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GLI ALLEGRI CHIRURGHI
di Ray Cooney

APPUNTI DI VIAGGIO TEATRALGASTRONOMICI
Aneddoti, curiosità, buoni piatti o semplicemente cose da ricordare delle nostre trasferte

Biassono - 27 ottobre 2017
In una giornata di sciopero nazionale dei trasporti e corso locale sulla sicurezza, sono messi in discussione i normali tempi di trasbordo scene.
Così, costretti dalla sicurezza a partire a ridosso del tramonto e dallo sciopero ad aumentar i tempi del tragitto, si decide di tenere a bada i succhi gastrici secondo la libera intraprendenza di ciascuno, e di dedicare l’incerto tempo a nostra disposizione al montaggio scene.
Il vezzoso palco (e il teatro tutto) che lo scorso anno ha incorniciato agilmente la Cena dei Cretini, mette in difficoltà la composizione della meno agile scena dei Chirurghi, costringendo a nuove geometrie finestra e porta che, obliquamente, si perdono nelle buie profondità del palco. Funambolicamente vengono fissati alle piccionaie anche i pannelli laterali e con poche cose ripieghiamo il S.Andrea nel piccolo boccascena di Biassono. E il risultato ci piace.
Il poco tempo che resta prima del cambio d’abito è dedicato ad un frugale improvvisato pasto nei caldi camerini, arricchito da chiacchiere e dagli oggi più che mai apprezzati dolci di compleanno di Leslie : se in scena il tempo si è fermato dalla prima replica sui suoi 18 anni, nei camerini scorre imperterrito e ha segnato due giorni fa un’altra tacca.
Fugge al destino solo il nostro tecnico che si ritaglia il tempo per la tradizionale pizza pre spettacolo : la sicurezza, probabilmente, mette appetito.
Con la bocca ancora impastata di auguri ci dividiamo, per gender, sui due piani dei camerini : soppalcate le donne, scantinati gli uomini.
Il tempo di un san Genesio e poi sul palco, a respirare, prima delle luci della ribalta, il brusio del numeroso pubblico che quasi gremisce platea e galleria.
Le “minchiette” di gatto, che oggi hanno preso posto delle più pudiche lingue, ci strappano l’ultimo sorriso prima del sipario. E via!
Sala e spettacolo si scaldano subito, in un continuo scambio di calore, che rende tutto fluido e divertente sia per chi guarda, sia per chi fa. Qualche sbavatura, che altrimenti potremmo definire di troppo, viene quasi impercettibilmente assorbita dalla sicurezza e spontaneità che man mano lo spettacolo trasmette.
E su un sipario che non vuole chiudersi, salutiamo la vera gotta del regista, che ancora non da tregua, e le presunte emorroidi del tecnico (e che ci auguriamo restino tali).
Rimangono in sala, per un saluto privato (apprezzato) e una mano allo smontaggio (gradito) gli aficionados di sempre che oggi hanno esteso il nostro pubblico fino al Brasile con un ospite che, sua e nostra la sorpresa, porta il nome della suora “… molto larga, piena di grinze, grigiastra...” che apre lo spettacolo.
Le poche cose trovano velocemente la via del ritorno, mentre allertiamo l’organizzazione di un Moka che ha trovato posto in rassegna sotto mentite spoglie.
Tra noi c’è chi parte per la grande mela, a correre in rosa per la vita o solo per turismo.
E chi resta, provando a chiudere la serata in chiacchiera al solito “Sayo” per ritrovarsi, rifiutati dal primo, a recuperare la cena perduta allo Stregone che, magia, non chiude mai.

Sannazzaro de Burgondi - 14 ottobre 2017
All’ombra di una cena (tra amici) che ancora non decolla, si apre la nuova stagione di repliche ed inediti del Gruppo. A spalancare i battenti spetta ai Chirurghi, che spolvererà il palco di Sannazzaro de Burgondi, che con noi apre sipario e rassegna.
