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INTERVISTA A...

 

Antonio MAGLIULO
a cura di Pasquale Calvino Giordano

Per il sito teatrale www.gttempo.it intervistiamo il prof. Antonio Magliulo, autore di notevole interesse e apprezzato regista teatrale nonché libero docente di Storia del Teatro all’Unitre di Napoli.
Ricordiamo tra i suoi libri: Corso di Teatro-Rocco Curto Editore- e Invito a teatro -Liguori Editore, che non dovrebbero mancare tra i libri di studio dei giovani interessati e dei teatranti tutti. Per altre notizie su questa esemplare figura di scrittore, teatrofilo, insegnante, pedagogo… rimandiamo ai siti: www.gttempo.it sezione autori e www.antoniomagliulo.altervista.org  

1- Lei ha definito il teatro di Eduardo “insuperabile”. Per quali motivi?

Ho definito Eduardo così perché ha rivitalizzato la maschera di Pulcinella, attribuendole le sembianze dell’uomo comune, l'ha privata del suo connotato arcaico, cioè il camuffamento, per restituirla alla verità del volto nudo, carnale e sofferto.
Eduardo è riuscito a coniugare, in una difficile e straordinaria sintesi, alcuni motivi della filosofia pirandelliana (inquietudine ed
incomunicabilità) con le tematiche della propria drammaturgia (illusioni, ingiustizie, valori perduti). Naturalmente, lo ha fatto a modo suo e cioè in forma umoristica, per ricordarci che la comicità è l'altra faccia del dramma.
Pirandello scompone la realtà, rende universale il problema della parola, elevandolo a filosofia, ma rimane però in ambito teorico ed un po' astratto.
Anche Eduardo si sofferma sull'incomunicabilità e sulle disillusioni umane, ma le rappresenta concretamente, in un personaggio preciso e nel disagio che lo contraddistingue. L'autore partenopeo ambienta le sue storie al Sud, ma non allude mai alla cosiddetta "napoletanità", sfruttando così dei facili cliché, per altro abusati e discutibili.
I suoi personaggi sono sempre vivi, palpitanti, "complessi" e rappresentano istanze comuni a tutto il genere umano.
Eduardo è un artista completo perché ha saputo compendiare doti di autore, attore e regista ed ha impresso al teatro una svolta verso il realismo sociale, adeguandolo alla nuova realtà del XXI secolo.
Secondo lui gli attori non devono recitare, ma identificarsi totalmente nella parte, in modo da apparire spontanei, naturali e
convincenti.
L'autore ha compreso il dramma del proprio secolo, lo ha denunciato con forza, ma ha preferito usare un linguaggio lineare, di agevole lettura, ma non per questo meno efficace, pregnante e universale.
Il valore di un artista non consiste soltanto nell'invenzione di nuove forme espressive, quanto nella capacità di dire cose vere,
"profetiche" e farsi comprendere da tutti.

2- Ritiene che Eduardo abbia imitato Pirandello?

Ne ha subito sicuramente il carisma. D’altra parte, come poteva sottrarsi all’ascendente di un grande intellettuale, conosciuto e frequentato per diverso tempo! Come ho detto, Eduardo ha ripreso taluni concetti pirandelliani, ma li ha calati nella realtà effettuale, li ha utilizzati cioè per descrivere determinati comportamenti umani.
Ad esempio, in opere come: Natale in casa Cupiello e Le voci di dentro, l’artista partenopeo tratta proprio il tema
dell’incomunicabilità, tanto caro al collega siciliano.
Eduardo mette in scena i sentimenti, si duole per i difetti umani e (seppur tacitamente) vorrebbe spronare la società a recuperare i valori fondamentali della vita: solidarietà, giustizia, coerenza, etc.
Pirandello invece coglie le contraddizioni della società e le descrive con efficacia e corrosività, ma poi si ferma lì; non cerca una soluzione od un riscatto; non si pone l'obiettivo di un cambiamento, vede la negazione della ragione e del buon senso ed anticipa, nelle sue opere, le stesse situazioni che in seguito Beckett e Ionesco porteranno alle estreme conseguenze.

3- Cosa pensa della nuova drammaturgia napoletana (Ruccello, Moscato, Santanelli…)?

