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LA CENA DEI CRETINI
di F.Veber

APPUNTI DI VIAGGIO TEATRALGASTRONOMICI
Aneddoti, curiosità, buoni piatti o semplicemente cose da ricordare delle nostre trasferte

 

Bovisio Masciago - 25 maggio 2018
Ultima di stagione in un teatro che per la prima volta ospiterà un nostro lavoro, e per non bruciare le tappe, si va in scena con la Cena.
Affidiamo l’organizzazione tecnica a Mattia, ormai un veterano, supplente del quasi novello sposo che finalmente, dopo tanto dire, supporre, ipotizzare e finalmente agire, domani convolerà.
Sotto un sole estivo, dribblando il traffico del venerdì sera giocando d’anticipo sulla partenza, bruciamo il vantaggio in una rilassata attesa sul sagrato che chiesa e teatro, amor sacro e amor profano, pacatamente condividono.
Con la pazienza ad un passo dal limite, veniamo scortati al retro del teatro dove, come fosse una utilitaria, Mattia incunea il furgone nel millimetrico spazio a nostra disposizione.
Montare è facile, agevolati da un palco ben nutrito di spazi e servizi (motorizzati scopriremo poi). Accompagnati dalla leggera simpatia di chi, sorpresa, ha calcato recentemente anche il nostro palcoscenico e ora ci offre il suo.
Maniacale il puntamento luci, ma ce lo possiamo permettere.
Cena a chilometro zero nella appiccicata festa dello sport che ci accompagnerà con suoni e lazzi per l’intera serata, spettacolo compreso. Apprezziamo, oltre all’annullata distanza, il doppio giro di panini W&C e/o salamella, che divoriamo in un amen lasciando mai così tanto tempo a chiacchiere e risate. Nel mentre ci raggiungono gli ultimi attori e i tecnici di altre avventure oggi in veste, presto macchiata di vino, di amici spettatori.
Mentre fuori imperversano danza e calcio, condividendo camerini e ansie con le future ballerine della Brianza, vestiamo i panni di scena, quest’anno per l’ultima volta. Ci aspettiamo 80 abbonati più una manciata di curiosi e amici che preferiranno le calde poltrone di velluto ad un fresco gelato a mitigare il caldo di un primo accenno d’estate.
Il rumore che sale dalla sala ci informa con il suono (la vista all’apertura del sipario) che gli exit poll anche questa volta non ci hanno preso, riuscendo, spettatore più spettatore meno, a doppiare con i paganti il numero dei tesserati.
Nessuno ci annuncia. E piombiamo in scena quasi per caso spostando come mai chili di pesante drappeggio.
Come riassumere quanto andato in scena? Diciamo che chi ha assistito per la prima volta allo spettacolo ha apprezzato tutto per ritmo, scioltezza, freschezza, precisione. Chi ha avuto il piacere, in alcuni casi il dovere, in altri la perseveranza di avere visto più repliche, ha apprezzato tutto per le esilaranti novità che lo spettacolo ha voluto regalare loro, involontario premio a tanta fedeltà. Su tutti la spensierata leggiadria del cretino nel dimenticarsi il nome germanico che risolverà solo chiedendolo al padrone di casa come fosse il naturale evolversi del copione francese.
Ci nutriamo con le numerosi interruzioni di applausi e risate durante la messa in scena.
Ci gustiamo più di sempre l’interminabile applauso finale.
Coloriamo di dramma il saluto al pubblico con un ricordo al tecnico che fu, che tutti immaginano trapassato facendo calare la sala in un pietoso pallido silenzio. Per riesplodere e riprendere colore quando si scopre, colpo di teatro, che defunta è solo la vita da single.
Con una mano spilliamo le ultime birre della festa attigua mentre con l’altra riponiamo la scenografia nel furgone, con tante braccia che rendono tutto veloce e facile.
Si torna a casa, nel caldo della sera, a fantasticare sullo spettacolo che metteremo in scena il giorno dopo, quando si aprirà il sipario sulla nuova vita di Meme.
Noi, invece, ci vediamo a settembre.

Somma Lombardo - 21 aprile 2018
Primavera. Forse estate. Tanto è il caldo e il sole e l’azzurro senza nuvole del cielo. Che costringe, per la prima volta, evviva, a maniche corte senza compromessi.
L’autista è nuovo. Improvvisato. Ma la guida è sicura. E navigata. Quasi che fosse lui, non solo in modo figurato, a muovere i container del trasportatore per cui lavora tra una replica e l’altra. E’ il risultato di una organizzazione che ha sfiorato per complessità e intrecci, la formazione del nuovo governo. Ma noi, giusto un paio di consultazioni informali e ce l’abbiamo fatta.
Per dimenticare, tutto non si può pretendere, il lettore cd abbandonato in un angolo di uno dei tre (quale?) box che ospitano le carrozzerie dei nostri spettacoli.
Ci salva il pc degli sposi, in tour a consegnare inviti nella terra dello spettacolo, che ci raggiunge quando i giochi sono quasi fatti per togliere, con la tecnologia appunto, gli ultimi spasmi di incertezza.
Ad accoglierci il buio di una sala che non riesce a nascondere i divanetti disco bar anni 80 che, forse per rendere l’atmosfera più famigliare ma sicuramente meno comoda, hanno sostituito le tradizionali poltrone.
Nell’aria la strana melodia di una soprano incaricato di aprire la serata che proverà a scaldare la voce, non ci riuscirà con i cuori. Un requiem, per ricordare chi per tanti anni ha amato e gestito questo locale e da qualche giorno non c’è più. Un requiem, che creerà un muro di lacrime e tristezza che il nostro spettacolo dovrà avere la sfacciataggine di abbattere.
E così si scarica. Si monta. Si prova. In musica. Prima a cappella poi con la pianista che, mentre moglie e dottore cercano la concentrazione a recuperare le prove saltate, mostra le sue grazie all’incredulo Jean, che lascia occhi e speranze sul lato più rotondo della musicista.
Messa in sicurezza la scenografia ormeggiata alle strutture portanti di luci e fari, scappiamo dalla monotonia di un brano che non finisce per cercare il silenzio nella vicinissima pizzeria, senza soluzione di continuità con il Cinema Teatro Italia, che, notiamo uscendo, ostenta ancora gli sfarzi del passato, nella Toeletta per gentil Signori e Signore, e nell’annuncio dello spettacolo con le lettere cubitali che si compongono su sfondo luminoso come vuole il cinema anni 50.
Ci accolgono la velocità e la simpatia della cameriera. E la dubbia qualità di una arrabbiata fuori menù, più dolce che piccante, e pizze… nella norma. Ma tutto sommato, straziando altri sensi, si da tregua all’udito.
Limitiamo l’uso dell’improvvisato sipario alle strette necessità, organizziamo gli ultimi dettagli, finalmente organi del soprano requiem, e, pigramente, il tempo c’è, ci prepariamo. All’appello manca ancora Cheval, prestato ad aperitivi più letterari che alcoolici, che ci raggiunge in zona San Genesio.
Il requiem, ufficiale questa volta, eseguito in posizione yoga, rompe gli indugi della serata, soffiato su una sala quasi piena, almeno nella parte bassa.
Ci prendiamo il tempo necessario per far depositare le tristi note al suolo, e facciamo contrasto con le risate del nostro spettacolo. Bello. Qualche battuta nascosta al pubblico, senza compromettere il degno rispolvero di un testo fermo da un paio di mesi. Un debutto nel mezzo. Omaggio ad un pubblico generoso di applausi e di risate. Che ha apprezzato tutto. E ce lo ha raccontato nei commenti, tanti, lasciati all’uscita.
Nota di cronaca la fontana di Cheval che scopre la moglie tra le braccia di Menaux spruzzando tutto il suo disappunto intriso di saliva e frittata, sulle funeree vesti di soprano e orchestrale, addivanati in prima fila. Divertiti prima. Inzaccherati poi. Passeranno il resto dell’atto a riportare gli abiti all’antico splendore. Non è dato di sapere se fu frutto del caso o mirata vendetta.
Si smonta a memoria. E sul sagrato del teatro consumiamo l’ultimo atto della serata festeggiando il compleanno di Pignon, annaffiato da crostata e Champagne.
Auguri Daniele

Torino - 23 febbraio 2018
Paura neve. Come sempre quando la meta è Torino, dopo la trasferta che ancora oggi ricordiamo per aver spezzato catene e sonno. Il realtà il cielo si sfoga al mattino, più per mostrare i muscoli che per creare problemi. Poi la neve diventa pioggia, che scema fino al nulla.
Un pasta 3P ridotta a 2 per difetto di kambusa, è l’unico apporto di carboidrati alle fatiche che ci aspettano.
Sul camion troverà posto solo un quadro, il maggiore dei tre, e il resto degli oggetti di scena che arrederà uno spazio intimo che ci riporta al recente Montevecchia.
Sulla strada la cornice delle montagne innevate che arriviamo quasi a toccare prima di sparire nei sotterranei di un palazzone che ospitano il Piccolo Teatro Comico di Torino, dove ci aspettano il palco e una sorpresa : un labirinto di costumi e colori, ne conteremo sulla fiducia più di 1500, di ogni foggia, epoca ed esigenza. Che ben rappresenta il padrone di casa, quel Franco Abba che ritorna a Torino dopo importanti esperienze capitoline qualche decennio fa, che ai colori aggiunge entusiasmo ed allegria.
Al sorriso di Franco, si aggiunge l’annuncio del tutto esaurito, scandito da telefonate di altri spettatori rinviati a replica da destinarsi.
Si monta tutto in un attimo, anzi meno, nei pochi centimetri quadrati del palcoscenico, sotto gli occhi incuriositi e divertiti di piccole promesse che stanno muovendo i primi passi con un corso che più che recitare vuole inculcare la passione per quest’arte incantati dal grande quadro che fa maestoso ingresso nel piccolo teatro. Unica vera variante : il telefono, oggi a sinistra, in braccio alle prime file di un pubblico che lo userà poi come poggiaborse.
Slalom tra i costumi per raggiungere i camerini, rapiti dai mondi che questi abiti potrebbero vestire.
Poi, sotto la pioggia gelata che ha ripreso a scendere, dribblato un pub che troviamo chiuso, consumiamo una cena spartana al Grifo, che preferiamo non riportare se non per ricordare che qui il gruppo si ricompatta con chi, per doveri professionali, ha dovuto ritardare la partenza.
Giochiamo con gli abiti di altre scene prima entrare definitivamente nei nostri mentre la platea si fa gremita fino ad esondare sul palcoscenico. Guadiamo la sala per guadagnare l’overture che catapulta il pubblico dentro la scena, non solo in senso figurato.
Gli attori, improvvisati siparisti, sudano il calore dei fari e il fiato del pubblico, a portata di mano.
Indugiamo all’inizio di fronte ad una sigla che non vuole smettere, forse con l’intenzione di trasformare la commedia in un musical, ma riportata anche la tecnica nei binari del testo, tutto scivola familiare e genuino, sostenuti da un pubblico che, mai come oggi sul palcoscenico, ci arriva caldo, piacevolmente rumoroso e molto molto divertito.
Reinventiamo un finale che il poco spazio rende veloce e quasi comico, come l’inchino sugli applausi finali, inscatolato nei limiti di un palcoscenico che ci comprime come sardine. Cinesi.
Lo spettacolo cede il passo al mentalist che ci succederà l’indomani sullo stesso palcoscenico e che, da noi imbeccato, si produrrà in un gioco di prestigio mentalista, che ancora fa parlare di sé. Non abbiamo ancora capito se nel bene o nel male.
Divoriamo i tanti complimenti, ma senza commenti, che ci piovono sinceri da più parti. E anche Franco, che scopriamo immortalato sulla copertina di una settimana enigmistica di cui tacciamo la data, non finisce di ringraziare, visibilmente contento. Prima a voce, poi, lasciata Torino, con la tecnologia, che colma distanze lasciando intatto il calore.
Quando il furgone, disperso per le vie di Torino, ritrova le vie del Piccolo, sotto una timida neve che ora non ci fa più paura, ripartiamo verso casa e verso l'ultima fatica prima del sonno.
Si chiude una giornata frenetica, senza pause, scandita da avvenimenti che si sono alternati troppo veloci per essere vissuti con consapevolezza ma che troveranno poi indelebile storia nei ricordi.

Montevecchia - 4 febbraio 2018
Sfruttiamo il furgone ancora caldo di scene e stelle della trasferta pavese e ci evitiamo la fatica prespettacolo. Ma si va in scena alle 20, perché a Montevecchia, la domenica, va così. Quindi non possiamo né dormire sugli allori né concederci il solito pasto pre spettacolo, che rinviamo alla chiusura del sipario.
Anticipiamo di qualche minuto l’arrivo dei fedeli della messa vespertina. A loro rubiamo passo e parcheggio, per rendere il carico, comunque ridotto, ancora più agile.
Il furgone evita di un pelo un disastro stradale facendo il pelo al semaforo prima giallo di paura poi rosso di rabbia.
E finalmente si spalancano le porte del piccolo e accogliente teatro di Montevecchia, che da quattordici anni ospita la rassegna Tra Monti e Teatro che finalmente riusciamo a cavalcare, anzi, per questa edizione, inaugurare.
Sul palco, un cubo perfetto di 4 metri 4 di lato, trova posto un solo quadro, e due divani tanto vicini da rendere tutto molto intimo. Al seguito braccia e braccia di manovali che rendono agile, veloce e leggera tutta l’attività scarico, carico, montaggio e puntamento scene.
Quando tutto è pronto, conclusa anche la doverosa millimetrica sistemazione delle quinte per celare di mistero tutto ciò che il pubblico dovrà vedere solo in scena, cacciamo braccia e tecnici in piccionaia, da dove seguiranno e dirigeranno il resto della serata.
Si prova al volo qualche scena per dare sicurezza alle (poche) incertezze del giorno prima. E abbiamo il tempo per svelare ai più il pericolo sovversivo scampato il giorno prima.
Negli spartani e promiscui camerini ricavati da un corridoio dietro il palcoscenico, che inghiottiscono e risputano gli abiti del dottore prima scomparsi poi miracolosamente riportati alla luce, svelando più che la magia dei camerini, i vuoti di memoria dell’attore (che speriamo limitati al fuori scena), consumiamo un provvidenziale aperitivo analcoolico offerto da Christine, che riempie tempo e pance. Tornano gli eco del tip tap di dubbia provenienza che ancora non smette di farci ridere: Spanda for president.
Mentre il vociare in sala, che ci aveva colpito fino ad allora per la mistica silenziosità, improvvisamente si anima fino ad esplodere nel tutto esaurito, che la piccola sala può far sembrare poca cosa, ma che l’altrettanto piccola comunità che ci ospita ricolora di lustro e soddisfazione.
E il pubblico non è solo numeroso e rumoroso ma anche caloroso. A gustare uno spettacolo senza sbavature. Da parte di nessuno.
A braccia si aggiungono braccia, e grazie al nutrito numero di tecnici che, paradosso, ancora non hanno mangiato, il tutto (oggi meno), sotto la rinnovata minaccia di neve, ritrova posto nel camion in un amen.
Lasciamo sul campo per abbandono, alcuni, per spanda vendetta altri, dottore, Le Blanc e Marlene.
Gli altri a celebrare gli ultimi rintocchi del giorno che muore con la pizza garanzia dello stregone, annaffiata da birra e superalcoolici. Che domani, anzi, oggi, si deve lavorare. Quasi tutti.

San Martino Siccomario - 3 febbraio 2018
Giornata tersa ma ancora rigida di inverno.
Arriviamo a destinazione con l’ultimo sole, che oggi non riesce a scaldare l’aria che profuma di neve. E freddo è anche il teatro, brutto fuori, bello dentro, che, Mastroianni di nome, calpestiamo con riverenza. Le tante bocchette d’aria calda non riescono ad andare oltre i pochi centimetri oltre l’ostacolo e poltrone e camerini peccheranno di fredda accoglienza. Solo sul palco i fari riusciranno a fare la differenza.
All’ingresso un mosaico di quadri d’autore (teatrali) si arricchisce del ‘nostro’ che, controvoglia ma compiaciuto, si lascia immortalare tra gli immortali.
Facile la preparazione delle scene che si chiude su prove veloci a sostituire quelle non fatte in settimana.
Poi, più all’ora della merenda che non della cena, ci mettiamo in processione per guadare la statale e raggiungere il centro commerciale a un tiro di scoppio. Con noi anche i coniugi dell’organizzazione.
Si cena a base di piatti tipici pronti e panini ‘in moto’ sbagliati, che danno gioia alla pancia ma non al palato, in un ambiente fatto di saracinesche abbassate ad ogni morso sempre più vuoto, con il piacere, almeno una volta, di avere meno fretta del solito. Ritorniamo sui nostri passi sfidando il traffico della statale, ma only the brave.
Poi iniziano i preparativi, conditi di fragorose risate a base di tip tap ritmato da un inedito Fred Sinatra su musiche improvvisate da un gruppo country folk, gli Spanda, che irrora di note ed effluvi il promiscuo camerino.
Il pubblico risponde all’appello della beneficenza, che oggi sostiene una casa famiglia, e riempie un decoroso tre quarti di sala. E in linea con la temperatura del luogo, tiepidamente segue le vicende dello spettacolo, per esplodere a metà del primo atto ed accompagnarci fino alla fine in un crescendo di applausi e risate. E saranno molti i complimenti scritti e detti anche nei giorni a venire, per uno spettacolo quasi impeccabile, non incrinato dalla minaccia sovversiva di chi, collega di preoccupata attrice, ha perso il posto di lavoro seminando il panico di teatrali ritorsioni, poi risultate solo paura.
Ringraziamo il tecnico oggi triste per aver dimenticato altrove la compagna di mixer e di vita.
Adesso ci aspetta solo una ricca crostata che il pubblico ci ha donato, che innaffiamo con il vino della beneficienza. E una spettacolare stellata che regala agli occhi un poster di stelle ad incorniciare una bella messa in scena.