Lasciamo quindi Pavia alle spalle, vento nei capelli, sole negli occhi, per raggiungere quella piana che risplende tersa di giorno, in un’estate che ancora non se ne va per trasformarsi fumosa di nebbia di notte.
Ma la notte ha da venire, e l’energia del rinnovato debutto che olia ingranaggi fermi per ferie da quel dì, insieme al tepore di un tiepido autunno, ci regalano serenità, metodo e spensieratezza.
Ad accoglierci il Sociale, pezzo di storia del teatro (architettonico) della cittadina, e Giovanni e Carlo, pezzi di storia del teatro (umano) locale; il primo per gestione, il secondo per azione scenica.
Un’occhiata al palco che lo scorso anno ha ospitato la cena, e subito ci torna alla mente l’ampio proscenio ed un sipario tanto arretrato da essere inutile ingombro.
Ma si monta senza fatica. L’estate non ha cancellato sequenze e compiti e tutta la scena tutta, trovo posto sull’ampia piazza che ora attende solo gli attori, alcuni ancora in viaggio, altri ancora negli stanchi panni dei montagisti.
Quando il profumo della pizza già riempie l’aria, fa capolino il lento zoppicar del regista che, galeotto fu lo spettacolo, reduce da operazione e degenza per gotta (si, solo gotta), lentamente sta riconquistando mobilità e palcoscenici.
La pizza è quella ‘convenzionata’ dello scorso anno. Stessa lentezza, stessa indecisione, stessa pizza che sembra buona al primo boccone ma che poi già stanca al terzo per ‘pesantezza’. Unico vezzo, l’assenza sentita ed immotivata, del cameriere agghindato da prima comunione che lo scorso anno ha saputo far parlare di se!
Nei camerini, l’aria ha mantenuto, per fortuna solo sfumata, la stessa fragranza dello scorso anno, rendendo quindi meno traumatico l’impatto postprandiale con il palcoscenico. A compensare il sapone dei bagni di sala che, ad ogni utilizzo libera profumi che potrebbero rinfrescare una intera discarica.
Il nostro tecnico si posiziona in sala, il pubblico, abbastanza numeroso, prende posto, noi indossiamo i nostri abiti senza trucco e senza inganno, e dopo un’esitante presentazione della qui pro quo loco locale, che si arrotolata in un discorso che non riesce a sbrogliare, si parte.
Ricalchiamo quello che spesso accade alla ripresa dei lavori dopo una lunga pausa. Lo spettacolo perde forse, in modo quasi inafferrabile, un po’ di ritmo, ma ne guadagna in interpretazione e misura. Qualche piccola incertezza dovuta ad improvvisi bui che qualcun altro toglie tempestivamente dall’ombra, senza lasciare tracce o intaccarne il ritmo.
Il pubblico si diverte. Tanto. Su tutti le risate di alcuni ragazzini in sala che seguono attentissimi le vicende sul palco, come fosse un film, ma dal vivo.
E gli applausi che alla fine chiudono lo spettacolo, e che non vogliamo fermare, sono tanti e fragorosi.
Il regista si prende la sua dose zoppicando fino ai piedi del palcoscenico, ancora non è pronto per salirne le vertiginose altezze. Violiamo la sua privacy raccontando la sua gotta. La parte delle emorroidi spetterà al tecnico, che si ridesta dal torpore dell’ennesima replica e si diverte con noi.
Scopriamo che la rassegna ha anche una sfumatura agonistica. Si vota dal 5 al 10 per eleggere quello che a fine stagione risulterà il miglior spettacolo ad insindacabile giudizio del pubblico. Ci divertiamo ad infarcire di ‘10’ il piccolo epitaffio di chiusura spettacolo per colpire in modo subliminale, ma poi neanche tanto, l’intenzione di voto dei presenti.
C’è chi parte subito per la maratona del giorno dopo nella patria del culatello, e c’è chi smonta.
Come concludere? “Buona la prima”.