Si tratta di autori validi, molto creativi, le cui opere sono riuscite a valicare i confini regionali, per assumere una dimensione nazionale, grazie alla qualità di interpretare i tempi. Gli argomenti delle commedie, infatti, sono tutti di una certa attualità.
L’innovazione introdotta da Ruccello, Moscato e Santanelli riguarda prevalentemente le trasformazioni culturali, artistiche, politiche e sociali verificatesi negli anni ‘60 e ’70.
Tali trasformazioni hanno orientato sicuramente i contenuti della nuova drammaturgia, attestandola sul versante dell' impegno sociale e civile.
D'altra parte, era impensabile che dopo il movimento sessantottino, la liberazione femminile e la rivoluzione del costume, il teatro napoletano rimanesse uguale a se stesso, senza subire un cambiamento nei contenuti e nel linguaggio.

4- Le piace il teatro di Samy Fayad e perché?

E' un autore conosciuto, stimato, che predilige il genere comico-brillante. Fayad ha ottenuto sinora buoni riscontri da parte del pubblico, ma forse non da parte della critica, almeno non quelli che avrebbe meritato.
Viene ritenuto un valido autore della commedia d’intreccio ed ha un'indubbia vena creativa, specialmente per le storie d'atmosfera meridionale.

5- Luci ed eventuali ombre dei copioni teatrali di Vincenzo Salemme ?

E' l' artista campano più celebrato del momento, gode di grande popolarità, non solo grazie al teatro, ma anche grazie a diverse trasmissioni televisive ed ad una serie di film d'evasione.
Come autore, ha scritto delle commedie discrete, per la verità, un po' lontane dai miei gusti.
Fra tutte comunque preferisco: E fuori nevica, un'opera che fa sorridere ma pure riflettere.
Come attore, è naturale, spontaneo e convincente. Ha grande padronanza del palcoscenico e si circonda di bravi interpreti: Casagrande, Buccirosso, Paone, etc.

6- Lei ha affermato di scrivere commedie in cui tutti sono protagonisti... ciò da una parte è sicuramente un pregio, dall’ altra potrebbe creare problemi perché, per fare ciò, bisognerebbe avere attori tutti di ottimo livello, cosa, in genere, non facile. Come risolve il problema nelle Sue regie?

Rendere tutti protagonisti è facile, basta scrivere una commedia e non un monologo!
Oggi vanno di moda i recital, in cui un attore si presenta da solo in palcoscenico e ci resta due ore! Per quanto bravo, rischia di stancare!
Io non credo che a teatro debba esibirsi solo il mattatore, l'asso pigliatutto e gli altri attori debbano fare da tappezzeria.
Pur col rispetto dovuto a coloro che reggono la scena da soli, io non amo i recital. Credo invece nel "teatro d'insieme" e perciò ho imparato a scrivere un ruolo "dignitoso" per ciascun personaggio, sicché nei miei spettacoli nessun attore fa la comparsa, ma può interagire con i compagni e sentirsi gratificato.
Recitare è un'azione corale ed è piacevole vedere sulla scena tante situazioni e tanti personaggi.
E' evidente che in casi del genere il regista deve lavorare di più per ridurre il divario fra un interprete e l'altro, ma posso
assicurarle che il gioco vale la candela e il risultato finale, sia scenico che umano, è davvero esaltante.

7- Lei ha curato la regia di testi di Eduardo, Pirandello, Ionesco, Beckett, Shakespeare ....Come si è posto e si pone il problema “fedeltà al testo letterario”?- Ritiene che bisogna essere sempre fedeli al testo?

Credo anche nel teatro d'autore. Naturalmente, prima di me, ci han creduto i grandi: Shakespeare, Moliere, Goldoni, etc, perciò ritengo che si debba essere sempre fedeli al testo; diversamente si tradisce
l'idea di chi ha creato l'opera.
Il merito principale di un successo deve andare all'autore, perché senza la sua idea non vi sarebbe alcuna messinscena e, di conseguenza, alcun successo!
Ecco perché disapprovo che alcuni artisti si divertano a stravolgere e "seviziare" i testi altrui, sostenendo che il vero autore è chi monta lo spettacolo, cioè il regista.
Mi sembra una forma di presunzione inammissibile, perché il regista ha un compito importante, quello di trasporre il testo e ottimizzatore l'opera, ma non può arrogarsi meriti che non ha.