Milano, Teatro Guanella - 14 gennaio 2018
Spettacolo fissate per le quindicizerozero. Orario che cade in pieno abbandono postprandiale lasciando perplessi i più. Ma la legge non si discute, si applica.
La squadra, accolta dal molleggiato ‘siete forti’ del parroco del luogo, si compatta alla rinfusa : diverse le provenienze per luogo di partenza o spiacevoli contrattempi familiari. Ma alle 14.30, salutato un volenteroso futuro membro della compagnia, siamo pronti a riscattare lo spettacolo della sera prima.
La formazione è rimaneggiata e l’incipit è affidato, oggi, al centauro Davide.
Il silenzio scende ferale quando, con la morte negli occhi, il tecnico, prodigo all’anticipo al limite del lecito, ci comunica che, senza motivo apparente, lo spettacolo è in realtà previsto alle 15.30. Il mistero, mai svelato, ci regala trenta pericolosi minuti di cazzeggio che, con la complicità dell’organizzazione, riempiamo con foto e autografi che ci regalano un inaspettato momento di celebrità, che suggelliamo su immortale ripresa.
La prevendita, limitata ad un pugno di eroici digiuni, non promette fragorosi applausi. Ma se il pubblico è umano, la provvidenza è divina, e ci regala, forse grazie ai minuti rubati allo spettacolo, un dignitoso quanto inaspettato colpo d’occhio, e, scopriremo poi, d’orecchio.
Lo spettacolo è cadenzato da una tosse asinina che le battute cercano di dribblare. Ogni tanto qualche voce si alza sovrana nel silenzio della sala a condividere l’emozione del momento. Disturbato ma non contagiato, lo spettacolo si nutre anche di questo e, annoverando tra gli scivoloni, solo un cambio di sesso che trasforma Pignon in Francoise (quasi un promo per il futuro debutto), ritrova ritmo ed energie perdute.
Il pubblico gradisce e superato il tempo necessario per integrarsi alle vicende, straborda in risate ed applausi che, a volte, lasciano perplesso anche l’attore.
I ringraziamenti a regia e alla coppia più bella del mondo, nella vita e tra i mixer, per scoprire solo dietro le quinte che in sala erano presenti, in anteprima assoluta, i genitori dell’una e suoceri dell’altro. Volutamente celati del genero per evitare il gioco che ne sarebbe potuto nascere dal palcoscenico. Gioco che il rinvio renderà più esplosivo.
C’è tempo per una cena insieme che pochi reduci consumano tra piccanti polli allo spiedo, taglieri di mortadella, e nugoli di sirene spiegate a soccorrere qualcosa di grosso.
Ed un dilemma. Greve. Qual tema avrà ‘Le Tableau Marriage’ della coppia più bella del mondo? Al momento, su tutti, spiccano i fastidi. Del resto, in fondo, il matrimonio…

Milano, Teatro Guanella - 13 gennaio 2018
Chi arriva con qualche minuto di ritardo può assistere impotente agli ultimi veloci gesti che calano il sipario sul camion già agghindato di divani e scene : il miracolo della cena che si ripete.
Ciascuno seguendo la propria bussola giunge a destinazione, nella Milano disordinata e caotica sul confine tra Cagnola e Simonetta, dove le auto fanno a pugni per ritagliarsi uno spazio sotto il cavalcavia o a bordo di strade troppo affollate.
Restiamo quindi affascinati quando, girato l’angolo e imboccata una stradina anonima e quasi nascosta, lasciamo alle spalle disordine e confusione per scoprire un paradiso di spazi e di pace. E’ il grande cortile parcheggio spazio giochi oratorio, chiamiamolo spazio polivalente, del teatro Guanella.
La piazza d’armi esterna prosegue all’interno in un dedalo di corridoi che improvvisamente si fanno sala, poi palco, poi camerini.
Dal palcoscenico la sala, lunga e stretta, punteggiata da una giungla di poltroncine verdi, non lascia intravedere la fine, che si perde nel buio in un misterioso infinito che nessuno ha il coraggio di varcare : hic sunt leones.
E poco importa se il sentiero che porta da camion a palco e costellate di curve, scale e giravolte dove e luci e ombre si alternano minacciose : il tepore di sala e accoglienza attutisce ogni disagio, e ci sentiamo a casa.
Tutto è facile, senza sbavature : si monta. Si prova.
Per avere il tempo da dedicare, per alcuni, alla preghiera che si consuma sopra le nostre teste o, per chi resta fedele nei secoli al culto del palcoscenico, a cercar divani per il prossimo spettacolo. Sfogliando ipotesi e fogge e colori, si giunge al fin alla quadra, snobbando gli artiggiani della qualità per soluzioni dal maggior impatto scenico.
Ardua la scelta del posto dove cenare, per atterrare, dopo aver scartato posti a rischio NAS, alla Sfinge, un locale a due semafori dal teatro, che di egiziano ha solo una inquietante testa faraonica che ti osserva per masticare per tutto il tempo del pasto. Degna la pizza, da menzione speciale l’arrabbiata, imbarazzanti i saluti ai malcapitati passanti ad opera di chi ha scelto, al tavolo, la vetrina.
E’ giunto il momento della concentrazione. Mettere da parte pensieri e parole propri e rispolverare, dopo qualche mese di frigorifero, la cena.
La sala, che cela l’abisso con un provvidenziale telo nero a dare profondità certa e ridurre gli echi, si popola composta, perché anche Milano vuole la sua etichetta.
E con la stessa compostezza apriamo il sipario, con la sensazione di mettere in scena, nonostante capitomboli, giri di parole e qualche battuta lasciata in camerino, uno spettacolo pensato e vissuto.
Ma alla fine del primo atto il lapidario commento del tecnico, spettatore tra gli spettatori, ci riporta alla realtà raccontando una rappresentazione piatta, vuota “come se mancasse un sottofondo musicale”, quello stesso sottofondo che farà mancare lui, per davvero, troncando l’inizio del secondo atto, con il duplice effetto di creare un incolmabile vuoto e passare, d’un colpo, da sommo giudice a colpevole imputato.
Il secondo atto segue le orme del primo, inciampando sul Menaux che, nonostante l’abbondante tempo a disposizione, abbiamo sacrificato a preghiere e divani.
Consapevoli che avremmo potuto dare di più, riordiniamo la scena per la replica di domani.
Guardiamo l’orologio, torniamo a casa che il giorno ancora non è finito. E’ mai successo?

Milano, Teatro San Domingo - 5 novembre 2017
Dopo mesi di siccità, che ha reso aridi i terreni e irrespirabile l’aria, il diluvio decide di prendere forma nel giorno della replica del San Domingo. Torrenziale scende la pioggia appiattendo forme e colori su umidi livelli di triste grigio. E’ la prima vera giornata d’autunno. C’è chi spolvera plaid e tisane e chi è costretto ad affrontare le intemperie all’irrinunciabile richiamo del palcoscenico.
Ci sentiamo miracolati quando il cielo decide una breve ma provvidenziale tregua che ci permette, asciutti, di caricare (a Carugate) e scaricare (a Milano).
Meno provvidenziale il destino di Cheval, costretto fin quasi al sipario al capezzale di un letto d’ospedale da un acciacco, ancora in fase di approfondimento, che ha colpito il padre.
La formazione, rimaneggiata anche per la gotta di Leblanc che ancora non scema blindandogli la scena, prende possesso dell’ormai noto palco del San Domingo che, dopo oltre 11 anni (era il 22 gennaio 2006), vuole ridare voce alla nostra Cena dei Cretini per dovere (perché vincitori del premio regionale della FITA) e per piacere (perché la richiesta di partecipare alla rassegna è arrivato in tempi in cui l’odor di vittoria ancora non si respirava).
L’umidità dell’inverno non si è ancora insinuato nell’incassata sala milanese che ci grazia della greve aria che si respira a stagione avanzata.
Si monta veloce, per dare il giusto spazio al pranzo che consumiamo in cerchio, accampati nei camerini, e che trasformiamo, guidati dalla chiacchiere, da viaggio nell’arte nascosta di Milano a planning del wedding di tecnico e moglie (futura) al seguito, che non sbilancia date ma ne lascia intravedere i preparativi.
Burloni, lasciamo i bisogni di Jean al silenzio dei camerini che si svuotano (a sua insaputa) di luci, voci e persone. Del resto, come dice il vecchio adagio, gli amici spariscono nel momento del bisogno. La pioggia torna a cadere : sacrifichiamo la passeggiata al caffè cinese che tanto ci aveva impressionato lo scorso anno per ripiegare su un più modesto caffè da macchinetta che, dall’estate, ha sostituito il bar del foyer. Menaux si improvvisa barman dispensando bevande a caso da una slot machine che lo farà scoprire più ricco di quando ha inserito le prime monetine. Abbiamo anche il tempo di improvvisarci critici di un’arte che da sempre tappezza le pareti e arreda le stanze del teatro e solo oggi trova un timido onore di cronaca.
Senza fretta, mentre oltre oceano c’è chi imposta la maratona della vita, nella più modesta cornice milanese, vestiamo i panni del piccolo mondo dei cretini. C’è molto sciallo. Il delfino morboso trova a fatica il suo posto perseguitato da una processione di molesti burloni.
Gli ultimi accordi su sipario e cambi di scena, e si parte, mettendo al silenzio un pubblico che per numerosità, età (alta) ed udito (basso) sgranava i rosari della chiacchiera da mercato ad un volume prossimo al chiasso.
Forse non è stata la migliore rappresentazione di sempre. Ma è scivolata fluida e naturale. Si è divertito il pubblico. Si sono divertiti gli attori. Creando tra i poli una scossa e un contatto che ha reso famigliare anche l’applauso ed il saluto finale. Pignon si arrotola ne l pubblico commiato fino ad aggrovigliarsi, prima di scappare a gambe levate alla cerimonia di insediamento del nuovo parroco di paese: il coro lo sta aspettando.
Il resto del gruppo invece, marcia compatto verso la pioggia : dovrà guadare fiumi, solcare laghi e combattere contro le catinelle del cielo prima di riuscire a riporre tutto al riparo.
Con i piedi inzuppati e i capelli grondanti, lasciatoci alle spalle l’umido peggio, recuperato anche il cantore, ci concediamo il gustoso pollo alla diavola di Rosita che chiude, tra un “viva la sposa” e un “bacio! bacio!”, una giornata bagnata dalla pioggia e asciugata dall’amicizia.

Cantù - 25 giugno 2017
E’ un camion altissimo quello che appare dietro l’angolo. Con il suo forzato lento incedere fende le fronde, oscura il cielo e rende ancora più modesto il cortile che ospita le nostre scene.
Al suo interno la sorpresa della tecnica già caricata che servirà in loco e le braccia aggiunte del saltellante Mattia, oggi a braccetto con Debora (con o senza ‘h’ non è dato di sapere), su cui ha posato (per sempre?) il cuore.
Il tempo delle presentazioni e Debora è già una di noi, dimostrando di saper vedere, anticipare e fare, con rara disponibilità e allegria.
I due tecnici invece devono ancora smaltire le fatiche e il poco sonno di una notte dedicata più ad un concerto (fai e disfa) che al riposo.
Inauguriamo il nuovo box (il terzo) promesso agli addobbi del nuovo spettacolo ancora in embrione e carichiamo, senza troppo lesinare sullo spazio, le piccole scene sul grande camion lamentando un caldo che ha perso qualche grado (di temperatura e umidità) rispetto ai giorni prima, ma che ancora fa sudare.
E si parte verso una meta che, con i navigatori che non riescono a tenere il segnale, sembra più tortuosa e lontana del reale: l’isola pedonale di Cantù, corte san Rocco, per ridarci, dopo troppo tempo, il piacere di recitare all’aperto.
Imboccando le strade con istinto alternato a segnale, c’è chi arriva prima, sostenuto dalla buona stella (quella polare) e chi dopo, fermato da una multa che ancora facciamo fatica a spiegare.
Parcheggiamo e scopriamo la meta girando l’angolo, con il camion aperto sull’attesa che, nonostante l’ingombro, ha preceduto tutto e tutti alla meta.
La corte, già arredata di palcoscenico, è raccolta e accogliente. Sui balconi ottuagenarie incuriosite dal movimento che battono ai ripari alla prima sfacciata nostra richiesta di refrigerio.
Il ridotto 6x6 del palcoscenico impone altrettanta riduzione della scena e revisione degli ingressi : saltano i laterali e tutto si sposta al centro, dove entrate e uscite si mischiano dietro una quintatura nera che il primo alito di vento provvidenzialmente ribalta, imponendoci un più solido fissaggio e risparmiandoci una imbarazzante figura in scena.
Recuperati a suon di messaggi i personaggi in cerca di caffè per le vie del centro, consumiamo gli ultimi sudori in una prova veloce, illuminati e scaldati da un sole che non possiamo spegnere.
Si cena senza uscire dall'isola pedonale. Pizzeria “ 'a marechiaro”, dove la pizza è decente ma la pasta riscaldata. Ma almeno siano all'aperto, finalmente in ombra e fa un po' vacanza.
Al rientro temiamo la concorrenza di un locale vicino che suona musica moderna con strumenti classici e che attira curiosità e pubblico.
Ci cambiamo in odor di muffa e siamo pronti in imbarazzante anticipo, con tutto il tempo per gestire un tacco che salta e scoprendoci in ruoli mischiati per defezioni da sospetta polmonite e certa vacanza.
Il caldo è amplificato dagli abiti di scena che l’umidità rende appiccicosi.
Il cortile si riempie fino ad esaurimento. Sui balconi, come palchi, il pubblico forzato dei condomini.
In scena un Kandisky e un Picasso. In cielo un Rembrandt.
E sulle prime ombre della sera, si parte.
Dopo qualche battuta, pochi curiosi attratti più dal vociare che dal titolo, lasciano la piazza, e resta l’interesse.
Dal palco si urla per tutto lo spettacolo per portare la voce dove i panoramici non arrivano, ma senza sporcare le intenzioni. Siamo precisi, attenti, misurati. Si cambia di tanto in tanto qualche vocale, che dietro le quinte sussurrando si commenta divertiti. Cambia la musica ma non la sostanza.
L’improvvisato Meneaux, dopo una performance da incorniciare nella telefonata di scena, ci regala una telefonata di vita che il suo baritonale tenore fa atterrare sul palcoscenico. Redarguito, sparirà inghiottito dai camerini. Pierre si diverte a improvvisare le uscite per scatenare le ire di Marlene che allungano quelle del palcoscenico (finte) sin dietro le quinte (vere).
E l’ipotetico sipario si chiude con il fresco che finalmente allieta la sera osteggiato dal calore del pubblico che ci coprirà di complimenti scritti e verbali.
Tante braccia, poche cose, si smonta veloce.
Leggiamo i commenti tra il sacrestano in gonnella della corte, che si diverte a scherzare prima di chiudere la baracca e un commento che gela il sangue prima di scoprirsi burla di dottore e Debora*.
E’ domenica. Domani si lavora. Si riduce al minimo sindacale il dopo spettacolo.
Adesso la stagione è finita. Per davvero. Buone vacanze.

* Volgare, inappropriato per il contesto, estremamente noioso, attori impreparati, pessimo audio. Non si sentiva niente, ma meglio così! Costumi pessimi.