Carugate - 21 aprile 2017
Si gioca in casa. Per una replica pensata per il sociale a sostenere gli eredi di un disastro nucleare che ancora oggi non siamo riusciti a cancellare.
Il tragitto tra box e palco è praticamente nullo, ma riusciamo ad azzerare il fattore campo con un ritardo che impegni lavorativi, barbe e brufoli riempie di ragnatele il furgone aperto su una inutile attesa.
Poi finalmente le braccia, tanto attese, a caricare più di getto che con giudizio.
Per ammortizzare il tempo bruciato dall’attesa si monta prenotando gli ultimi biglietti di una sala che va riempiendosi e raccogliendo, tra presenti ed assenti, la comanda per le pizze che, rispolverando sane e vecchie abitudini, si consumeranno in piedi nel foyer del teatro.
Missione compiuta.
Il palco si traveste di noi, nel miglior colpo d’occhio che questa scenografia possa dare, perché qui pensata e qui nata.
Nel frattempo il cerchio magico si ricompone, e tutto è pronto per la pizza allargata ai tecnici di tutti i tempi e di tutti li spettacoli. Su di noi, come una nuvola, vaga lo spettro di Massimo Renga, nato da una gaffe radiofonica di Leslie, che ci regala una attesa di battute e risate. Sotto di noi, presenza fisica ma silenziosa, il fotografo della Fondazione Veronesi, che inanella una serie infinita di scatti a testimoniare la vita, ora serena, di ha sconfitto il cancro ed è tornato a vivere con nuova linfa.
Le prime e ultime indicazioni all’associazione a cui abbiamo destinato lo spettacolo e che dovrà gestire l’accoglienza e liberare posti prenotati dal troppo ottimismo e ci prepariamo, con rinnovata emozione, a ripercorrere il nostro palcoscenico.
La sala si riempie, ma non del tutto. Qualche posto vuoto in piccionaia non consente di registrare il tutto esaurito. L’affluenza è comunque di quelle da grande occasione e tra il pubblico, oltre ai soliti fedelissimi, ci piace scorgere tanti sconosciuti, che rendono più vero lo spettacolo.
Due parole due, di circostanza, offerte dal giovane sindaco e si parte.
Trattenuti.
Qualche incertezza supera l’esperienza e fa scricchiolare le prime battute dello spettacolo, che poi si scuote dall’emozione imposta dal palco di casa e trova finalmente vigore e determinazione. Cura e dettaglio. Senza soste. Senza più incertezze. Per esplodere negli applausi finali e nella pioggia di commenti che il pubblico ci farà trovare all’uscita.
Soddisfatti di una serata che ha stregato anche il fotografo, rimasto fino alla fine nonostante i diversi propositi, palco e sipario lasciano il posto a pane e salame. Stessi colori altri sapori. un buon rosso allarga i sorrisi. E si brinda al compleanno del Dottor Connolly, che raggiunge il mezzo secolo, e a noi, che stiamo bene insieme. Da un secolo.

Lissone - 17 marzo 2017
Il venerdì è un giorno storicamente critico, perché sulle spalle della messa in scena amatoriale gravano le fatiche professionali della settimana. A questo venerdì si aggiunge il beffardo 17. E per non farci mancare nulla, al viola dell’orologio di Mortimere, per sfidare spavaldi la sorte i tecnici aggiungono ripetuti e ripetuti e ripetuti passaggi sotto la scala che, aperta per rifinire il puntamento dei fari diviene subito amplificatore di mala sorte.
Si! “I tecnici”. Due. Oggi abbiamo la fortuna di avere in forza quattro braccia. Roba non da poco considerato il poco tempo e la stanchezza della settimana già declamata in apertura. Al glabro Meme contrapponiamo il messianico look del Mattia.
Al via mancano però i camalli e, persi i rudimenti del carico, finiamo di caricare i pannelli senza assicurarli con le funi della tranquillità, costringendoci ad inventare un inedito gioco di incastri che ci consenta di arrivare alla non lontana meta, in sufficiente sicurezza.