8- Lei ha realizzato cose molte belle come regista, autore teatrale e scrittore di narrativa…
Cos’ altro vorrebbe realizzare nel suo futuro?

Mi piacerebbe realizzare un film. Ho scritto tre commedie che, a mio avviso, si presterebbero a diventare dei lungometraggi.
Naturalmente, sarei contento pure che fosse un regista cinematografico a girare il film. Ne abbiamo tanti in Italia e alcuni sono molto capaci. Io non potrei mai competere con loro, conosco un po' di sintassi cinematografica, ma non ho grande esperienza con la macchina da presa e con i trucchi propri del mestiere.

9- Le potrebbe interessare scrivere a quattro mani?

Perché no! Se si stabilisse la giusta empatia col co-autore, potremmo pure tentare di scrivere una commedia o un soggetto insieme.

10- Perché preferisce il “genere comico” ?

Per due motivi: il primo, amo molto ridere e penso pure che divertire sia una un atto di altruismo, una sorta di missione.
Petito, Scarpetta, Eduardo, Peppino, Totò, etc dovrebbero far parte di un albo speciale, quello degli artisti benefattori dell'umanità!
Il secondo motivo è che gli attori della mia compagnia sanno far meglio i comici e pertanto "snobbano" un po' i testi più impegnati, ma a me piacerebbe portare sulla scena anche quelli, cosa che ho fatto in passato con i copioni scritti da me, ottenendo per altro delle belle soddisfazioni.

11- Quali sono i Suoi lavori a cui maggiormente tiene e perché?

Tengo a tutti i lavori, sono il frutto di un notevole impegno e li considero figli miei. E i figli, come insegna Eduardo, sono tutti uguali!

12- Cosa consiglierebbe a un giovane scrittore di teatro?

Di leggere tanto, di andare a teatro, formarsi prima un'idea della drammaturgia esistente e poi cominciare a creare di proprio pugno, possibilmente senza imitare nessuno.
Bisogna guardarsi intorno e stare attenti alle cose che capitano e registrarle in un taccuino. Il mondo è una miniera inesauribile di idee. Bisogna imparare ad osservarlo.
A volte ci sono persone che avrebbero tanto da dire, ma non scrivono perché si bloccano dinanzi al foglio bianco. Io sono convinto che un foglio vuoto è fatto apposta per essere "imbrattato".
La prima e la seconda volta si prova poi, se non si è contenti, si cestina tutto, ma la terza volta va meglio e da quel momento non si smette più. Scrivere è come una droga, la più inebriante e salutare che ci sia!

13- E cosa consiglia ai giovani che vogliono diventare attori di professione ?

Di tentare l'impresa, ma avendo chiare le difficoltà che la scelta comporta. Meglio se chi decide di dedicarsi al teatro ha anche un lavoretto indipendente o un gruzzoletto da parte, che gli assicurino la sopravvivenza nei momenti di magra. A differenza del cinema, il teatro ha tempi lunghi prima di elargire notorietà e successo. Inoltre, è molto più povero del cinema. Difficile trovare un attore di prosa che si sia arricchito. Ricordo, a tal proposito, che Salvo Randone, uno degli artisti più grandi che siano mai esistiti, è morto nell'indigenza!
Per quanto riguarda il tirocinio, non c’è bisogno di conseguire necessariamente il "pezzo di carta"; si può fare anche senza, a patto di "mangiare pane e teatro" per un congruo periodo di tempo. Tanti hanno cominciato così. Eduardo, Pupella, Peppino e Totò non hanno frequentato alcuna scuola, ma sono diventati ugualmente dei grandi interpreti, fra i più apprezzati nella storia dello spettacolo. A volte, le doti naturali e la pratica valgono più della teoria. Con ciò non voglio dire che le scuole teatrali siano inutili. I tempi sono cambiati e le scuole sono diventate necessarie, specialmente quelle che offrono una preparazione adeguata e completa. Oggi, un attore che si rispetti, oltre a recitare, deve saper cantare, ballare, saltare, tirare di scherma, etc.