Segrate - 6 maggio 2017
Una pioggia gentile, che bagna più per rispetto al nefasto meteo che per convinzione, non disturba i preparativi di quella che sarebbe stata l’ultima cena della stagione. Più fastidio danno le pozzanghere che hanno raccolto l’acqua degli ultimi temporali e che ci costringono a un carico a zig zag. Sfidiamo i dubbi della tecnica del palcoscenico decidendo di dare per scontato che potremo appendere i nostri quadri, lasciando a casa, e guadagnando tempo e fatica, stativi e pannelli neri. Non sfidiamo i dubbi sulle dimensioni del palcoscenico, che ricordiamo non brillare per ampiezza, portando tutti i quadri, per montarne poi uno solo, il maggiore. Sediamo discussioni e dubbi sulle passate repliche al Toscanini di Segrate : la cena è qui al suo debutto!
A destinazione tutto è facile.
Un ampio portico che riesce ad accogliere l’intero camion rende tutto semplice e… asciutto. Le ampie scale portano agilmente a destinazione al secondo piano i pochi oggetti di scena che il piccolo palco è in grado, a fatica, di ospitare.
Facile e veloce collocare i divani, regalando tutto il tempo necessario ad un approfondito e curato puntamento luci, coordinato dal tecnico di sempre, verificato alla console da Marlene e operato da Pignon che, nei panni della regina madre, prodiga puntamenti e saluti, scarrozzato su una scala più cimiteriale che teatrale.
Il tempo (tanto) che avanza lo dedichiamo ad amici e pancia. Agli amici di sempre che verranno a vedere l’ultimo spettacolo della nostra stagione per spuntare un significativo sconto sul prezzo del biglietto riuscendo così a limitare lo sforzo a 10 euro vs gli improponibili 20 euro che uno spettacolo amatoriale vede come virus scaccia pubblico.
Alla pancia in una oculata e puntuale ricerca della miglior pizzeria della zona. Tanto oculata e tanto puntuale che, finalmente decisa la meta, scopriamo in una provvidenziale telefonata di prenotazione, che stiamo parlando con una pizzeria da asporto che, pur di non farsi scappare l’occasione, si attrezzerà per dedicare il poco spazio del locale ad una improvvisata tavolata che si rivelerà tanto intima quanto gustosa.
Vicini vicini, tra programmi di jeep a marchio gtt, stanze shatzu, tanto basilico e bibite al gelo, gustiamo una delle più buone pizze della stagione, napoletane docg, che meritano una puntuale menzione : IL BUONO DELLA PIZZA in via Roma 42 ovviamente a Segrate. Unico limite, non offre caffè, che beviamo sotto il teatro.
E poi si parte con i preparativi, aperti dall’apparizione di Zucca (Mario) che condivide la soddisfazione (per noi la notizia) del molto pubblico accorso e che introdurrà la serata, senza proferir parola su compagnia e spettacolo in scena, decantando i risultati della stagione appena trascorsa e promettendo successi per la prossima, preannunciando, tra gli altri, quella Cena tra Amici dello stabile di Genova, che ci entra in scivolata da dietro come uno sgambetto che riduce le piazze della nostra nuova produzione.
Tra i camerini echeggia una mail, scritta dalla provincia di Bergamo, che in diretta leggiamo insieme e che, se troverà terreno fertile, prolungherà la stagione della Cena dei Cretini ancora di una data. Ma non abbiamo tempo per i progetti. Il sipario si sta aprendo. Giusto un attimo dopo che Menaux, oggi eccezionalmente impersonato dal sergente dei chirurghi per improrogabile vacanza dell’originale, ci raggiunge e diventa personaggio prima ancora di rientrare in sé dalla fatica della giornata lavorativa.
Il veloce e breve sipario si apre su pubblico davvero molto numeroso, non intimorito da tempo, costo del biglietti e spettacolo plurirappresentato. Partiamo un po’ frenati, sensazione più esterna che degli attori sul palco, ma tant’è che dopo un paio di impercettibili sviste, tutto ingrana e parte, senza indecisioni, dove le uniche pause sono quelle imposte dai numerosi applausi a scena aperta.
Da annoverare la fontana Cheval, che oggi miete un elevato numero di vittime, forse troppo vicine al palcoscenico, che si aprono alla premasticata pioggia come se dovessero accogliere la fuga degli ebrei dall’Egitto.
Alla fine lasciamo sfogare, fin quasi agli ultimi battiti, gli applausi del pubblico che, non pago, azzarda un bis che saremmo anche disposti a concedere. E a sorpresa si aggiunge sorpresa quando scopriamo di avere in sala anche la regista che finalmente potremo far applaudire in diretta.
Paghi e sazi, dopo l’ennesimo invito di Pignon ad iscriversi al corso di modellismo da lui organizzato, questa volta in versione estiva a tema sdraio ed ombrelloni, smontiamo velocemente tutto. A rendere tutto più celere (e vani i soliti e continui ‘dai, dai…’ del tecnico più d’abitudine che convinti) le braccia in più di Monica e Susanna ed il tempo che da gentile si fa dolce quando smette definitivamente di piovere.
Si chiude spettacolo e serata con una birra con attori e tutti i tecnici di sempre per salutare una stagione che forse non vedrà la fine questa notte. Ma per un’altra birra c’è sempre tempo, no?

Biassono - 7 aprile 2017
Bello quando al piacere di una nuova replica si somma il gusto della sorpresa di un teatro che mai ci ha ospitato in passato, aggiungendo alla trasferta il brivido dell’incertezza e l’adrenalina della novità. La nostra meta è Biassono, nel cuore della Brianza.
Unica anteprima alla scoperta che avremo all’arrivo, alcuni scatti di palco e sala per consentirci di prendere le misure con occorrente e dotazione tecnica, per scoprire, primo piacere, che le ridottissime dimensioni del palcoscenico impongono una drastica riduzione degli arredi.
Optiamo per il quadro centrale, che riduce non il peso ma almeno il numero delle fatiche da compiere, per la gioia, mal celata, del nostro tecnico che, prima ancora della fatica, vede (e gode) del sicuro guadagno di tempo.
E poco importa se all’appello per le attività di carico si giunge in pochi ed in ritardo: la situazione lo consente.
Costeggiamo quel ramo del parco di Monza che volge a Lesmo, in un tragitto breve e trafficato, puntellato di code e passaggi a livello chiusi, sotto un cielo che cela un sole pigro che non riesce a scaldare l’aria frizzante di primavera.
Ad accoglierci Leblanc, improvvisato parcheggiatore, che dirige il traffico e fa gli onori di casa, prima di introdurci nella penombra di un teatrino che risplende per struttura, gestione e strumentazione. Incornicia il piccolo palcoscenico, un arco d’altri tempi in cui si aprono due finestre che Giulietta e Romeo saprebbero come sfruttare ma che noi, a malincuore, dobbiamo sacrificare perchè non visibili da tutto il possibile pubblico che speriamo gremirà la sala.
Tutto è semplice e veloce. Anche la chiacchiera che trova ampi spazi nel tempo lasciato libero dai pochi arredi e dall’accessibilità del teatro.
Con noi oggi la prima Christine, chiamata in corsa al ruolo di titolare per coprire gli imprevisti della sua sostituta che speriamo non gravi.
Il resto degli attori arriva alla spicciolata, giusto per l’apporto di carboidrati e caffeina, mentre il tecnico, alloggiato in piccionaia, deve vincere la nausea indotta da linee e pendenze.
La meta è la pizzeria Sebastian, un locale shabby chic, che raggiungiamo macinando le ordinate stradine del centro per scoprire, ad un paio di lunghezze dalla meta, di essere ad un passo da quella enoteca Stoppello che ha inaugurato, con etichette a tema, tante stagioni teatrali carugatesi.
Oltre all’abbagliante arredo, dopo aver rifiutato un aperitivo offerto dalla casa, ci fanno compagnia la scarsa preparazione della cameriera che colma le lacune con la giovanissima età e la simpatia, una gustosa arrabbiata che gustiamo senza la suggerita ‘nduja (con promessa di ‘ncendio), e una pizza che alcuni scelgono ai 5 cereali di kinder colazione più per curiosità che, col senno di poi, per piacere. Un caffè servito dalle mani tremolanti di una cameriera a rinforzo, sulle casuali ma indovinate note de Le Vibrazioni’ chiudono una cena non memorabile ma sicuramente elegante.
Sulla via del ritorno, ripercorriamo le stesse stradine del centro rese più solitarie dall’ora e dall’imbrunire, improvvisando i più originali nomi di asilo e ristoranti a sostituire la banalità dilagante.
Nel cortile del teatro incrociamo il gatto Rumi (diminutivo di Rumenta?) che tanti spettacoli deve aver visto nell’arco delle sue 7 vite e che non si scompone troppo per la nostra intrusione.
Una foto di gruppo sul palcoscenico per la stampa prima che il pubblico prenda posto ci costringe ad un veloce cambio d’abito, per la foto è sufficiente il costume di scena, il personaggio può attendere ancora qualche minuto.
Ed inizia la lunga attesa nel lungo e buio retropalco, fino a che le poche parole del referente di sala suonano la nostra carica.
Tanta gente in sala, a formare un pubblico attento, avvezzo al teatro e presente con noi sul palcoscenico in modo costante e denso. Mettiamo in scena uno spettacolo da manuale, con un cretino in grande spolvero che strappa risate ed applausi oltre l’abitudine.
Rischiamo di perdere Leblanc quando, ormai dato per perso dalle battute consumate dietro le quinte, rientra inciampando con il giubbino come fosse un salame, recuperato alla bell’e meglio nel buio totale del retroscena. Ma è l’unica debacle che concediamo a questo pubblico che per pudore lascia correre senza sottolineare l’incidente (gesto apprezzato).
Si aprono e si chiudono sipari (non sempre quelli giusti) sugli applausi finali colorati dai numerosi ‘bravi’ che raccogliamo come fiori dalle assi del palcoscenico e restituiamo con ugual intensità ad un pubblico che ha accompagnato con attenzione ed intelligenza l’intero spettacolo. E glielo diciamo.
Ma ci mancano i commenti, forse sostituiti dalle schede di valutazione che la rassegna ha richiesto a conclusione della stagione teatrale e che ha rubato allo spettatore tutto l’inchiostro che poteva dedicare al dopo spettacolo.
Si smonta increduli per la velocità con cui si ripongono le nostre quattro cose, dando retta a chi si propone per il nostro palcoscenico con spettacoli che, pur di andare in scena, cambiano titoli, nomi, autori e, solo per la cronaca, anche situazioni e battute.
Bella serata.
Bello sarebbe poterla ripetere.
Con altri titoli.
In altre stagioni.

Limbiate - 25 marzo 2017
Giornata di raduni. 60 anni di Europa più osannata che praticata, a Roma. Osannata visita pastorale del pratico papa Francesco tra Milano e Brianza.
La nostra meta, Limbiate, sfiora appena la zona rossa imposta dalla sicurezza vaticana, suggerendo una tabella di marcia che tenga conto anche di eventuali blocchi e traffico impazzito, che si riveleranno poi inutile spauracchio.
Si arriva presto, nella bella giornata tersa di sole e di azzurro, al già battuto bel teatro di Limbiate, il Comunale, che ricordiamo non solo per la struttura nuova e ben attrezzata, ma anche per l’agevole accesso al palcoscenico che azzera tempi e fatica.
Assente l’organizzazione, alle prese con la folla impazzita che si contende su altro imprecisato palco, il musical dei gatti (non il nostro, sacrificato al ruolo di Cheval in una metamorfosi non solo attorale ma anche animale). Il sorriso e la gentilezza dei giovani supplenti non faranno torto all’assenza. Particolarmente apprezzata l’intraprendenza e la disponibilità di Gianfranco, il tecnico di sala, che subito entra in simbiosi col gruppo anticipando esigenze prima che diventino richieste.
Abbiamo tutto il tempo per censire i 1000 modi diversi di appendere i quadri di scena agli stativi (per tornare al solito caro vecchio consolidato sistema), di provare virtualmente - trip advisor docet - tutte le pizzerie della zona (per decidere di tornare alla solita cara vecchia consolidata Belvedere di Senago che già in passato ci ha nutrito) e di stupirci prima e preoccuparci poi della totale assenza di voce di Marlene, dallo sguardo più mortificato che rassegnato, che ci costringe, giocando, al bisbigliato montaggio delle scene.
Prenotiamo il tavolo della pizzeria e senza fretta, le serrande aprono alle fauci solo alle 19.00, usciamo allo scoperto scoprendo che ancora una volta Limbiate è zona di repentini cambi di tempo. Nuvole scure colme di pioggia limitata, al momento, alla sola minaccia hanno cacciato il tiepido sole.
Per precauzione portiamo quasi in scena la moto del rinnovato Jean che, dopo un paio d’anni, fa il bis in un ruolo lontano per età, rivestito per esigenza, e provato un paio di volte giusto (no, Jean) per rimettere a fuoco tempi ed intenzioni. Esaurito il cameo vestirà per il resto dello spettacolo, il prezioso ruolo del siparista.
Il viaggio in auto dal teatro alla pizzeria è breve. Meno quello a piedi dal parcheggio al tavolo, costretti a lasciare l’auto in una Senago ferma, a distanze che il nostro autista rendono nervoso. Fuori dal locale, chiuso fino allo scoccare dell’ora, una piccola folla straripa all’interno al socchiuder dei battenti. Si prenota per 11. Si mangia in 9, orfani del tecnico che, con la scusa di raccogliere dal treno la futura moglie, si perde in chiacchiere e Brianza. Ci raggiungerà solo al caffè, addolcito per alcuni dalla sesta arte (non prese in considerazione le altre, decisamente fuori luogo) perdendosi uno spettacolo di marionette improvvisate con i sacchetti delle posate che allieta le piccole vicine di tavolo fino all’emulazione, ma regalandosi una cenetta a lume di candela. La pizza non teme confronti, alta, soffice e leggera che conferma i trascorsi apprezzamenti.
Al rientro in teatro la sorpresa Amedeo, che, moderno Birthday Girl, si fa trovare nei camerini nei panni di un rimpianto Cheval che, promette, tornerà a cavalcare presto. E l’entusiasmo e l’energia che ci regala rende tutto molto credibile. In secondo piano passano cioccolatini e caramelle che completano la sua venuta e che la velocità con cui spariscono confermano, se ce ne fosse bisogno, l’apprezzamento.
Un colto pompiere, imposto dalla capienza della sala, reduce dalla benedizione papale, gioca a fare il pignolo con gli addobbi e gli oggetti di scena per chiudere infine un occhio su quello che Ikea non ha reso ignifugo e sfoderando una cultura teatrale che non abbiamo il tempo di approfondire quanto leziosa o quanto animata da vera passione. Cadrà poi miseramente in fallo quando il suo cellulare, imperdonabilmente non silenziato, suonerà durante lo spettacolo, facendoci propendere per la prima delle due ipotesi.
La confortevole sala arancione si anima di un centinaio di avventori che, considerati i non trascurabili 22 euro di ingresso, rendono dignitosi numerosità ed incasso.
E si scatena l’infermo. Sul palco, con una bella prova d’insieme e Marlene che concentra sulla scena la voce recuperata nel silenzio pomeridiano, con decorosi acuti che trovano puntuale posto e che scalfiscono solo marginalmente il personaggio di sempre. E fuori, con una serie di rumorosi acquazzoni che a tratti sovrastano la recitazione che deve alzarsi di volume.
Noi scopriamo un pubblico attento, intelligente, misurato, partecipe e divertito più della storia che non della battuta fine a se stessa. E lo notiamo. E ci piace.
Si smonta sotto un cielo ancora gonfio ma che ci da tregua.
Si torna verso casa, a bocca asciutta di una birra sacrificata all’ora che, tornando legale, ci ruberà una possibile ora di sonno.
Non abbiamo avuto in sala il bagno di folla che si è meritato il papa.
Ci basta sapere che la folla in sala per noi, non si è bagnata.
I commenti, il calore del pubblico ed i gratuiti e sinceri apprezzamenti dell’organizzazione supplente hanno riempito il resto della capiente sala.