Lissone la meta. Il tabellino parla di pochi chilometri che diventano tanti minuti per il traffico dell’ora di punta. Ma siamo puntuali, nonostante la ZTL che, aperta solo al furgone, costringe gli attori al cimiteriale parcheggio, che la luce del sole ci trasmette vivo ed accogliente. In vociante processione raggiungiamo il teatro che ha già ospitato una nostra cena in un lontano passato e che solo l’apparire della piazza prima e della sala poi, riportiamo finalmente a galleggiare nel mare dei tanti ricordi di palchi trascorsi.
La sala è piccola ed accogliente, ricavata in uno spazio che ha la struttura del teatro e un anima da auditorium. Anche il palco non abbonda in dimensioni, regalandoci la soluzione minimal che prevede di allestire solo il fondale della scena, riducendo fatiche e tempi di montaggio e promettendo altrettanto alla fine dello spettacolo. E tutto fa gioco alla scommessa tra attori che si possa essere di ritorno per le 12.30. Oggetto del contendere, manco a dirlo, la birra dell’attore.
E mentre i tecnici regolano fari a vertiginose altezze, gli attori si dividono tra montaggio, caffè e sigarettine, finendo con provvidenziale anticipo per gongolarci, senza fretta, verso la pizzeria che divide la piazza con il teatro.
All’aperto c’è chi tira calci ad un pallone e chi tira altro, riempiendo aria polmoni di densa leggerezza.
Al “Civico 36” l’atmosfera è simpatica e rilassata. Molto rilassata. Troppo rilassata. Con calma si prendono le comande direttamente sullo Smartphone, e con calma le comande troveranno posto sul tavolo. Ma abbiamo tempo, e se accorge anche il nostro tecnico che evita di scandire il passare del tempo con le abituali esortazioni alla smossa. Le pizze, con impasto salutare approvato anche dall’associazione nazionale dei medici salutisti, sottili e gustose trovano l’approvazione di tutti. Gli gnocchi, affogati nell’amaro liquido ella mozzarella di bufala, saranno sicuramente anch’essi salutari. Fossero anche commestibili sarebbe meglio.
Si torna in teatro dribblando led che esplodendo dal pavimento, colorano l’aria della piazza uccidendo la vista e il buon gusto.
Ci prepariamo tra effluvi che abbattono barriere e concimano i camerini, mentre il pubblico viene tenuto a bada, fortuna loro, fuori dalle porte della sala fino alle 20.45 e oltre, discutibile ma oggi provvidenziale scelta dell’organizzazione.
Due gocce di camomilla nell’occhio del sergente che non da tregua e che promette battaglia, breve preambolo alla mezza sala accorsa e sparsa in platea, e il sipario spalanca al pubblico uno spettacolo con un bel ritmo, qualche scivolone ben gestito e qualche eccesso interpretativo che non scalfiscono le risate che ci accompagneranno, fragorose, per entrambi gli atti, costringendo il Mattia ad interrompere la preparazione dell’esame di acustica per le troppe risate che suo malgrado è costretto a condividere con la sala. Lo ritroveremo in galleria rassegnato a rimandar lo studio ad altra data.
Gli applausi finali, che lasciamo scorrere come mai sino ad ora, si chiudono con gli auguri a sorpresa alla nostra Rosemary che oggi festeggia, fuor di personaggio, l’onomastico che profuma d’Irlanda.
Si smonta veloci per numero di tecnici (tanti) e di pannelli (pochi), senza sentire la mancanza di Connoly intento a condividere i racconti di una vita con amici che non vede da una vita, ignaro intralcio al deciso defluire degli oggetti di scena. Per accorgersi, a giochi fatti, che il palco sgombro suona la campanella della ritirata, costringendolo ad un veloce cambio d’abito per saltare sul camion in corsa già in rotta verso casa.