14- Come si rapporta con il concetto di “ tradizione e quello di rinnovamento teatrale” ?

Con il buon senso. Si può innovare senza ripudiare o stravolgere; oppure, si può innovare abiurando in tutto e per tutto il passato. Quest'ultima sembra una scelta ricorrente presso le nuove generazioni di teatranti. Ma con quali risultati? Diciamo la verità: quanta gente segue le avanguardie, quante persone acquistano il biglietto per andare a vedere uno "spettacolo d'essai ", ovvero un puro esperimento?
Poca, molto poca! Naturalmente, in ogni campo, compreso quello teatrale, dev'esserci qualcuno che studi nuove formule e sperimenti linguaggi alternativi, qualcuno insomma che faccia l'avanguardia.
Quelle dell'avanguardia artistica sono realtà importanti, che meritano rispetto, perché non sono mosse da interessi venali e possono fornire preziose indicazioni sui gusti e le tendenze future. E' sbagliato però che, in certi casi, le avanguardie trattino con sussiego il teatro tradizionale, giudicandolo una forma artistica infima e deteriore. E' un atto di snobismo intellettuale
inaccettabile e persino puerile.

15- Lei è considerato da molti l’erede artistico di Scarpetta…ma Scarpetta prendeva quasi sempre spunto da Feydeau, Labiche, Hennequin, Bisson… chi o cosa determina l’ input per le Sue comicissime commedie?

Sembrerò presuntuoso, ma voglio dirlo subito: io, quando scrivo, non prendo spunto da nessuno. Sono partito - è vero - da ambientazioni e atmosfere scarpettiane, che trovo "ariose" e particolarmente adatte al gusto partenopeo, ma i miei testi sono frutto di idee personali, originali e inedite.
Un'analogia col maestro del buonumore può ritrovarsi nella scelta di "riprendere" a volte la divertente maschera di Tartaglia (o Raganelli) e di inserire una figura fissa nei miei testi, una figura che mi accompagna da quando ho cominciato a scrivere: "Carluccio", una sorta di maschera dei nostri tempi, un personaggio a metà fra Sciosciammocca e Pulcinella.
Comunque, nel creare le mie opere, sia comiche che impegnate, prendo spunto dalla vita di tutti i giorni. Come ho detto, la realtà quotidiana è una miniera inesauribile di idee.
Ad esempio, una volta, in una trasmissione televisiva, vidi una coppia di sposi prossima al divorzio, perché lui era un fanatico del lotto e stava portando la famiglia alla rovina.
Così, mi venne in mente di scrivere "Una visita di riguardo", una commedia comica in tre atti, dove c'è una signora che si esprime esclusivamente coi numeri, secondo la cabala, e pur di giocare al lotto, si vende tutto, persino la casa!

16- Quali sono gli autori teatrali, oltre i citati, che Lei più stima?

Oltre a Petito, Scarpetta, Eduardo e Pirandello, amo Plauto, Shakespeare, Moliere e Goldoni.

17- Perché ha chiamato il Suo gruppo teatrale “ Maschere Nude”, omaggiando Pirandello e non Eduardo o Scarpetta, ai quali, forse, è più vicino?

Il fatto è che a battezzare così il mio gruppo teatrale non sono stato io, ma alcuni attori esordienti, grandi appassionati di Pirandello, che mi ingaggiarono come loro regista.
Era il 1978 quando nacquero le Maschere Nude, gruppo formato da giovani liceali molto in gamba: Amedeo Villani, Paolo Sommaiolo, Elvira Montearchio, Aldo, Angela ed Imma Villa, etc.
Nel tempo la compagnia ha subito dei rimaneggiamenti. Si sono succeduti vari attori di talento: Ciro Zangaro, Enzo Morra, Amalia Mennillo, Ornella De Maria e Manuela d'Andrea, sino ad arrivare all'attuale gruppo, formato da Fulvia Oliva, una splendida artista, Umberto del Cuoco, Renato Paternesi, Antonio Bessarione e Roberta Grasso, tutti elementi
di grande valore.
Preziosi pure i contributi dei più giovani: Elisa Prisco, Monica Telesca, Alessandro Paternesi, Gianluca Notariale e Daniela
Calabrese, che recitano in modo spontaneo e credibile.