 

Sannazzaro de' Burgondi - 11 febbraio 2017
Ogni volta che la centenaria Cena riprende vita ci sorprendiamo della celerità con cui trova ordinatamente posto sul furgone. E anche le casse (pesanti) che contengono i quadri (leggeri) sono ormai entrate nella logica dell’abitudine che rende prevedibili e quindi digeribili gli sforzi che inizialmente ci sembravano esagerati.
In corsa sostituiamo il tradizionale tecnico che, affidando alla memoria gli impegni di un calendario troppo fitto, ogni tanto inciampa in date ed eventi rimossi o celati da maggiori priorità, costringendo altri a corse e preghiere affinché la macchina non si inceppi. Ma la panchina è lunga e la disponibilità e l’entusiasmo non mancano. E con qualche maneggio la squadra è pronta per scendere in campo.
A passo di gita, attraversiamo una pianura dove l’umido grigiore toglie dettagli ai contorni e profondità al panorama, e arriviamo a Sannazzaro de’ Burgondi, piccolo centro che l’altisonante nome vuole elevare a nobiltà mentre la vicina raffineria (due esplosioni in un mese) prova a radere al suolo.
A questa cittadina, la Società Operaia di Muto Soccorso ha lasciato in eredità un teatro che ancora recita le sue origini sul timpano di questo moderno tempio dell’arte, ora più sobriamente chiamato “Il Sociale”.
Recentemente mal ristrutturato da un’amministrazione più tecnica che artistica che ha soprasseduto sulle più elementari necessità di una sala per la comunità, prova con una rassegna teatrale, la prima, a riportare in vita questo luogo, con la promessa di coprire le mancanze riconosciute (è già qualcosa) prima della sua seconda edizione.
Più musicale che teatrale è il titolo della stagione : “Tra palco e realtà”.
Ad accoglierci, oltre al sorriso di Carlo, che ritroveremo tra qualche settimana anche sul nostro palcoscenico, il calore del luogo che impone un’escursione termica ad abbondante doppia cifra, e gli effluvi che i nuovi bagni hanno portato a galla nel recente restauro e che ancora il tempo non ha smaltito.
Rispondiamo giocando il jolly con la carta USL, srotolando sul palcoscenico, ampio ma con un sipario troppo arretrato per essere considerato tale, una serie di improbabili incidenti fisici di percorso che andiamo ad elencare. Un Menaux sordo almeno tanto quanto il teatro che ci ospita, che, reduce da una delicata operazione all’orecchio, sfodera una medicazione ad osso di seppia più adatta alle navicelle di Star Trek che al fedifrago talamo. Un dottor Archambaud, portatore nella realtà dello stesso male che deve curare in scena. Un cretino che, giunto in ritardo da un corso di massaggi, fatti e subiti, si presenta in sala zoppicando, dichiarando coi fatti che, tutto sommato, non fanno poi così bene.
E mentre la rosa trinità salmodia le novità del mondo della bigiotteria, le quote azzurre si adoperano per dare un senso alla scena, dando volume a quella diceria che vuole la donna orante e l’uomo operante.
Il Pizza & Co., dove abbiamo concordato un pasto non proprio lauto a prezzo fisso, ci permette di cenare con una limitata selezione di pizze povere e, alternativa più implorata che proposta, di primi piatti lasciati all’immaginazione degli affamati. Ma compreso c’è anche il dolce, singolare, perché, prendere o lasciare, quello è, e quello mangi. Per la cronaca, un tozzo di torta più adatta ad una cresima che ad una pizzata in allegria, servita dalla pacata tristezza di un giovane (fuori) vecchio (dentro). Di corsa un caffè per provare a recuperare la lentezza di un servizio che ci riporta sul caldo palcoscenico senza sipario del sociale quando i primi avventori sono in dirittura d’arrivo.
La coraggiosa speranza è quella che il sannazzarese vinca la pigrizia di San Remo per saggiare la nostra comicità. E la battaglia è vinta quando scopriamo una sala non piena (la speranza non puntava a tanto) ma degnamente popolata di un pubblico caloroso, generoso e attento che non perde occasione di salire sul palcoscenico con una fragorosa risata o con un applauso. E noi gli offriamo lo spettacolo, quasi perfetto, che si merita. E non ci stupiamo più di tanto quando l’ammissione a Cretino del cattivo della commedia viene chiusa da un applauso di soddisfatta condivisione. Cosa rara, ma apprezzata, perché suggella il vero significato della piece.
Il resto è cosa nota : ci si cambia (in fretta per sfuggire agli effluvi dei camerini), si smonta e si carica sul furgone (in fretta perché tra il pubblico ci sono amici volenterosi) e si chiude la serata con una birra e un discreto tagliere di salumi, per dare una chance di riscatto al Pizza & Co. che, nonostante la buona pizza, staziona nella parte bassa della classifica enogastronomica del gruppo. Apprezzato il fatto che il locale, in chiusura, ha riaperto i battenti allo stanco e assetato attore. Ma per la stella GTT non basta.

Milano, Cine Teatro Stella - 20 novembre 2016
La squadra è quella di ieri. Unica sostituzione, il tecnico titolare, che ritrova posto in regia.
Il tempo per un boccone per chi arriva digiuno da altri palchi. Per un caffè cinese, pardon, filippino, per tutti gli altri.
La sala della pomeridiana si anima in ritardo, con il pubblico bloccato in cassa.
E con ugual ritardo, si va in scena.
Ad attenderci, un pubblico più numeroso ma meno rumoroso di ieri.
In sala i giurati della FITA Milano che giudicheranno la nostra messa in scena. Solo a ridosso della prossima estate conosceremo il responso.
Se ieri peggio non poteva andare, oggi non poteva andare meglio.
Tutto perfetto. Tempi, ritmo e una raffinata e ricercata caratterizzazione dei personaggi che anche chi era in scena ha reciprocamente notato ed apprezzato. Quasi a voler dimostrare, prima di tutto a noi stessi, che quello del giorno prima è stato solo uno scivolone, da cui si può risorgere.
Il pubblico, quasi tutto brizzolato, apprezza in un crescendo di partecipazione e risate.
La giuria pare visibilmente soddisfatta.
L’organizzazione anche, che si opziona per tempo un po’ del nostro futuro.
Particolarmente apprezzata l’offerta di un testo ancora inedito in Italia, di Cooney figlio, di complessa realizzazione ma che “…noi sapremmo ben valorizzare!”. E ce ne fa disinteressato dono.
Non possiamo divincolarci dagli oneri imposti dalla fine delle repliche. Si smonta e si riporta a casa. Ma tutto sommato, anche se il buio è quello della notte, è solo tardo pomeriggio, e pesa meno.
A memoria dello spettacolo resterà un video girato dietro le quinte di una scena rubata da inedita angolazione.
Solo la pioggia, che ora ha deciso di scendere per davvero, disturba, ma neanche tanto, la giornata perfetta.
Si chiude così la nostra doppietta milanese, che anticipa solo di qualche ora quella, una per parte, del derby milanese.

Milano, Cine Teatro Stella - 19 novembre 2016
E’ enorme il camion che porterà oggi armi e bagagli a destinazione. O almeno questa è l’impressione che ci fa entrando nel cortile che sembra, con lui, ancora più angusto. In realtà i quadri trovano posta a pelo nelle altezze del cabinato, confermando che a volte, l’apparenza inganna.
Non è apparenza invece il grigio pesante della giornata, carica di umido che bagna.
Tutti all’appello all’ora della chiamata, nonostante il rush finale di un ‘Mamma Mia’ che sta riempiendo ogni attimo di tempo e pensieri di alcuni attori del gruppo.
Anche oggi, tecnico supplente : Stefano, che guida le operazioni di carico e scarico e che ci porta a destinazione all’agevole ingresso del Cine Teatro Stella di Milano che per la prima volta apre il palcoscenico ad un nostro lavoro.
Si scarica e si monta velocemente, a suon di Cookies, su un palco e una struttura accogliente e funzionale che rende tutto semplice ed immediato.
Dal palco il colpo d’occhio sulla sala tricolore è… patriottico.
Qualche passaggio con il tecnico a rinfrescare la memoria a riposo da un anno per decidere solo all’ultimo di mettere le telefonate imposte dalla nostra versione del testo, sulla balconata del teatro, a rendere più reale la distanza tra gli ambienti. All’occhio di bue si improvviserà tecnico Bobo-Jean, che all’investitura inizia a sudare di ansia e novità.
Due passi due ci portano al Ceppo Folle, paradiso per chi qui ha passato due anni di inferno, triste locale dalla gustosa pizza, che soddisfa tutti per sapore, qualcuno meno per dimensione.
Abbiamo tempo per un po’ di chiacchiere e cazzeggio, sotto un “sobrio” cartello che impone senza mezzi termini, per impeto e dimensione, il divieto al fumo. E questo non aiuta.
La concentrazione scende sotto il pericoloso livello di soglia e lo spettacolo, che parte puntuale senza preamboli, inizia annaspando in un groviglio di battute mai sentite prima o dimenticate in camerino. Qualche sbavatura tecnica fa temere il peggio. Poi lo spettacolo rientra in carreggiata. Si ricompone. E salva la faccia in una dignitosa messa in scena osannata da commenti a fine gara che ci stupiscono per tanto entusiasmo.
A scriverli un pubblico sufficientemente numeroso che segue divertito dalla prima battuta, trascinato da una sonora squillante risata che scandisce gli eventi del testo e che obblighiamo, a nostre spese, a tornare l’indomani. Già, perché domani si replica. In pomeridiana.
Il piacere di non smontare ci regala tempo e risparmia fatica. Che investiamo nel riposo. Domani si replica e c'è chi é di prova già al mattino su altri palchi. E chi deve recuperare, nottetempo, i rottami di una disattenzione pagata cara per fortuna solo in lamiere.

Pagazzano - 16 ottobre 2016
Si apre una nuova stagione. Su tutto l’ansia, il piacere, l’emozione, la paura, l’eccitazione, il timore, la voglia di un nuovo inizio.
E di ritornare nel malleabile spazio disegnato dal palcoscenico.
Il primo regalo ce lo fa il tempo. Che esaurisce nubi e pioggia giusto in tempo per lasciarci all’asciutto. Carichiamo il camion con l’attenzione di non dimenticare nulla ed esercitandoci nel silenzio che dovremo rispettare questa notte, alla fine di tutto.
E si parte alla conquista del Castello di Pagazzano, che ha già respinto maldestramente un primo assalto pre estivo con le balestre dell’antipatia e una pioggia di promesse mancate.
Il secondo regalo ce lo fa Claudio, preparato e simpatico amico dell’associazione CIVILTA' CONTADINA a cui offriamo lo spettacolo, che recupera con noi scivoloni pregressi abbassando il ponte levatoio ed accompagnandoci in una visita al castello, dalle cucine al maschio, condendo il tutto con aneddoti e riferimenti storici che ci riportano al ‘400.
Richiamati all’ordine dal signorotto locale impersonato per l’occasione dalla signora Villa del comune che, paradosso, gestisce il Castello, iniziamo la faticosa migrazione delle scene dal camion, che, pensato per cavalli e calessi l’ingresso del castello costringe fuori, e la scena, che giusto per non farci mancare nulla, possiamo raggiungere solo dopo una ripida e stretta scala, per fortuna dritta, una misurata porta e una sala ingombra di intoccabili sedie. Mancavano cavallette e acque da separare e avremmo potuto competere con l’epica fuga dall’Egitto.
A parziale consolazione limitiamo la scenografia ai due quadri più leggeri, risparmiandoci almeno quel po’ di fatica necessaria per andare poi in scena.
Per il resto è tutto facile. Ci concediamo anche il lusso inglese del the delle cinque e lo spazio per un colorato e caloroso benvenuto nel gruppo della fidanzata del nostro tecnico, già di lui compagna di mille danze, che vestiamo della nostra divisa e che si guadagna sin da subito un posto tra noi per simpatia e disponibilità.
Lasciamo la magia del castello vestito da sera dalle eleganti luci notturne e ci dirigiamo verso la pizzeria kebab MONIR, allegra e colorata, che offre una qualità di pizze e fritti misti oltre le aspettative suggerite dal locale, e ad un prezzo d’altri tempi.
Unica la sensazione offerta al ritorno di aprire il portone con le chiavi del maniero, solcando le soglie del castello facendoci sentire, per un attimo che basta per essere ricordato, i signori del luogo.
In uno stanzone diviso tra mobili del 700 e sala della musica, riprendiamo possesso di personaggi in vacanza da troppo tempo. Fa ritorno anche la storica Christine che senza preavviso si è materializzata qualche giorno fa per riprendere possesso del suo ruolo.
Manca il sipario, manca una pedana che rialzi il palcoscenico, si pasticcia con le luci della sala che all’occorrenza si fanno fari di scena, si usa un’uscita di sicurezza per rivestirla da entrata di casa Brochant, ma sono opportunità che fanno esperienza e non limiti da superare.
E con questi ingredienti, di fronte ad un pubblico non particolarmente numeroso ma caldo e affettuoso che si fa raccolto intorno alla scena per gustarla al meglio (vista la mancanza delle altezze), mettiamo in scena un primo atto ineccepibile. E un secondo atto riveduto e corretto dove ogni attore si impone di lasciare sul campo una battuta : un gioco che non compromette lo spettacolo ma che ci ripromettiamo di non ripetere.
Sposiamo tecnico e, va da se, consorte, sugli ultimi applausi del divertito pubblico, e accompagnati dalle note delle danze di un vicino matrimonio ripieghiamo spettacolo e scenografia.
Giusto il tempo di riparare uno sciacquone che non ne voleva sapere di vincere, per dare un inaspettato valore aggiunto alla nostra presenza, e si torna verso l’allenato silenzio dello scarico di casa.
Le voci riprenderanno nella vicina birreria, per annaffiare con il malto il bel debutto della nuova stagione.

Albavilla - 29 aprile 2016
Giornata che promette freddo e pioggia al mattino, volge al meglio all’ora di pranzo, cancellando il rischio umidità e rendendo così’ tutto più piacevole.
Si carica in un attimo e si parte in ritardo, ma senza fretta, elencando i pregi (pochi) e i difetti (troppi) dello scandaloso spettacolo (per contenuti e recitazione) andato in scena la sera prima sul nostro palco a sostegno dell’associazione Cernobyl.
Anche il traffico è fluente nonostante l’ora e saremmo arrivati tutti per tempo se non si fossero preferite strade paesaggistiche a quelle più comode e veloci e non si fossero seguite sommarie indicazioni più dettate dall’istinto che non dal senso dell’orientamento per giungere al teatro.
E in un attimo si bruciano mezz’ore preziose quando il tempo è troppo risicato per perdersi in chiacchiere.
Albavilla ci accoglie per la prima volta tra le sue braccia ostentando ad ogni incrocio faccioni del nostro cretino ed un elenco infinito di sagre che vanno da quella pruriginosa degli uccelli a quella più godereccia del gnocco, in una serie di figurati doppi sensi che per pudore e pietà la cronaca non riporta.
Una agevole rampa di legno, brutta ma efficace, ci permette di recuperare un po’ di tempo, spalancandoci le porte di un teatro che percepiamo subito comodo ed accogliente.
Divorando gommose, quadri e divani prendono posto velocemente. Più lento e misurato il puntamento luci, che chiudiamo a rate tra un ripasso e l’altro degli assenti alle ultime prove.
Quando tutto è pronto, gli orologi psicadelici di Dani & Dani segnano un’ora troppo tarda per la solita pizza. Correndo, si ordina un veloce asporto da Elvis, che in tempi da record ci consegna con ciuffo spettinato una pizza ordinaria che consumiamo ai tavolini del bar dell’oratorio. E il tempo si ferma. Una volta tanto non scandito dalla fretta del nostro tecnico gaudiosamente preso dalle conversazione con il pari grado locale. Un caffè servito all’alberghiera da una quindicenne in un corpo da troll ci richiama all’ordine. Il sipario si sta per aprire. Per renderci conto solo ora che all’appello manca ancora Leblanc, che il lavoro ha tenuto prigioniero fino all’ultimo secondo utile.
E quando il conto alla rovescia è ormai iniziato e il brusio del pubblico si fa sempre più intenso, in piena zona san Genesio, ecco il cast completarsi con lo spuntar del disperso. Stanco, affamato, provato, ma latore di quella Christine che da due repliche ha ceduto il passo all’omonima Roberta e che oggi, per la prima replica nella sua vita, si godrà lo spettacolo dalla platea con la voglia, comprensibile, di essere a lottare sul palco.
Una voce fredda e registrata invita tutti ad accomodarsi. Ed apriamo lo spettacolo che chiuderà una rassegna che prima di noi, in questa stagione, ha ospitato tanti nomi con cui abbiamo condiviso tanti cartelloni.
Le luci si spengono in ritardo su un pubblico che si fa sempre più silenzioso, fino a sparire. Solo qualche brusio o timida risata lo riporta alla vita fino a metà del primo atto, per poi esplodere, in modo deciso ma misurato, per il resto dello spettacolo. Che scioriniamo preciso e cadenzato. Pensato e ben interpretato. E ci godiamo, oggi più del solito, l’intenso applauso finale, che sentiamo meritato e che decidiamo di non interrompere, come nostro solito, troppo presto. Gli applausi si fanno voce e parole nei commenti che raccogliamo mentre smontiamo le scene di uno spettacolo che anche a distanza di anni riesce sempre a trovare nuova vita e nuova linfa.

