
(anche qui sempre invidiandone i redditi), pur ammettendo che il mio odio
non va a lui (che ovviamente fa quel che sa e vuole fare) ma soprattutto al
teatro italiano che gli dà tanto spazio. Diffido profondamente del teatro di
David Mahmet, dove mi sono arrestato di fronte a questa sua battuta-sentenza
che mi ha fatto sentire intellettualmente inadeguato: “In treno tutti gli
scompartimenti hanno un certo odore di merda”. Poi ci sono gli autori che
non capisco, come ad esempio Botho Strass. Come si vede, quasi tutti autori
anglosassoni, poche essendo le informazioni sul resto. Anch’io evidentemente
pago “l’imperialismo culturale” anglo-americano, peraltro a tutt’oggi
inevitabile.
5) Perché attualmente sembra che si dia minore importanza al testo
teatrale letterario?
Se si intende una minore importanza relativamente alla narrativa e alla
saggistica, direi che è sempre stato così. Ragioni radicate nel passato, e
complicate da spiegare: di fatto, non c’è che da constatare che il lettore
non ama la disposizione grafica del dialogo. Cito spesso come esempio una
pagina dei Promessi Sposi, per la quale basterebbe modificare graficamente
la disposizione della parole per farne una vivacissima pagina teatrale: che
però il pubblico non preferirebbe, Eccola:
PERPETUA - Misericordia!, cos’ha, signor padrone?
DON ABBONDIO (lasciandosi andare tutto ansante sul suo seggiolone) - Niente,
niente.
PERPETUA - Come, niente? La vuol dare ad intendere a me? così brutto com’é?
Qualche gran caso è avvenuto.
DON ABBONDIO - Oh, per amor dei cielo! Quando dico niente, o è niente, o è
cosa che non posso dire.
PERPETUA - Che non può dire neppure a me? Chi si prenderà cura della sua
salute? Chi le darà un parere?...
DON ABBONDIO - Ohimè! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere
del mio vino.
PERPETUA (empiendo il bicchiere, e tenendolo poi in mano, come se non
volesse darlo che in premio della confidenza che si faceva tanto aspettare)
- E lei mi vorrà sostenere che non ha niente!...
Ecc. Ecc.
6) Di cosa si sta occupando?
Come uomo, dei miei nipotini. Come scrittore, di un tema che mi affascina da
molti anni, ma per il quale non ho trovato una forma (drammaturgica o
narrativa che sia) del tutto rispondente. Il tema è l’ateismo. Trovo urgente
divulgare l’idea che Dio non esiste, che è l’uomo che lo ha creato a propria
immagine e somiglianza, e che quando Benedetto XVI e Osama Bin Laden dicono
di agire in suo nome e per suo indiscutibile e imperscrutabile ordine,
dicono delle pericolose sciocchezze. Punto e a capo. A questo proposito,
tengo a definirmi ateo ma molto religioso. L’eventuale spiegazione del
tutto, a un’altra intervista.
7) Cosa potrebbe consigliare a una persona che volesse scrivere un
copione teatrale?
Di leggere, informarsi, studiare. Tra i giovani drammaturghi noto sempre (o
quasi sempre: non voglio generalizzare!) una grande, sesquipedale,
megagalattica ignoranza! E’ spesso evidente che non hanno letto un czz! Non
hanno letto i classici greci, le laudi medievali, la commedia del
Rinascimento, del Siglo de Oro, degli elisabettiani, del secolo di Re Sole e
di Molière-Corneille-Racine, del romanticismo tedesco, del settecento e
ottocento borghese, di Cechov e Brecht, del teatro dell’assurdo, eccetera
eccetera. Io ho letto tutto quello che il tempo mi rendeva possibile: e
saprei scrivere una scena à la manière de Goldoni, Shakespeare, Cechov,
Ionesco… Non vedo i giovani drammaturghi su questa strada. Quindi, il
consiglio è anzitutto quello di “imparare il passato”. Poi… direi che non
c’è bisogno d’altri consigli. Un’idea deve calarsi in una forma
drammaturgica per la quale il passato è ricchissimo di consigli e di
indicazioni. Come si comincia un atto? Come si colloca una battuta? Come si
introduce un personaggio? Come si conclude una scena? Se uno conosce il
passato, vi trova mille suggerimenti per risolvere un qualsiasi problema
strutturale, contenutistico, di linguaggio e via dicendo. Se poi ha qualcosa
di veramente nuovo da dire (sul piano tecnico o altro), la conoscenza del
passato gli sarà di utile piedistallo per innovare, inventare, creare
qualcosa di altrettanto nuovo.,
8) Se si potesse tornare indietro rifarebbe tutto ciò che ha fatto?
Tutto sommato (sottolineo: tutto sommato), direi di sì. Non perché io non
abbia fatto errori e perchè non mi piacerebbe aver colto altre occasioni, ma
perché penso che ognuno fa la vita che sceglie di fare. Per esempio: mi
piacerebbe aver coltivato di più i rapporti politici e mondani: aver
frequentato segreterie e salotti, essere anch’io come altri che oggi sono
mediaticamente “in” (e che magari non mi valgono)… Ma poi penso queste cure
mi avrebbero distratto da una certa mia linea di condotta che ho perseguito
con totale coerenza e incorruttibilità. Pagando naturalmente un alto prezzo
in termini di successo mondano, di peso mediatico-politico, di fortuna
economica, e via dicendo. Inutile dunque porsi problemi: ho fatto quel che
ho voluto, quello che era nelle mie corde e nelle mie ambizioni, dato che
anch’io – come tutti – sono stato creato a mia immagine e somiglianza.
9) Si parla spesso della Sua stupenda produzione di
testi e del Suo particolare carattere; Le piacerebbe avere un diverso
carattere?
Grazie per la “stupenda produzione”. Comunque, credo di aver già risposto a
questa domanda nella risposta alla domanda precedente.
Ulteriori informazioni su Luigi Lunari sui motori di ricerca
(Google…) o scrivendo a
pasquale.calvino@email.it
|