E si perde, lui per disattenzione altri per scelta, la birra di Desio che chiude di buon grado un venerdì 17 che abbiamo saputo sconfiggere, nonostante tutto.
Sono le 12.15… scommessa vinta.

Ceriano Laghetto - 21 gennaio 2017
Al peggio, è proverbiale, non si pongono limiti. A Ceriano Laghetto, che oggi torna ad ospitarci, sappiamo aspettarci la fatica di una agevole ma antipatica rampa di scale che, ben digerita dalla Scommessa dello scorso anno, si presenterà più ardua e faticosa con l’ingombrante e a tratti pesante scenografia dei Chirurghi.
Ma era tra le clausole del preventivo.
Quello che non avevamo previsto era la defezione dei più per una influenza fulminante e dilagante che costringe gli attori al palco ma non al facchinaggio. E anche qui, in fondo, possiamo ancora cavarcela. La “…cerchia che si restringe fino a diventare un cappio…” la scopriamo solo in loco, quando una importantissima partita di calcio, in gioco le sorti del mondo, non ci consente di raggiungere la tanto agognata rampa di scale, ma ci costringe a dribblare i tifosi (più attenti alla chiacchiera che alla partita) attraversando un interminabile portico che sfianca le poche forze a disposizione.
A parziale consolazione un palco che per scarsa profondità riduce il numero dei pezzi da portare a destinazione. E un ascensore che ascende, ma solo la minuteria.
Portato tutto il carico a destinazione e ripreso il fiato lasciato sul tragitto, è fin troppo agevole il montaggio e quasi senza accorgercene la scenografia è incastonata.
Aspettiamo gli attori che mancano all’appello, riserviamo i posti al folto gruppo di amici che passeranno la serata con noi, diamo nuova sede alla sedia a rotelle, ridotta a brandelli dal tempo, e siamo pronti per dare sfogo alle fauci all’Osteria San Giuseppe, che, gradito il pensiero, si accorgerà, a distanza di un anno, del nostro ritorno. Come noi ricordiamo un servizio lento ma curato che centellina le buone pizze. A condire le pietanze i racconti del tecnico aggiunto, da due giorni tornato da un'India che ci srotola sulla tavola a suon di fritto misto (giusto per riprendere confidenza con la cucina nostrana).
Tagliamo il freddo, che si è fatto buio e gelido, tornando in un teatro che aggiunge qualche grado alla temperatura esterna, ma non abbastanza per raggiungere la sufficienza. Si fa quindi veloce il cambio d’abito che a tratti, più che cambio si fa aggiunta. E non si scalda (di pubblico questa volta) neppure la sala che resta deserta per popolarsi in zona sipario di un manipolo di avventori, la metà noti, che si sparpagliano sugli spalti nel vano tentativo di fare volume.
Il sipario si apre lento, molto lento, offrendo anche agli attori la landa della platea, senza però scalfire concentrazione ed entusiasmi. E in scena cala un primo atto ineccepibile. Il pubblico gradisce. E rumoreggia, convinto, con un sostegno che moltiplica le presenze e copre i piccoli sussurri degli attori dietro le quinte che, per una strana conformazione del palco che amplifica e trasporta le voci, si fanno grandi in scena.
Perde convinzione il secondo atto, più caotico, meno pulito, con una girandola di nomi che arrivano a scalfire quelli propri degli attori. Ma la platea è ormai annegata nella trama e si lascia trasportare dagli eventi ignara delle sbavature.
Menzione particolare per il presidente del consiglio d'amministrazione che, imbeccato tra un morso di pizza e l'altro, gonfia di autorità e rigore il personaggio, e per la Caposala Flint, che riesce ad esprimersi ai soli alti livelli nonostante le energie al limite.
Ci gustiamo gli applausi dei presenti che si chiudono su un impacciato siparietto dell’organizzazione che, imbeccata per sottolineare con una targa i 50 anni del protagonista, finisce per augurare un futuro senza la durata e lo splendore del passato. Obbligato il rito scaramantico.