Gessate - 12 dicembre 2015
A Gessate si chiude la stagione 2015, per lasciare posto a brindisi ed auguri, questi si possono fare, in attesa dei palchi 2016.
Trasferta natalizia che si ammanta di blu : a scaldare carichi e scarichi ci pensano le nuove felpe griffate con marchio e passione GTT.
Il doppio debutto di tecnico e Christine stende qualche ombra di incertezza sulla serata, ben celata dalla fiducia che le poche prove hanno prodotto. Prendiamo in prestito l’esperienza di Stefano dal cast della “Scommessa” per la direzione di luci ed effetti di scena, che troverà sponda nell’infaticabile Max presidente di mezza estate. Torna a ridare sfogo ad una passione mai sopita dopo anni di sofferta lontananza Roberta, che ha sedotto il GTT e poi abbandonato (non definitivamente scopriamo oggi).
Dissolti nel nulla e poi ritrovati i costumi del discinto Menaux, si raggiunge la destinazione, giusto dietro l’angolo, in un niente. Ad attenderci il calore di chi da dieci anni insegue il nostro spettacolo e finalmente lo vedrà approdare sul proprio palcoscenico e il tepore di una sala che diventa subito accogliente.
Tante braccia rendono tutto veloce e semplice lasciando sufficiente spazio al lavoro di rifinitura per i debuttanti. Un bacio che mimetizza il dottore nel rosso del sipario e una tisana per tutti i gusti ci accompagnano da Zio Zack per la cena, ad una pizza che sarà ricordata più per le ugole dedicate alla Bella Tartaruga che fu, che non per la soddisfazione dei palati. Ma il servizio è discreto e veloce e non lascia spazio a commenti di circostanza.
Al rientro scopriamo il piacere di camerini caldi nonostante il freddo sia tenuto a bada solo dal plasticone di un gazebo. Vestiamo i panni di una sera nel magico mondo di fiaba popolato di Troll, valige mutanti che neanche la fantasia di Tolkien è riuscita a produrre. Lontano dall’euforia pre agonistica, il mal di gola di Le Blanc che cerca nel silenzio tutta l’energia da svuotare in scena. In un angolo le macerie di una Tour Eiffel destinata a restare incompiuta dopo l’estremo tentativo di montaggio dei debuttanti.
Tutto è pronto. Ci affidiamo a San Genesio domando a fatica una gheggheria dilagante che sembra non avere fine.
Poi, improvvisamente, senza annuncio, il sipario si apre sulla scena. Muto.
Forse un contatto o semplicemente la sorte annientano gli effetti di scena spiazzando gli attori che possono solo far intuire suoni e rumori bruciati dal fato. Un invisibile sospiro di sollievo ridarà serenità d’animo ai protagonisti quando allo scoccare del più importante ed insostituibile effetto di scena, la voce di Christine, quella nuova, echeggia metallica sul pubblico.
Un plauso a Roberta, che si è scrollata dalle spalle la polvere di anni di inattività, regalandoci una Christine diversa da quella vista per oltre cento repliche, ma comunque efficace, in una interpretazione matura dove la stanchezza del rapporto che doveva raccontare colava dolce amara sul pubblico. Pubblico infarcito di aficionados che ha chiuso occhi e orecchie sui problemi tecnici e sulla fiera del salto che, nessuno escluso, festeggiava oggi il giorno di massima affluenza. Nel complesso una prova di insieme che esperienza e presenza di spirito hanno tenuto degnamente in piedi. Al termine ci intratteniamo simpaticamente con i presenti congedandoli solo dopo aver fatto sentire loro, in differita, gli effetti che hanno mancato l’appuntamento.
Insomma delle somme, lo spettacolo alla gestione del teatro è piaciuto: torneremo!

Malgrate - 7 novembre 2015
Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, e per essere precisi la terra di Malgrate, ospita la prima replica di questa stagione, la 113 per la cronaca, della rodata Cena dei Cretini che, per uscire dai pericolosi binari dell’abitudine, deve sempre inventarsi qualcosa di nuovo per rendere ogni replica unica e irripetibile.
La luce del sole che si spegne rosata al tramonto sul piatto lago è la cartolina che ci accoglie dopo l’ultima curva. Toglie il fiato. Ma non aiuta. Perchè di fiato ne serve, a volontà, per portare a braccia tutta la scenografia su per gli ombrosi e umidi declivi appesantiti da suggestive ma impegnative scale. Solo dopo, provati e sudati dalla fatica, sfogata la sorpresa con frasi che il pudore subito cancella, possiamo ripagare sguardo e cuore con scorci che il tempo, fermandosi, ha reso ameni.
D’obbligo limitare pesi passi e parole per tenere una riserva di energie da sfogare sul palcoscenico. Improvvisati sherpa, gli attori muovono quadri e colori in fila indiana a guadare strade, dribblare ballatoi, scalare vicoli per conquistare infine il palcoscenico, vetta da domare.
Il resto è fin troppo facile. Uno spazio umile ma funzionale rende tutto semplice, lasciandoci il tempo per rispolverare gesti di scena che trovano subito memoria e sicurezza. L’imbarazzo della scelta dei camerini si risolve optando per il sottotetto che, lontano dal palcoscenico, ci costringe a velocizzare i preparativi per correre a nasconderci dietro al sipario ad anticipare l’arrivo del primo pubblico.
E quando i più stanno ancora consumando la merenda, giochiamo una cena d’anticipo al pub Covo Nord Ovest, lungo lago di Malgrate, che oltre ad una splendida vista su una luminosa e illuminata sponda opposta del lago, sforna, a dispetto del nome, una pizza degna di palato e memoria postuma. Impeccabile il servizio tatuato. Un po’ meno lo sforzo collettivo di dare nome ad un motivetto che ha tenuto Pierre sveglio per troppe notti trasformandosi da vezzo privato e tormentone pubblico. Il tempo regalato dal veloce montaggio lo dedichiamo al lago, che ci rapisce vista e minuti.
Leggeri nello spirito e veloci nei gesti prendiamo posto nei ruoli che lo spettacolo ci impone, lontani da una sala che scopriremo, sorpresi, gremita oltre il possibile.
Lo spettacolo incespica appena sui blocchi per poi scivolare misurato nei toni, pensato nelle intenzioni, cadenzato nei ritmi. Catturando un pubblico sempre più coinvolto che, caduti gli ultimi pudori, per tutto il secondo atto non smetterà di ridere e rumoreggiare divertito ad ogni gesto sguardo battuta che il copione più o meno fedelmente ci suggerisce. Anche il nostro tecnico, oggi più piovra che umano, non sbaglia un gesto. Ed è un piacere offrire uno spettacolo quasi perfetto ad una amicizia nata e fortificata durante le feste FITA.
L’ultimo applauso va a Roberta che ha deciso una pausa per dedicare tempo e voce ad una lingua straniera. Per limitata fantasia la sostituirà Roberta, un’altra Roberta, che ha tenuto a battesimo il gruppo alle sue origini e che torna ora a ricalcare la vecchia e mai doma passione.
In discesa ripercorriamo i chilometri che separano il teatro dal camion. Ma era previsto. E le lamentele, esaurite all’andata, lasciano il posto al solo dovere che spruzziamo a nostro modo di divertito piacere.

Novara - 30 maggio 2015
Saracinesche abbassate quasi completamente sulla stagione teatrale che sta per tramontare. Giusto lo spazio per far entrare quel tanto di luce necessaria all’ultima cena di quest’anno teatrale.
Novara ci offre una nuova possibilità in un nuovo teatro che teatro non è. La scritta Cinema Sacro Cuore ci sbeffeggia da altezze impossibili all’ingresso della struttura, e lo spauracchio si fa concreta minaccia quando, entrati, scopriamo un gigante schermo cinematografico che facilmente oscuriamo, un proscenio che sarà elevato a ruolo di palcoscenico e una sala giochi/bagno/magazzino accogliente per ospitare gli attori ma posizionata in sala per complicare gli accessi in scena. Inutile cercare il sipario: non c’è.
Fortunatamente la tecnica, essenziale ma sufficiente, è solo da accendere, regalandoci tempo prezioso per radunare le idee che adegueranno lo spazio per una dignitosa rappresentazione teatrale.
Ci apre la strada Alex, italiano di nome, peruviano di fatto, che con ritmo e frenesia milanese ci illustra, preciso e senza repliche, tutte le funzionalità della sala per sparire poi inghiottito dai suoi doveri lasciandoci, consegnate chiavi e responsabilità, padroni di casa. Anche il prete, che i parrocchiani hanno ribattezzato Shrek ma che di verde e mostruoso ha solo la maglietta, dopo gli onori di casa e una degustazione di caffè in cui non ci ha voluto coinvolgere, sparisce come gli orchi dalle fiabe moderne.
Mentre alcuni, segretamente, rendono indelebile per gusto e bontà un inaspettato gelato, altri, evitando i gradini piastrellati di fresco, trovato un ingresso alternativo alla sala, trasformano il proscenio in casa Brochant, si inventano un corridoio che maschera al pubblico l’ingresso in scena degli attori, cambiano latitudine al telefono fuori campo. Il tutto annaffiato da Aristofane che trova posto, per voce e genio del nostro tecnico, in ogni gesto che accompagna i preparativi.
Ci avanza del tempo per regalare un breve sonno al tecnico stroncato dalle troppe scale e per improvvisare una zumba made in GTT a rispondere alle provocazioni video di chi si stava godendo con occhi e orecchie, i colorati maestri del genere.
Ci muoviamo a caso per le vie del centro alla ricerca di una pizzeria. Ci troverà “il Pescatore 2”, quotato dal popolar giudizio della rete come accettabile ma senza eccessi. Ordinate le bevande con la regola del 2, mangeremo una discreta pizza tanto grande da renderne impresa il totale smaltimento. Anche l’arrabbiata degli irriducibili della pasta, pareggerà quella infuocata di recente memoria. Lo sconto imposto dal gestore multilingue renderà il tutto ancora più gustoso.
Al rientro ci aspetta una sala tristemente addobbata con solo tre posti riservati alla prevendita, che si perdono tra gli oltre 400 a disposizione. L’aspettativa è scarsa ma la progressione avviata deve continuare. Ci prepariamo senza fretta distratti da una lignea tour Eiffel in miniatura di fattura cinese da assemblare, gioco e metodo per far entrare Pignon nella parte ma che avrà l’unico risultato di irretire tutte le persone che si cimenteranno, senza esito, nell’impresa.
Cast ricco di Leblanc, oggi. I due presenti si contendono la parte, segregando a ruolo di Jean chi oggi si è messo in panchina.
La sala si riempie senza straripare ma più del previsto, rinvigorendo lo spirito di attori ed organizzazione.
E mentre si replica la presentazione in due atti non ancora smaltita di 8 giorni addietro, il nostro tecnico sale le interminabili scale che lo porteranno al luogo del comando da dove, oggi per la prima volta, seguirà tutto lo spettacolo di spalle. Prima di accomiatarsi, tanta è la stanchezza, ci chiede la cortesia di saltare quante più pagine possibili per anticipare al massimo il rientro.
E tanto tuonò che piovve. Al primo divano ci fumiamo una abbondante mezza pagina. Gli occhi del tecnico brillano di soddisfazione illuminando di diabolico bagliore tutta la deserta galleria. Bagliore effimero che si spegne battuta dopo battuta recitata con puntuale memoria per il resto della commedia, regalando all’avventore, in un crescendo mai domo, un secondo atto perfetto in tutto come mai. Lo incorniciamo, tutti d’accordo, per doverosa memoria postuma.
Il castigato pubblico di città, non avvezzo a rumorose sganasciate, segue e sorride composto, spesso accompagnando con divertiti commenti neanche troppo trattenuti, le vicissitudini dei nostri.
L’ingresso dalla sala vizia in parte i tempi di entrata in scena, ma è poca cosa che merita gli onori della cronaca più per dovere che per influenza, e la mancanza del sipario toglie un po’ di effetto alla chiusa, che recuperiamo nel siparietto finale con l’immancabile simpatica energia di Adele, che vede finalmente coronato il suo sogno di possedere, emula di Marlene, un cane come borsa, anche se di dimensioni ridotte a borsellino.
Chiudiamo la piacevole serata con gli ormai abituali ma mai monotoni dolcetti di Marlene, a suggellare una stagione teatrale intensa ma gratificante, programmando imminenti impegni del gruppo a divertirsi lontano, per qualche tempo, dal palcoscenico.

Borgomanero - 22 maggio 2015
Coda di una stagione che abbiamo deciso non tracimerà oltre il mese mariano. Ci aspettano gli ultimi due spettacoli tutti dedicati all’associazione ‘Una poltrona per due’ che ormai da anni vuole le nostre repliche nel Novarese. Esaurite le novità, doppiamo quanto già rappresentato riproponendo, a distanza di anni, la Cena dei Cretini. Meta : lo spoglio e ampio palcoscenico del Cine Teatro Nuovo di Borgomanero che, ormai lo sappiamo, dobbiamo arredare con tecnica e scene.
E’ venerdì. Si parte necessariamente tardi e abbiamo poco tempo per fare tutto. Ma la pendenza ci sconta qualche grado quando all’orizzonte appare, gradita sorpresa, Mattia che, sacrificata una sicura bionda al teatro, dimezzerà le fatiche dell’abituale tecnico.
Il traffico del fine settimana ci impone solo qualche trascurabile rallentamento e la scenotecnica, caricata da pochi volontari (i più arriveranno scaglionati a destinazione) arriva a destinazione per essere senza soluzione di continuità riversata sul facile palcoscenico.
La squadra dei tecnici, silenziosi ed operosi, danno luce e fiato ad una scena buia e muta. Gli attori preparano il loro mondo aiutati da swing up che rendono tutto molto più semplice e veloce. Le quinte nere oggi creeranno le pareti di un palco altrimenti troppo vasto.
Quasi in una danza i due team si uniscono per issare i fari, in un movimento da regata velica con marinai blu orchestrati dal rosso skipper.
Tutto è reso più leggero da caramelle giganti geneticamente modificate di provenienza IKEA che, non bastassero, si vedranno presto contendere il titolo da altre non griffate ma di uguale peso specifico.
Tirata a lucido la scena, posticipando il salato al dolce delle caramelle ed inventando una nuova dieta di dubbio impatto salutistico, ci abbandoniamo al buffet freddo di variopinti panini che fanno dimenticare la monocromatica cena consumata in questo teatro solo qualche mese fa. Tra un boccone e l’altro si parla di Expo, tra impressioni, aspettative e testimonianze dirette. Un veloce caffè offerto, conteso, dall’organizzazione e ci cambiamo d’abito, inondati dagli effetti speciali di un non identificato film proiettato sopra le nostre teste, quasi ad invadere, nuovamente, il più antico parente.
Una presentazione che se fatta in due atti forse sarebbe stata più digeribile, ci accompagna all’apertura del sipario, a scoprire un pubblico che ha colmato in extremis le aspettative dell’organizzazione nel pomeriggio delusa dalle poche prenotazioni.
In sala anche l’altro Leblanc, oggi dispensato persino dal sipario a portata di mano del tecnico bifronte.
Andiamo in scena con la stanchezza di una infrasettimanale ma concentrati e solleticati da un pubblico generoso di applausi e risa. In un colpo solo recuperiamo tute le incertezze e gli scivoloni che hanno snaturato la replica bustocca e offriamo uno spettacolo forse senza troppa lode ma sicuramente senza infamia.
Ci concediamo qualche scatto in diretta che subito buttiamo in rete e non ci sottraiamo al siparietto finale con la simpatica Adele, a cui diamo tutta la dignità di impegno e dedizione che si merita. L’ultimo applauso è per lei, mentre sfoggia la borsetta bassotto di Marlene che inculca strane idee canicide al Menaux.
All’addiaccio ci godiamo i commenti entusiastici del pubblico e finiamo, più per inerzia che per gusto, le ultime caramelle, a dare il colpo di grazia a stomaco e giornata.

Busto Arsizio - 9 maggio 2015
Principio d’estate a battezzare il primo spettacolo dell’ultimo mese prima del meritato riposo estivo. Ritorno al Sant'Anna di Busto, oggi, per provare a portare più gente in sala che in scena e dimenticare il record negativo di spettatori dello scorso anno.
E ci proviamo con lo spettacolo più longevo e collaudato, che oggi presenta, unica difficoltà sulla carta, un inedito Jean offerto generosamente in prestito dalla “scommessa”.
Quando sul furgone sono rimasti solo casse e quadri arrivano finalmente i rinforzi che, partiti appaiati al camion, hanno preferito battere nuove piste piuttosto che seguire quelle già asfaltate da altri.
Con poca fatica la scena prende posto e dopo essersi pavoneggiata davanti ad un inedito fondale rosa elettrico striato di boudoir, che ricacciamo subito al suo posto, ci lascia il tempo per dedicare il resto del pomeriggio, sfuggendo al buio umido e chiuso del palcoscenico, chi allo spirito, chi all’elettronica, chi all’oziosa chiacchiera all’aperto di anticipato gusto estivo.
Corsa ai Faraglioni di Olgiate Olona per consolidare la piacevole sorpresa di gusto e qualità battezzata lo scorso anno. La pizza si conferma gustosa e golosa, miete invece vittime l’arrabbiata, superando abbondantemente i limiti del piacere a sfiorare quelli dell’incendio. Doloso.
Siamo in ritardo. D’un fiato spariscono i caffè dall’aroma brasiliano, almeno nell’accento del cameriere, e di corsa si ritorna in teatro che troviamo già aperto e con i primi avventori in sala, auspicio di numeroso pubblico.
Veloce cambio d’abito in un camerino che sentiamo meno nostro non avendo trovato le tracce del nostro precedente passaggio.
E siamo pronti per la scena, senza trucco e senza inganno, scaraventati sulle assi dopo una presentazione essenziale al limite del silenzio.
Il pubblico chiassoso ma non numeroso, raccolto a triangolo isoscele, si zittisce alla comparsa del nuovo Jean, che svanga meravigliosamente la parte, neanche dovesse davvero prendere un treno per correre a festeggiare il padre. E superata quella che doveva essere l’unica incognita della serata, ci divertiamo a disseminare di ostacoli il resto del percorso in una costante sequenza di sbavature, salti, improvvisati recuperi e amnesie che fanno entrare lo spettacolo nella speciale classifica delle repliche da dimenticare stilata dal nostro visagista : “the ten worst dinners”.
Dai commenti finali il pubblico sembra avere comunque gradito e anche i tanti ragazzini presenti in sala, hanno mutato in attenzione e divertimento tutta l’eccitazione del chiassoso pre spettacolo.
Forse la scarsa concentrazione o la troppa sicurezza non ci hanno aiutato e non avremmo dovuto sottovalutare il gesto di una bimba che a metà del primo atto ha rispedito la cena al mittente seminando panico e curiosità su sala e palcoscenico.
Divertito ma coscienzioso mea culpa di gruppo dietro il sipario ancora caldo, addolcito dai gustosi muffin di Marlene che, penitenza, non potevano essere troppo morbidi al palato.
Si smonta con troppa agilità, pagata a caro prezzo dall’alluce di Leblanc che, presa una botta dal divano rovinatogli sopra, ora “L’è ner”. Ma per fortuna comunque integro.
La serata è tiepida e il camion, con un chiodo in una gomma che non comprometterà il viaggio, si richiude ad un’ora ancora casta. C’è tempo per una birra. Per dimenticare e per brindare alla prossima riscossa.