18- Ritiene che il teatro possa avere una funzione pedagogica, terapeutica…?

Senza alcun dubbio. Ho definito il teatro: una forma di terapia dell'esistenza. Non è una frase retorica o ad effetto, ma il risultato di tantissimi anni di esperienza, durante i quali ho visto persone in difficoltà accostarsi alle scene e rigenerarsi, ritrovare la voglia di vivere!
Prima di entrare in compagnia erano demotivate, annoiate, depresse, e poi, giorno dopo giorno, hanno ritrovato il sorriso.
Il teatro aiuta concretamente a superare la timidezza e a liberarsi di certi impacci temperamentali. Tanti sono i giovani studenti che, grazie alla recitazione, hanno vinto la paura degli esami.
Naturalmente, la funzione primaria del teatro è quella culturale ed artistica, ma quella terapeutica non è da sottovalutare. Penso che il teatro, come altre forme d'arte, sia più efficace degli psicofarmaci.

19- Ho visto un suo spettacolo molto interessante e divertente :” Tutto esaurito, successo assicurato” e vorrei sapere: “Come considera le scenografie nulle o essenziali e quelle molto realistiche?”

Le scenografie sono la parte visiva e spettacolare di una commedia e pertanto sono importantissime. Mi piacciono tutte, barocche o attuali che siano; apprezzo pure quelle minimaliste, a patto che non siano ridotte all'osso, privando totalmente lo spettatore degli elementi scenici vitali per l'ambientazione della vicenda.
Lo spettacolo a cui Lei allude: Tutto esaurito, successo assicurato è una storia di teatro nel teatro e l'azione dei primi due atti si svolge su un palcoscenico spoglio.
Nel terzo atto invece appare uno scenario adatto alla bisogna e, grazie anche alla presenza dei costumi, tutto diventa più colorato, vivace e "accattivante".
Se dovessi dire quale "ingrediente" trovo più importante fra recitazione e scenografia, opterei senz'altro per la prima, perché la scena, volendo, si può pure immaginare, ma un attore che non sa recitare mortifica, se non uccide addirittura, lo spettacolo.

20- Vuole parlarci della Sua biografia e/o aggiungere qualcos’ altro per chiarire ancora meglio la Sua personalità di artista e teatrante?

La mia biografia è reperibile nei libri e sulla "rete". Quel che mi preme aggiungere a quanto è già stato scritto su di me è che mi ritengo un uomo fortunato. Sono nato, è vero, in una famiglia di modeste condizioni economiche, ma i miei genitori avevano una dote importante: l'onestà. E me l'hanno trasmessa. Mi hanno insegnato pure il gusto per l'arte ed i valori fondamentali della vita, fra cui il rispetto per gli altri. Ed io ho imparato a vivere con questi valori, muovendomi in punta di piedi per non disturbare il prossimo.
Forse, questa, è una forma di educazione sbagliata o almeno non troppo pratica. In un mondo - e non mi riferisco solamente a Napoli - dove bisogna spingere e sgomitare per farsi strada, le doti che ho citato sembrano anacronistiche, diciamo pure "risibili".
Ma a me sta bene così e, se potessi tornare indietro, farei esattamente ciò che ho fatto, senza cambiare una virgola e senza scendere a patti con nessuno.
Risposerei la donna che mi sta accanto, una donna sensibile e intelligente, alla quale devo tutto, una donna che mi ha dato due figli, ragazzi premurosi e con la testa sulle spalle.
Naturalmente, anch'io ho delle insoddisfazioni. A volte mi lamento perché non ho la notorietà e gli agi di altri colleghi più bravi o più fortunati di me. Ma poi mi guardo intorno, vedo che il mondo è ben più vasto del mio "orticello" ed ha tante contraddizioni, tante sofferenze; così le mie aspirazioni finiscono col perdere importanza. E mi accontento di quello che ho.

Penso che queste risposte contribuiscano a chiarire molto bene una personalità di spicco nel teatro napoletano degli ultimi decenni e pertanto ringrazio il professor Antonio Magliulo per avermi voluto gentilmente concedere questa intervista.

Pasquale Calvino
pasquale.calvino@email.it



 

 ultimo aggiornamento 29/03/2010

 

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