Solbiate Olona - 21 marzo 2015
Solbiate Olona ci accoglie per la prima volta tra le sue braccia mascherando l’entusiasmo con un cielo gonfio e indeciso che rende tutto precario, come l’equilibrio della berretta adagiata sulla testa dell’organizzatore in bilico tra camallo e montanaro.
Le porte si aprono su un palco castigato per dimensioni e allestimento tecnico che mediamo con le nostre esigenze di scena appendendo i quadri ai nostri swing up e accontentandoci di un puntamento luci fatto in epoca precolombiana con discutibili scelte di orientamento e gelatine e buono (volenti o nolenti) per tutte le stagioni. A onor del vero i fari, ad altezze non vertiginose, sarebbero potuti passare a miglior vita se solo in loco ci fosse la disponibilità di una scala, questa sconosciuta. Una funambolica e traballante piramide di mobilio e umanità ha potuto solo raffazzonare le carenze più evidenti. Anche l’impianto audio fa la sua parte quando, prima di prendere i giusti giri, ci regala voli su ritmo e pentagramma a rasentare la sperimentazione psicadelica.
Ci consola sapere che la struttura che ospita la sala, che alterna spazi culturali ad altri politico sociali, incorpora la sede locale del movimento cinque stelle, per l’onore di chi, nel gruppo, ama definirsi stellato.
Destinate ad altri, facciamo nostre le ovazioni che arrivano dalla vicina palestra a calibrare il ritmo con cui i quadri scendono dal squadro, si spogliano del pesante fardello e vanno agilmente ad occupare il loro spazio sulla scena, che prende forma in un attimo.
Il resto del tempo lo inganniamo scoprendo la miglior tecnica di produzione delle uova di Pasqua e delegando alla tecnologia anche la comunicazione tra i presenti innescando ad ogni messaggio condiviso il prorompere delle più variegate suonerie.
Pizza a km zero da Miseria e Nobiltà che scopriremo per servizio, attenzione, velocità e preparazione più la prima della seconda. E mentre il dottore, votato all’asporto, si deve accontentare di una tonno e cipolle (fù olive) rientriamo in una sala prestata a slide e relatori impegnati nell’annuale assemblea della pro loco, costringendo il pubblico sempre più numeroso ad espettare impaziente fuori.
Dietro le quinte un ritrovato Leblanc, messi i figli a studiare sui cubetti di scena, rivive gesti persi da oltre 6 anni malcelando un po’ di tensione in un delfino che, compito sin qui d’altri, disegna malfermo sulle grazie di Marlene. Per gli altri i gesti più recenti oggi si fanno compressi nell’unico camerino e nel bagno che le cipolle di una pizza che non passa inosservata rendono quasi subito impraticabile.
Con l’unico vizio del ritardo accademico l’organizzazione mette fine ai numeri della proloco e chiede i nostri. Ci ammassiamo dietro l’unica quinta praticabile dove anche una formica chiederebbe più spazio e accendiamo le luci della ribalta sul nostro spettacolo. In prima fila tre ragazzini seguono lo spettacolo in modo itinerante provando a turno tutte le poltroncine della fila senza mai staccare gli occhi, divertiti, dalla scena. Dietro un numeroso pubblico che subito ci fa sentire presenza e calore rendendo inutile l’eventuale spinta che l’Archambaud di riserva e qualche prossimo presente in sala avrebbero potuto agevolare.
Lo spettacolo scivola deciso e ben cadenzato, rinnovato dal ritorno dello storico Leblanc che due sole prove ha riportato agli antichi splendori, e da trovate in parole ed intenzioni che un Pignon a rischio narcolessia, ha non sempre consapevolmente offerto.
Interrompiamo gli applausi finali con qualche chiusura di sipario di troppo su un pubblico che dimostra a piene mani il gradimento della nostra messa in scena, che il nostro tecnico casellante, segregato in un gabbiotto a cui manca solo la sbarra autostradale, immortala per i posteri nel club del “presa diretta”.
Sull’ultima chiusura di sipario finalmente ci avventiamo sui dolcetti che Marlene ha custodito e preservato gelosamente dai ripetuti attacchi dando degna sepoltura al ritorno di Leblanc che ha sostituito chi oggi era impegnato alla prima di una scommessa piemontese.
Lasciamo sul campo il decanter, che ci abbandona durante l’intervallo per un “movimento brusco e…”, e qualche imprecazione ad accompagnare un gesto sbagliato subito dimenticato. La scena che lo vedeva protagonista sarà degnamente interpretata dal solo bicchiere, orgoglioso di un ruolo sin qui offuscato dal pallone soffiato, offrendo uno spunto anche per il futuro.
Si smonta con il limite della pioggia che ha deciso di dire la sua e che ci costringerà a riporre i quadri con un gioco di squadra degno di una danza tribale. Ma funzioniamo alla perfezione, e mentre l’dea di una spaghettata resta tale, consentiamo al casellante e a pochi altri al seguito, di lasciare il campo alla volta di altre danze, d’oltralpe.

Bottanuco - 28 febbraio 2015
La spensieratezza della giornata è amplificata dal cielo azzurro e dal buon umore del nostro tecnico che si rivelerà vero protagonista ed istigatore di risate e spunti di divertite discussioni.
A tenere banco per il tempo del breve carico l’onore che una compagnia della provincia di Sondrio ci ha fatto emulando quasi allo spasimo il nostro manifesto della cena dei cretini : rubati sguardi pose abiti e intenzioni. Spunto per battezzarci ironicamente la compagnia “che vanta innumerevoli tentativi di imitazione!” e offrire al plagio ogni gesto della giornata.
Arriviamo a Bottanuco senza sorprese, su un percorso che scopriamo ancora tracciato dalla Scommessa di poco più di un mese fa. Il clima è mite aiutando anche la temperatura del teatro ad essere meno rigida, unico spauracchio di uno spazio invidiabile per accessibilità dimensioni e praticità d’uso.
Appendiamo i quadri (paralleli come sembra ormai essere la comoda regola) tariamo pendenze e posizioniamo divani ed oggetti di scena senza sforzo. Orfani di un tecnico che decide di santificare la festa con qualche ora di anticipo lasciando agli attori il lavoro sporco e posticipando il check tecnico all’ora di cena.
Veloce prova, più per dovere che per necessità, dei cameo dello spettacolo.
Dedichiamo il resto del tempo ad un’ora di tè (e biscotti) in perfetto stile e orario inglese farfugliando ipotesi e strategie su uno spettacolo che ci vedrebbe protagonisti a nostra insaputa sul già battuto palco del Toscanini di Segrate. E mentre fantastichiamo cachet da capogiro per garantire una rappresentazione che probabilmente si dovrà fare, c’è chi, a conferma del tutto, prenota posti in sala pretendendo, ora spettatore, la messa in scena ad ogni costo. Nei prossimi giorni l’ardua sentenza.
Il rientro del tecnico ci riporta con i piedi per terra alla spettacolo che andrà in scena questa sera. Luci, fatte! Audio, tarato! E si cena.
Il profumo intenso di affettato e grana accoglie il nostro ingresso nella sala delle ricreazioni. E i gustosi panini, annaffiati da osannati ginger e spuma nera, velocemente prendono il loro posto nella catena alimentare cui sono stati destinati. Seguiti senza soluzione di continuità dalla gustosa torta con cui Marlene ama ogni tanto viziarci. Un caffè che il termos non ha troppo corrotto chiude cerchio e catena. Ma tutto passa in secondo piano quando gli alieni scendono sulla terra e prendono possesso di menti gesti parole.
Irripetibili le trame che spaziano dalle origini dell’uomo (scientifiche e bibliche) a sette (aggregazione, non numero) che appoggiano o spingono le variegate ipotesi extraterrestri.
L’arrivo del primo pubblico, terrestre, impone una pausa e spinge tutti nei camerini lasciando solo Finardi ad elemosinare un abduction.
Il clima non rigido come in passato ma comunque proibitivo ci costringe a gesti rapidi e decisi. Siamo pronti con abbondante anticipo per scaldare voce e arti e per entrare in ruolo e in un mondo che per due ore dovrà essere il nostro. Il pubblico di casa ci accoglie con il giusto calore e senza inciampi offriamo uno spettacolo che non ammette osservazioni. Il vino di apertura ingarbuglia la lingua di Pignon accentuandone le caratteristiche che il personaggio richiede: “non peggiorandolo mica, vero, anzi troviamo che migliora!”. La coda di influenza che non vuole mollare Le Blanc non ruba spazio all’energia che il personaggio richiede. E l’improvviso calo di voce al rientro di Christine, costringendola ad uno scotch fuori programma, può tranquillamente essere derubricato a calo di volume.
Spettacolo ben dosato per ritmo energia ed intenzioni, pensato e misurato, che il nostro tecnico, tirchio a complimenti, scomoda i cugini d’oltralpe esclamandolo “Champagne!”
I numerosi ed entusiastici commenti del pubblico tolgono il dubbio e il rischio di un giudizio di parte.
Il nostro tecnico stranamente ma magnanimamente non spinge il ritmo dello smontaggio concedendosi un po’ di riposo sui divani di scena prima di riaprire le porte nuovamente agli alieni che scopriremo, convinti, essere gli ideatori di nutella, coca cola e forno a microonde.
Forse il modo migliore per concludere una serata comunque spaziale.

Abbiategrasso - 15 febbraio 2015
Il furgone, imbandito da tempo, deve solo essere messo in moto e spinto verso la meta. E ad Abbiategrasso il gruppo si ricompatta, chi sotto la pioggia, chi sotto la neve, in un mezzogiorno che di fuoco ha solo quello che brucia sotto i nostri piedi per comprimere nel poco tempo che abbiamo montaggio-prove-puntamento-pranzo-caffè-investitura.
Si va in scena all’insolita ora nona per liberare il pubblico prima del vespro che la sala vuole dedicare alla celluloide.
Due ore per fare tutto, quindi. Scendono gli unici due tiri disponibili, dalla precaria forma a mezzaluna, che impongono alla scenografia disposizione e spazio recitativo. Diamo quindi priorità ai quadri che, sbucciati i più piccoli in atrio, trovano veloce posto in scena. La curva che il tempo ha imposto ai tiri ci costringe, per pareggiare l’orizzonte, ad appendere un quadro a perno, imponendo a Kandinsky un moto rotatorio che sarebbe perpetuo se un divano, dalla scena nel primo atto, dietro nel secondo, non fosse destinato anche a ruolo frenante.
Per rinfrescare la preziosa arte circense, obbligata dote di ogni completo attore, sballiamo funambolicamente il quadro più grande tenendolo sospeso nel vuoto in un gioco di improbabili intrecci umani. Appesa anche l’ultima cornice e approvate le altezze è un gioco regolare millimetricamente un puntamento luci già quasi perfetto.
Diamo il giusto spazio all’inedito Meneaux, fu Leblanc, che tappa magnificamente, con solo due veloci prove all’attivo, il buco lasciato provvisoriamente dal legittimo proprietario.
Un improvvisato pranzo al sacco, apparecchiato disordinatamente sulle prime file della platea, condito di divertite (quelle parlate) e gustose (quelle divorate e gentilmente offerte da Mamma Jean) chiacchiere ci obbligano ad un caffè pre-spettacolo. Che gustiamo, gioia del palato, al bar Saltament a due passi dal teatro, dando doverosa strada ad un pilifero signor Grassi.
Una vetrina di improbabili mutandine dei più svariati super eroi che impongono qualche domanda all’amico Freud, ci riaccompagna in teatro.
Mentre gli attori mutano in personaggi nel vicino bar improvvisato a camerini con vista dal cortile, lasciando alle femminucce l’angolo più nascosto da indiscreti sguardi, la platea si riempie per intero e la galleria a metà. La restante parte, agibile per seduta ma cieca verso il palcoscenico, non offrirebbe la vista che il prezzo del biglietto comprende.
Si sfiora il dramma quando, in zona cesarini, Pierre scopre che the e Tavernello sono rimasti nella credenza di casa, lasciando vacanti gli ambiti posti graduati, alcoolicamente parlando, di Scotch e Chateaux Lafitte. Giusto Leblanc, provvidenziale non solo in scena, risolve il problema Scotch. L’organizzazione ci offrirà un Aglianico doc che ridurrà in scena l’abituale divario con il più nobile vino francese.
Gli amici di Abbiategrasso presentano lo spettacolo sciorinando, imbarazzandoci, i premi vinti dalla compagnia.
E finalmente il prologo, da vertigine, costretti su una sottile striscia di palco tra sipario e pubblico. E dopo aver salutato Jean, ancora a mezzo servizio per un braccio che non ne vuol sapere di tornare in ordine, la scena e lo spettacolo si offrono ad un pubblico che fatica a rumoreggiare. Qualche brusio, qualche timida risata che non riescono ad esplodere nonostante il numeroso pubblico che ha fatto registrare il tutto esaurito e che in cuor nostro definiamo, più speranzosi che certi, freddo ma attento.
Si sveglia definitivamente con l’ingresso di Marlene, in un fragoroso applauso e una roboante risata che non si spegneranno più fino alla fine, intervallo compreso. Impeccabile, per verve e fisicità, il debutto di Meneaux, incorniciato avidamente dai baci di scena di Marlene che hanno, finalmente, solcato nuova terra, sotto gli occhi attenti, non gelosi ma possessivi, della moglie. Quella vera.
Indimenticabile la doccia di una frittata che, quando è buona e proprio buona, Cheval regala alla prima fila incolpevolmente a tiro.
Lo spettacolo? Ridotto involontariamente di qualche battuta è arrivato al pubblico nel massimo splendore che riusciamo a mettere in scena. Gli applausi finali e i commenti di chi ha voluto lasciarci una impressione lo hanno poi testimoniato.
E mentre le donne nei camerini consumano lingua e mandibole su dermatiti e affini, ci divertiamo a scambiare scatole e quadri e caricare e scaricare casse prima di trovare la giusta combinazione e la via di casa.

Carugate - 6 febbraio 2015
Giochiamo in casa. A festeggiare una ricorrenza che ancora fatichiamo a credere : 10 anni di repliche di uno spettacolo che ha segnato il cambiamento del nostro gruppo senza intaccarne lo spirito. Meno sono i capelli e maggiori le rughe, ma l’emozione di andare in scena, e andare in scena sul nostro palco e davanti al nostri pubblico nonostante lo spettacolo, è sempre una grande emozione. E per dare maggiore significato e peso specifico alla replica abbiamo deciso di dedicarlo a Max e all’associazione di amici che lo sostengono da quando, prima ancora che nascesse questo spettacolo, la vita ha deciso di mettersi per lui tutta in salita.
Doppia responsabilità che subito facciamo nostra : sia di far bene sia di raccogliere un numero sufficiente di persone per dare giustizia all’iniziativa. L’ennesima replica, la neve caduta in questi giorni e il picco d'influenza remano contro ma non scalfiscono il sold out, fino a quel momento solo sperato, che si annuncia qualche giorno prima del debutto.
Dedichiamo le ultime ore del pomeriggio a montare le scena che già troviamo sul palco, come un puzzle solo da comporre. Unici ostacoli con cui fare i conti : un inedito tecnico a sostituzione dell’imperterrito ballerino e la voce di Christine finita in cantina a sorseggiare Chateaux Lafitte. Teniamo a bada il primo con una attenta prova tecnica. Per il secondo ci affidiamo a San Biagio.
Meneax trova nel bassotto Ugo il personalissimo metodo Stanislavski per meglio interpretare il proprio personaggio. Sulla scena la sua interpretazione sarà indimenticabile.
Ma il tempo è tiranno e mentre il nutrito gruppo di tecnici smentisce l’aggettivo rinunciando al catering per rivedere luci e ombre di scena, proviamo a esorcizzare la tensione spazzando come cavallette il casereccio happy hour offerto dall’associazione che andremo a sostenere.
Costretti da un pubblico che già preme per entrare ci ritroviamo chiusi in camerini che siamo abituati a vedere stipati di umanità e che oggi troviamo particolarmente tranquilli ed accoglienti ad affrontare la nostra ennesima metamorfosi.
L’afflusso del numeroso pubblico che impone l’aggiunta di sedie in sala, ritarda di qualche minuto il “via” ma non ci evita la sfuriata di un ballerino che vuole tutto sotto controllo e mantenere alta la proverbiale puntualità del nostro teatro.
Il brusio che ci arriva da oltre sipario è prepotente. Ma incoraggiante. Adrenalinico.
E lo spettacolo che mettiamo in scena, nonostante qualche imperfezione imposta dall’unica prova e dal prolungato digiuno, brilla per ritmo ed intenzione. Il pubblico gradisce e ci accompagna senza sosta attento e rumorosamente divertito, scaldando e addensando l’aria di un teatro che si riempie di risate e coinvolti commenti. Anche Christine riesce a proporre volumi solo fino a qualche minuto prima impensabili, riuscendo a serrare anche questi ranghi.
E ci troviamo all’epilogo senza accorgercene, a presentare, oggi in carne ed ossa, la regista che non ha voluto mancare e a ringraziare il vero protagonista della serata, il nostro pubblico, che con la sua presenza ha dato il senso più completo all’evento.
I fiori per le signore e un pensiero dal pugno di Max sono un ringraziamento che non eguaglia la soddisfazione che a più riprese ci trasmettono con gesti e parole. E con il cuore leggero di felicità salutiamo con un brindisi parenti amici e volti nuovi in un foyer che vorremmo sempre così chiassoso e gremito.

Milano, Cine Teatro Maria Regina Pacis - 8 novembre 2014
Puntuale. Precisa. Immancabile. Tutte le volte che la nostra cena dei cretini si insinua tra uno spettacolo e l’altro, irrompe ed esplode prepotente la stessa identica sensazione. Di leggerezza. Di velocità.
Così ci troviamo con il camion pronto a partire prima che tutti gli invitati siano giunti al desco, increduli e insicuri di aver davvero caricato tutto. E la novità dei quadri, sempre gli stessi certo, ma confezionati nella nuova veste di fresco legno d’abete che, se ne ha aumentato il peso e reso meno agevole il trasporto, ha sicuramente incrementato protezione e velocità, soprattutto nell’imballaggio, ora limitato a 5 click per quadro. Messi sulla bilancia i pro e i contro di questa soluzione, sulla carta hanno vinto i pro. Dopo questo spettacolo potremo trarne anche le conclusioni empiriche.
Si parte orgogliosi e felici di riportare in scena questo spettacolo che quasi 10 anni fa ha dato una sferzata al nostro modo di fare teatro e che, vero amore, abbiamo deciso di tenere sempre con noi, nella buona e nella cattiva sorte.
A Milano si arriva facile, e facile troviamo la nostra meta. Un teatro parrocchiale schiacciato dalla chiesa e con tecnica e spazi scenici che sempre vorremmo trovare.
Lasciamo il nostro tecnico, infermo su un piede con tre dita sorde al movimento, a divertirsi nel nuovo ruolo di architetto di palchi, degnamente sostituito da Andrea che torna ogni tanto volentieri (per lui e per noi) a supportarci nelle fatiche della trasferta. Instancabile, dopo aver arredato il palcoscenico, a lui affideremo il sipario manuale.
L’arredo scivola dal camion al palcoscenico senza fatica. Fa effetto il trasporto dei quadri, portati come feretri, nella loro nuova veste lignea, ad una destinazione che sappiamo non essere l’ultima. Ricreato il salotto di casa Brochant, ci prendiamo non troppo seriamente facendo il ripasso di alcune scene per provare a mettere qualche pezza alle incertezze delle prove settimanali. Raddrizziamo definitivamente i quadri. Eleggiamo a proverbio inglese dell’anno “Letto nuovo viaggia veloce”, che spicca più per errore che per merito, da una selezione gentilmente offerta dalla nostra Marlene, e con calma ci dirigiamo verso la nostra pizza, che suona più come merenda che cena: sono le 18.15. Apriamo noi il locale, dando vita ad un cameriere ed un pizzaiolo che stavano consumando stanchi gli ultimi momenti di riposo in un centro commerciale, il Bonola, che non dimostra gli anni che ha, e che conferma la qualità di una pizza che da altrettanti anni viene sfornata con semplicità ed efficienza dalle stesse mani. Gustosa. Da ricordare e consigliare. Per la cronaca Pizzeria Risto Europe, di fronte alla banca.
Masticando giusi torniamo sui nostri passi per scoprire tutti gli uomini dell’organizzazione alle prese con una cassa automatica che, diavoleria elettronica, non ne vuol sapere di funzionare e costringendoli, arresi, all’emissione manuale di ricevute che, dato il per fortuna numeroso pubblico, ha ritardato l’apertura del sipario. E ha permesso a Meneaux di arrivare con calma in zona Cesarini, zaino in spalla, da una Liguria a cui non ha potuto rinunciare. E ha permesso a Cheval di scoprirsi dotato oltre ogni umana aspettativa in una esuberante foto di scena degna forse di altri generi spettacolistici : potere del controluce. E ha permesso a tutti noi di sottoporci con calma al trucco e al parrucco, oggi fatto a quattro mani : due tutte carugatesi e due direttamente dal Carnevale di Rio.
Ci affidiamo a un San Genesio e a un San Paolo (tributo alla visagista latino americana) che Jean, toccando nuove ed irraggiungibili vette di sapere, declassa a stadio di calcio, e il sipario si apre finalmente su una cena in competizione con altri tre spettacoli : quale modo migliore per misurare il nostro letargo?
Sarà il pubblico e la giuria a giudicare la qualità messa in campo (non ovviamente quello del San Paolo). Quello che possiamo raccontare dopo aver raccolto i complimenti e gli applausi del pubblico, è uno slalom tra parole mangiate, ritmi non sempre impeccabili, nomi che si scambiano di posto e tentativi di trasformare un testo di prosa in una commedia musicale, con una serie di interminabili vocalizzi sulla sesta nota ad opera di un Brochant soprano, che chiudono il primo atto aprendo l’intervallo su fragorose risate che riempiono il retro bottega. Per la cronaca è andato in scena uno spettacolo un po’ troppo meccanico. Troppo poco pensato. Troppo tanto recitato a memoria. E il troppo, stroppia. Con la speranza che la giuria non sia così spietata e la nostra autocritica abbia gli stessi eccessi criticati allo spettacolo.
L’umore non è scalfito. Alla cena tutto è concesso perché ha il merito di regalarci freschezza e buonumore.
Riponiamo tutto apprezzando il veloce imballo, che supera l’esame, e gustando la torta che Marlene ha voluto regalarci per festeggiare il ritorno sulla scena di questo spettacolo.
Fuori è piovuto, ma questa volta ce ne accorgiamo solo dall’asfalto bagnato.

Olginate - 12 aprile 2014
L’appetito vien mangiando. Così, finita una cena se inizia un’altra. Cambia solo il desco. E alcuni commensali.
Questa volta la tavola è imbandita a Olginate, dove il profumo di lago, quello di Lecco, arriva, ma non ancora prepotente.
Il gruppo si ritrova all’ovile, con calma. Quasi distratti carichiamo il furgone e si parte, stipati di uomini e cose in due auto che da subito gridano vendetta. Distribuito il peso per evitare di fare tutto il viaggio su due ruote, la spensieratezza del viaggio è subito gelata da un isolato malore, più imbarazzante che grave, che impone una disperata sosta tecnica al centro commerciale delle ormai ex torri bianche, ora ribattezzate a nuovo e meno candido colore.
Pieno di Imodium e si riparte. Ancora stipati ma… più leggeri.
A destinazione troviamo un bel palcoscenico quasi completamente pronto per il nostro debutto. Aumentano le braccia e diminuisce in proporzione il tempo per finire l’opera.
Pignon si improvvisa tecnico e costruisce un puntamento luci da manuale. E dopo aver trasformato la sala di un museo in un ricco appartamento parigino dissimulando i sostegni metallici con più eleganti quinte nere e chiudendo un occhio sulle cornici violentate da corde troppo strette, aspettiamo l’ora della cena sopraffatti da una sala che profuma di nuovo non solo metaforicamente e che ci catapulta su di una enorme auto appena ritirata dal concessionario.
Aspettiamo chi in altra parrocchia ha voluto mettere a posto anima e coscienza e, abbattendo un record dopo l’altro in fatto di capienza, trasformate le auto in carri bestiame, raggiungiamo la pizzeria ristorante prenotata ormai da giorni per non perderne la qualità osannata dai nativi. Ristorante Pizzeria la Botte. Ma basta un niente per cambiare accento e significato al locale quando un involontario cambio di calzone destina quello stipato di gamberetti al commensale sbagliato che, imperterrito, pulisce piatto e fame lasciando gli indigesti peperoni di terra a chi aveva scelto il sapore del mare. Svista a parte, consegnata ai posteri con un refrend che è risuonato per tutta la sera, la pizza è stata approvata da tutti, o quasi. L’arrabbiata, la pasta non la persona, tornata in auge con questo spettacolo, un po’ meno.
Indoviniamo le ultime sette ‘del carso’ declamate dal nostro tecnico e di corsa torniamo su palco e camerini ancora in costruzione. A prepararci per una serata ed uno spettacolo che ha onere e onore di celebrare la premiazione di una rassegna conclusa la settimana prima. Con il vantaggio di avere l’inizio anticipato di un quarto d’ora rispetto al solito e un intervallo limitato allo stretto necessario, per la gioia del nostro tecnico atteso da un dopo spettacolo danzante che vuole anticipare quanto più possibile.
E con una eccezione che è sempre più regola, senza trucco il sipario si apre sull’ampia e alta scena che, a debita distanza, trasforma noi attori in piccoli gnomi. Anche big Jean, oggi interpretato da Bobo, è vittima della medesima sorte.
La sala ha una densità di popolazione apprezzabile. In lontananza, sotto un fascio di luce blu, dj Meme, a guidare le danze.
Mettiamo in scena uno spettacolo spensierato. Leggero nello spirito (un ricordo l’ansia da prestazione di una settimana fa) e attento ai dettagli. Qualche sbavatura recitativa di un allestimento che ancora deve essere completamente oliato, ma comunque fluido e apprezzabilmente naturale e scorrevole. Compresa l’involontaria (?) doccia che Cheval regala allo sfortunato avventore in prima fila che, togliendosi con movimenti urgenti la poltiglia di polentine che lo ha sorpreso nel mezzo di una risata, amplifica e rende ancora più credibile la nostra di scena. E nonostante Carina, fotografa latina impazzita, che incurante di spettacolo e pubblico, ha scorrazzato imperterrita per tutta la sala scattando un nuovo record di foto che, chiediamo, diventino anche un nostro ricordo.
Saluti, ringraziamenti, www di rito, pubblico ludibrio ai gamberetti galeotti, un applauso alla regista impegnata in un debutto con gli adolescenti carugatesi e si smonta, con il brio e l’incessante incalzo di dj Meme, che dopo aver diretto vuole ora danzare. Quanto prima.
E fugge, nonostante il cellulare scomparso, prendendo in ostaggio i compagni di viaggio che non possono trovare posto nelle auto rimaste e che si vedono costretti a ingurgitare la colomba e gli auguri pasquali, lasciando ai rimasti un improvvisato brindisi pasquale, scambio di auguri e passaggio di testimone tra una cena, la nostra che speriamo ancora giovane, e un’altra, l’ultima, ma di sacro rimando che vedrà l’ennesimo epilogo questa settimana.

Cuasso al Monte - 4 aprile 2014
Tre anni. Anzi. 2 anni e 11 mesi per la precisione. E siamo di nuovo intorno ad una tavola che ritroviamo imbandita. Sono state sufficienti due prove per rimettere in piedi uno spettacolo che non ha mai voluto sedersi. Non pago delle oltre 100 repliche sin qui date. E la nostra CENA DEI CRETINI riprende oggi vita. Perché … si può fare!
Meta : una esotica Cuasso al Monte, abbarbicata ai confini con la Svizzera e ritagliata tra pozzanghere che i varesotti amano chiamare laghi. Per raggiungerla dobbiamo sgomitare nel peggior traffico di Varese che ci fa arrivare a destinazione troppo a ridosso per un qualsiasi spettacolo ma non per la cena, dalla proverbiale velocità nell’arredare palco e attori.
Ad attenderci la pro loco, che ci spalanca le porte del piccolo teatro che ospiterà lo spettacolo delusa dal deciso calar di pubblico dell’ultima stagione che, al momento, arriva a garantire solo 20 presenze che, in percentuale, sono comunque un discreto quinto dei posti a sedere.
il colpo d’occhio appaga la vista : una piccola struttura curata e ben accessoriata, semplice, ma calda (fin troppo per un riscaldamento mal dosato) e con una serie di file di poltroncine, meglio… sedie, regali per aspetto e comodità.
Preso possesso della sala, in attesa dell’arrivo del furgone, dove meglio affonda la lama tagliamo di netto in due “La Scommessa” che debutterà a dicembre nella nuova versione a due atti. Il tempo di alzare lo sguardo e c’è da faticare : il camion è qui.
Superate le imprecazioni di sorrisi condite del nostro tecnico che vorrebbe cospargere di miele le scale del teatro per rendere tutto più kabuki, gettiamo tutto alle spalle rimirando estatici un proiettore sospeso nel vuoto che solo l’uomo ragno, e a fatica, avrebbe potuto sostenere in questo modo.
Lasciamo sul camion l’inutile viaggio di quinte e swing up. Funamboli su scale mobili appendiamo i nostri quadri trasformando il luogo in una nuova unità di misura universale : il cuasso, tanto suona bene alle orecchie dei più. Veloci grazie anche al tecnico aggiunto, piazziamo i divani e le poche suppellettili richieste dallo spettacolo. Anche l’audio made in Carugate prende subito vita. Ed ecco cancellati in un attimo tre anni di silenzio.
Non ci sono quinte. Ma non importa. Il camerino è una piccola stanza più simile ad un loculo che a uno spogliatoio. Ma non importa. Le dimensioni del palco ci costringono a rivedere telefonate ed ingressi dalla platea. Ma non importa. La voglia di andare in scena e far rivivere questo spettacolo è troppa. E tutto passa in secondo piano.
Tutto. Tranne la tensione. Che ora, decelerando il ritmo dei preparativi, trova posto nello stomaco di tutti insieme al cibo di una improvvisata cena al sacco. Ed è palpabile. E tira i sorrisi. E lima le battute. E affina la cura dei preparativi.
Una telefonata, tra panini e caffè, per un attimo ci porta alla premiazione del giorno dopo, riconoscimento Garinei e Giovannini, che il nostro gruppo riceverà dalle mani di quell’Enzo che, indirettamente, dà parte del nome al premio. Ma è solo un attimo. E siamo a preparaci dietro un sipario le cui trasparenze, che domiamo con un teatrale controluce, ricordano più una garçonnière che un palcoscenico.
Con un sospiro di sollievo arrivano in extremis anche dottore e Marlene che informiamo dei pochi cambiamenti logistici. E senza il tempo (e la necessità di trucco) si va in scena di fronte ad una sala piena solo a metà.
Il sipario è manovrato dal tecnico aggiunto che sparisce magicamente dietro le quinte per riapparire in sala a godersi un mondo il suo debutto.
Entriamo a turno dal fondo della sala, nascosti nella cucina del teatro illuminata dalla sola luce della cappa del piano cottura, a ricordare la solitudine di certe notti.
E a turno facciamo il nostro dovere riempiendo la nostra cena di tutta l’esperienza e il mestiere accumulato in questi anni di silenzio.
Ne esce uno spettacolo nuovo. A tratti arrugginito e con qualche incespicata che non scalfiscono una recitazione con una estensione decisamente maggiore di come l’avevamo lasciata.
Arriviamo alla fine del primo atto e un attimo dopo al sipario finale scoprendo un testo sorprendentemente corto, rispetto alle successive nostre produzioni. E sorprendentemente bello.
Il pubblico ci regala un interminabile applauso e una timida isolata standing ovation che gustiamo e che non potevamo immaginare più sincera e calorosa e che, nell’unità di misura locale, potremmo definire di almeno 100 cuassi.
E anche se smontando rischiamo di perdere sul campo tecnico e Giusto sepolti da un divano che vuole scendere le scale da solo forse per il troppo miele lasciato dalle velleità kabuke del nostro tecnico, torniamo a casa felici. Di aver ritrovato uno spettacolo e soprattutto di aver ritrovato quegli attori e amici che come lo spettacolo si erano messi in pausa tre anni fa.

Darfo Boario Terme - 28 maggio 2011
Ultima cena e ultimo spettacolo prima della pausa estiva. E non poteva andare meglio.
Siamo ospiti delle belle valli bergamasche e il tempo è dalla nostra. Siamo carichi e sereni. L’unico problema che si è presentato – l’assenza del dottore – lo abbiamo risolto nelle ultime due settimane trasformando in attore navigato, Massimo, che fino a ieri, saltuariamente, seguendo la mogliettina Mira di Rumors, ci dava una mano nelle attività di carico e scarico.
E non ci scalfisce minimente, al nostro arrivo, lo scoprire che, per un malinteso… manca completamente l’impianto luci. Poco male, si va in scena con le luci di sala accese che tutto sommato illuminano adeguatamente anche il palco della sala congressi che ospita lo spettacolo.
La scenografia, con il check tecnico limitato al solo audio, va su in un attimo conquistando il posto della seconda miglior prestazione di sempre nella velocità di montaggio.
Dopo qualche ciliegia, uno scherzo ben assestato da Daniele, e uno sfizioso pranzetto all’ombra delle palafitte dell’archeopark annaffiato rigorosamente da acqua Boario, si va in scena di fronte ad un numeroso pubblico di valligiani, per buona soddisfazione dell’organizzazione.
La serata è speciale. Lo spettacolo è offerto gratuitamente all’Associazione Nazionale Donne Operate Al Seno (ANDOS) e la presidente, la Fulvia, ha una carica esplosiva amplificata dal suo alternare di italiano e di dialetto strettissimo (per noi una serie di suoni gutturali incomprensibili).
E la stessa energia il pubblico ce la getta a secchiate sul palcoscenico, con risate di pancia ed applausi genuini e prolungati come mai in passato. Massimo ha gestito il suo ruolo con freddezza ed aplomb invidiabili. Andrea/Leblanc, vista la mancanza di un retropalco, si è inventato una passeggiata tra il pubblico di fronte al palco per passare da una parte all’altra della scena per la sua successiva entrata.
Ed è stato divertente ed emozionante insieme, abbandonarsi (non troppo per non compromettere lo spettacolo) ai volti del pubblico - illuminato dalle luci di sala - attento e divertito, intento a seguire con risa, smorfie, commenti a mezza voce, sussulti ed applausi, l’evolversi della vicenda.
Come se una volta tanto i ruoli si fossero invertiti ed il nostro pubblico fossero degli inconsapevoli attori che ci hanno regalato uno straordinario spettacolo. Vero.
E noi abbiamo ricambiato portando forse a Darfo la miglior ‘Cena dei Cretini’ di sempre. Meme dixit.
Chiudiamo la serata davvero soddisfatti gustando una stupenda torta di cuoca-Valentina e dandoci appuntamento ad ottobre.

Busto Garolfo - 29 aprile 2011
Giornata tutto sommato tranquilla. Si arriva a destinazione per tempo. Si monta in un bel teatro ben attrezzato e si va in scena di fronte ad un pubblico non particolarmente numeroso ma attento e pienamente soddisfatto a fine spettacolo.
Ad animare la trasferta, la sparizione di un cavetto d'acciaio con cui appendiamo i quadri che ci costringe ad un fuori programma nella ferramenta più vicina.
A colorare la trasferta il debutto di Angelo, che si è prestato a preparare ed interpretare magnificamente la parte di Jean in pochi giorni.
A profumare la trasferta la pizza che il dottore si è mangiato dietro le quinte mentre il resto del gruppo era in scena, inondando palco e platea con i profumi della 'bella Napoli' e moltiplicando a dismisura la salivazione degli attori.
Indimenticabile invece lo spettacolo, affrontato con la giusta tranquillità e che ha regalato al pubblico di Busto una delle migliori CENE mai rappresentate, dove ogni personaggio non è stato recitato a memoria ma sempre pensato, vissuto ed interpretato.
"Questo si che è stato bello, mica Mozart!"

Alessandria - 6 aprile 2011
Cento Cene!
In sordina perché i festeggiamenti ufficiali sono stati rimandati all’estate, oggi festeggiamo la centesima replica della nostra CENA DEI CRETINI. E sarà una replica che sicuramente non dimenticheremo tanto facilmente.
L’appuntamento è alle 16, ma un imprevisto al camion non ci permette di muoverci fino alle 17.15. E Alessandria, con il traffico milanese dell’ora di punta che ci si mette fra i piedi, non è propri dietro l’angolo. Arriviamo verso le 19, con la palestra, che ospiterà il nostro spettacolo, ancora gremita di ginnaste delle langhe.
Ci accoglie Enrico, pilota di aerei di professione e di fatto, visto che ci impone subito un preciso piano di volo. Si deve finire di montare entro le 19.55. Quindi cena fino alle 20.40. Quindi ci si prepara per andare in scena alle 21.15. E guai a sgarrare. E in effetti il primo traguardo è raggiunto, montando la scenografia a tempo di record. Peccato poi che il ristorante è fuori città e per raggiungerlo ci impieghiamo un quarto d’ora nonostante la guida decisa di uno Shumacher in gonnella che ci fa da apripista. Ed è un doppio peccato, perché il cibo e il posto meritavano sicuramente un po’ di tranquillità in più per gustare i piatti freddi e caldi che ci hanno zavorrato prima di andare in scena. Poi corsa verso il teatro. Sono già le 21 passate. Qualcosa non ha funzionato sul piano di volo! E ci attende una palestra già gremita di gente. Comprimiamo al massimo i tempi. Ultimi dettagli tecnici, cambio d’abito, scaldata di voce e san Genesio in 10 minuti netti. Come gladiatori siamo stipati negli spogliatoi sotto la palestra pronti ad entrare nell’arena che scalpita sulle parole introduttive del dirigente scolastico. Le luci si spengono. Si fa silenzio. E quasi senza accorgercene andiamo in scena.
Bello.
Bello lo spettacolo : senza sostanziali sbavature. Bello il pubblico : adulti sugli spalti e bimbi seduti e sdraiati davanti a noi, caldi e divertiti e attenti. Bravo Roberto che, primo nella storia di questo spettacolo (e forse del GTT) ha dovuto sopperire alla defezione di Giuseppe ricoprendo il doppio ruolo del mansueto Jean e del predatore Meneaux (il telefono in penombra ha permesso di mascherare bene l’ubiquità dell’attore).
E poi i meritati applausi finali.
E finalmente i ritmi calano. E prendiamo coscienza del fatto che siamo ad Alessandria. Che abbiamo cenato. Che siamo andati in scena e… che siamo alla replica n. 100. E iniziano i festeggiamenti. Valentina estrae dal cilindro della sua fantasia culinaria una bella e buona torta con dedica che ricorda il traguardo raggiunto. E sfodera un bigliettino dolce-amaro della nostra regista che mai come questa sera avrebbe voluto essere con noi. E la festa contagia anche tutto il gruppo degli alessandrini. Il pilota vola a recuperare un paio di bottiglie di ottimo prosecco. E le suore dell’istituto, cordiali e simpatiche e divertite, ci fanno dono di una preziosa cassa di vini delle langhe. Ci fanno sentire a casa. Ed è un piacere festeggiare con loro.
Insomma… un bel 100!

Sesto San Giovanni - 27 marzo 2011
Secondo appuntamento per il progetto TXSO. Questa volta siamo a Sesto San Giovanni, per l’associazione OIKOS, che ha lo scopo di sostenere e assistere i minori e la famiglia.
E’ una pomeridiana, ma il tempo è dalla nostra. Una sottile ma costante pioggerellina sicuramente convincerà anche gli indecisi a venire a teatro. Ma è una pomeridiana e siamo in un oratorio… sappiamo quindi cosa aspettarci…
Ma andiamo con ordine.
Prima un gustosissimo pranzo nella sede dell’associazione con i volontari. Pasta al forno e melanzane alla parmigiana ci hanno messo di buon umore. I bignè farciti alla crema hanno fatto il resto. Sotto tono lo stomaco del nostro tecnico reduce da un week-end all’ingrasso in Val d’Aosta. Avrebbe preferito una pastina.
Il montaggio delle scene è stato fatto a tempo di record : il palco è davvero piccolo e posizionare due divani, due tavolini ed un quadro ci richiede davvero poco tempo. Il sipario si inceppa. Decidiamo quindi di non usarlo. Giusto il tempo per le prove tecniche, decidere ingressi ed uscite e abbiamo un po’ di tempo per divertirci con i bimbi dell’oratorio che incuriositi ci gironzolavano intorno come mosche.
E poi lo spettacolo, di fronte ad un pubblico numeroso, per buona soddisfazione dell’associazione che così ha potuto far fruttare il pomeriggio. E accompagnato da un costante sottofondo di urla e grida e tiri di pallone dei bimbi che giocavano nella sala accanto. Non è stata una passeggiata. I personaggi sono usciti a metà del primo atto (prima c’erano in scena Danilo e Daniele, poi finalmente sono arrivati Pierre e Pignon) ma ci siamo divertiti. E lo spettacolo è andato bene, tenuto conto anche del fatto che era due mesi che non lo rappresentavamo.
Sul palcoscenico con noi il gradito ritorno di Anastasia che, legata all’associazione OIKOS, è tornata con noi e per loro a rivestire i panni di Christine. Chapeau a Roberta che ha ceduto il passo per questo spettacolo ma ha voluto comunque esserci per darci una mano, sostenere Anastasia e anche solamente ‘esserci’.

Milano - 29 gennaio 2011
Primo spettacolo offerto gratuitamente a sostegno di associazioni che fanno della promozione sociale il loro mandato. E’ toccato agli amici de ‘Il mondo è la mia casa’, associazione a sostegno dei bambini nelle favelas brasiliane.
“Amici”, perchè con loro abbiamo fatto subito gruppo. E l’intesa è stata perfetta. Culminando intorno ad una tavola dove, prima dello spettacolo, l’hanno fatta da padrona una indimenticabile carbonara e dei veri saltimbocca alla romana. Perchè è vero che ‘...ci nutriremmo di applausi...’ (cfr.) ma anche lo stomaco vuole la sua parte.
Lo spettacolo è stato all’altezza della cena. Il teatro gremito e l’incasso e quindi il sostegno... garantito!
Tre telecamere con regia e montaggio in presa diretta ci hanno fatto sentire quasi in tv...
Al termine, una pioggia di commenti positivi scritti sui nostri fogli di sala, ci ha letteralmente inondato. Come non mai.

Roncola - 7 dicembre 2010
Un traffico indescrivibile. Per coprire i pochi chilometri che ci separano dalla nostra meta ci mettiamo un'eternità. Arriviamo con il buio e il freddo. E con solo 45 minuti per montare la scena prima del pasto offerta dalla locale Pro Loco. E' la nostra seconda volta alla Roncola. Sempre con questo spettacolo. Ma ci attende una prima sorpresa. Il bel teatrino è stato ristrutturato e quadri, divani e tecnica vanno su che è una meraviglia. Giusto il tempo per organizzare entrate ed uscite e poi via, verso il nostro ristorante. Istintivamente prendiamo la via del ristorante che ci ha ospitato la scorsa volta, a base di affettati e minestrina. Ma qui ci attende la seconda sorpresa. Cambio di ristorante e cambio di menu: rigatoni al cervo, crespella prosciutto e formaggio, spezzatino di cervo, fesina di vitello con zafferano e panna, frittura mista di verdure e cipolle, crostata di nutella, crostata di marmellata e terzo dolce imbottito di ogni frutto che ti possa venire in mente (uvetta, mela, fichi, arancio, ...). E il sacrosanto caffè. Il tutto in 40 minuti netti. Non so ancora come siamo riusciti ad andare in scena e ad offrire al poco ma entusiastico pubblico uno spettacolo non solo decente, ma davvero buono. Il nome del ristorante : La Genziana. Da provare.

Varano Borghi - 4 dicembre 2010
Per sicura intercessione di San Biagio, acclamato a gran voce - si fa per dire visto lo stato di molte ugole -, riusciamo a portare a casa un gran spettacolo (e un tutto esaurito) nonostante le gole compromesse dagli acciacchi di stagione di parte del gruppo. Da incorniciare l'operosità e l'intraprendenza di tre indigeni della locale compagnia di teatro, uomini al soldo di Mimma, che hanno svuotato il nostro camion e montato le scene in un batter d'occhio, facendoci così entrare nel guiness dei primati per la scenografia montata nel minor tempo di sempre. La pizza del ristorante Europa? Senza infamia e senza gloria.

Cuorgnè - 20 novembre 2010
Piove. Tanto. Un'incessante pioggia ci accompagna per tutti i 150 km del viaggio. E durante lo spettacolo. E per tutto il viaggio di ritorno. Ma tutta quest'acqua non basta per fermare il calorosissimo pubblico che riempie quasi completamente il teatro che ci ha ospitato questa sera. E, ciliegina sulla torta, una pizza davvero ottima, da 'top ten', servita da un calabrese che vorrei vedere al nostro fianco sulle assi di un qualsiasi palcoscenico (un simpatico 'attorone'). Per la cronaca : Pizzeria Royal, in corso Dante.
Durante l'intervallo ci arriva la notizia che al concorso di Melzo il nostro spettacolo ha raccolto le aspettative del pubblico ma nessun premio tra quelli in palio, se non un 'magnum' per affogare nell'alcool la delusione. Non lo nascondo, qualche aspettativa è stata disillusa, ma il calore del pubblico di Cuorgnè ha cancellato subito tutto.

Gorgonzola - 2 novembre 2010
A dispetto del nome della località, non abbiamo pasteggiato a base di formaggio ma... della solita pizza. Capitiamo in un buco dal nome "L'oro di Napoli". Nome molto presuntuoso per un posto assai modesto e tutto sommato neanche troppo invitante. Poi abbiamo capito. Gestore napoletano e pizzaiolo egiziano : accoppiata esplosiva. E abbiamo gustato una delle migliori pizze del nostro tour. Ecco l'oro di Napoli! Quando l'abito non fa il monaco!
E una menzione particolare va al nostro Roberto, per la prima nei panni, o meglio, nei non-panni, di un esuberante Meneaux.

Gattinara - 16 ottobre 2010
Pizza alla Tavernetta. Ma il servizio diciamo che non è dei più celeri. Fortuna che ad intrattenerci, a loro insaputa, ci pensano un gruppo di ragazzini e ragazzine che stanno festeggiando un compleanno : argomento principale urlato nella sala del ristorante... il vomito, dei bei pezzettoni di vomito verde. Perchè, scopriamo, la poveretta aveva mangiato il pesto!
E un sentito grazie anche al fantasma della Piscitelli che, grazie a Meme, è rimasta con noi per tutta la serata.

Bagnatica - 11 settembre 2010
Facciamo il solito boccone prima dello spettacolo con pizze d'asporto, ordinate "Da Gerry", via S.S. Redentore 14, Bagnatica. Nel menù un elenco infinito di pizze. Ma su tutte spicca una novità assoluta : la pizza con la polenta. Perchè siamo in provincia di Bergamo, mica a Napoli!

Ronco di Cernusco s/N - 10 settembre 2010
E' la festa patronale di questa piccola frazione, anzi meglio, vecchia cascina, di Cernusco s/N, dove la vita di corte ancora si respira e ci riporta indietro nel tempo. E anche il tariffario di un vecchio casino appeso nel ristorante dove beviamo un caffè, da una mano a rinfrescare lontane memorie (semplice : lire 1,50 - doppia : lire 2,80 - quarto d'ora : lire 3,15 - mezz'ora : lire 5 - un'ora : lire 7). Il palco è allestito all'aperto, nel centro della corte Taverna. Alla nostra destra, per tutta la durata dello spettacolo, friggono patatine e cuociono salamelle. Gli odori inondano il palco portandoci la salivazione (e gli appetiti) a mille. Mai stata così dura andare in scena. Mai come oggi non vedevamo l'ora di arrivare al termine dello spettacolo. Per tuffarci anche noi sulle salamelle!

Vizzolo Predabissi - 28 maggio 2010
Replica numero 90. Ed è vero l'abbiamo provato sulla nostra pelle. La paura fa 90!
Un ingorgo spaventoso in tangenziale ha permesso ad alcuni attori di arrivare solo all'ultimo momento (e per fortuna sono arrivati). L'impianto audio del teatro è entrato in funzione solo grazie ad un miracolo del nostro tecnico (come abbia fatto resta un mistero, per i dettagli chiedere di Meme). Alcuni fari erano bruciati ed  i pochi rimasti non potevano essere regolati, mezza scena quindi è rimasta in penombra. Per non compromettere alcune scene ce si sarebbero svolte propri nella parte buia, un quarto d'ora prima di andare in scena abbiamo girato la scena: la destra è diventata la sinistra e viceversa. E' stato come recitare allo specchio!
Ma indimenticabile è stata la gentilezza, l'accoglienza e la qualità della trattoria-pizzera Dolce Emilia, via Melegnano 17, Vizzolo Predabissi MI. Da ritornare per gustarsi una serata di coccole culinarie.

 

 

 
 ultimo aggiornamento 30/05/2018

 

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