Salutato il pubblico vero, si festeggia il mezzo secolo con quello amico, a suon di candeline, strudel, cartellate e bollicine.
Disubbidiamo l’arbitro e una veloce corsa sulla fascia destra del campo permette (questa volta sì!) al camion di raggiungere le scale che portano al paradiso attraverso un purgatorio meno duro e, forti anche nel numero, rispediamo la scenografia al mittente.

Gattinara - 14 gennaio 2017
Giro di boa. E la seconda parte della stagione si avvia con rinnovato entusiasmo per la ripresa dei lavori e l’ombra ancora densa e lunga del lutto che ha colpito la nostra regista, e tutti noi, che fatica a diradarsi.
Ad attenderci, le braccia aperte di Gattinara, che al calore dell’incontro, aggiunge aria frizzante e leggera e una spruzzata di bianca neve che rende suggestiva la trasferta senza dare noia al viaggio.
L’ultimo miglio lo percorriamo attraverso due ali di manifesti che annunciano lo spettacolo della sera. E ci piace.
Il furgone si fonde con il palcoscenico in un tutt’uno che rende indolore, quasi piacevole, il montaggio delle scene, sempre più bisognose di un ritocco che le riporti al decoro del ruolo, mentre la quota rosa del gruppo vaneggia al dovere, il piacere dello shopping.
Mezz’ora di chiacchiere e cazzeggio dove si mettono le basi di future fatiche e guadagniamo il ristoro da MI&CEL, gastronomia con cucina con cui avevamo concordato un leggero menu a base di affettati, polenta e spezzatino, con una più leggera alternativa solo per chi ha fatto scelte animaliste. Tutto gustoso, abbondante e, per i soliti noti, con il prevedibile raddoppio. Nessuno ha lasciato.
Si torna in teatro attraversando il cuore della bella cittadina, ora gelida e deserta, che al fascino dell’antico borgo ha affiancato una avveniristica fontana in vetro e luci cangianti.
Abbiamo il tempo per riportare con calma alla luce i nostri personaggi, tra improbabili film a base di aragosta, e siamo in scena, curiosi di misurarci, ancora una volta.
Sul palcoscenico lo spettacolo ci pare lento, a tratti frenato, più pensato e misurato che istintivo.
Dalla platea risate e partecipazione oltre ogni aspettativa.
Un faro decide di farsi luce sugli altri, spegnendosi, imponendo una zona d’ombra laterale e tutto sommato marginale che toglie simmetria senza rovinare lo spettacolo.
Raccogliamo il plauso, la simpatia e il calore di pubblico e organizzazione ancora incerti del vero esito dello spettacolo. Saranno la critica del nostro intransigente tecnico e il parere degli amici al seguito, anziani ormai di tante repliche, a confermare la qualità di uno spettacolo che è stato forse meno divertente per noi, intenti a colmare con l’attenzione la pausa di qualche mese, ma più gradevole per il pubblico, che ne ha apprezzato il cadenzato ritmo e la giusta intenzione.
Dipanate anche le ultime ombre sulla prestazione e dedicato l’applauso anche alle Meme’s Angels, si ripiega l’intera scenografia sul furgone con la stessa leggerezza del pomeriggio.
Allo scoccar della mezza, ritrovate le disperse ragazze trasformate in comari nella sauna dei camerini, si lascia il bianco di Gattinara con la promessa di tornare con un nuovo lavoro, per loro e per noi.
Nei giorni a venire scopriremo se saremo in grado di mantenere la promessa.

Milano, Cine Teatro Maria Regina Pacis - 5 novembre 2016
Giornata che si preannuncia in salita per il numero di incognite che rendono di improbabile soluzione l’equazione.
Oggi cambio di tecnico. Non perché lo storico, a furia di false testimonianze, ha deciso di convolare, ma solo per consentirgli una pausa tra i mille impegni, sempre teatrali, del periodo. A sostituirlo, la preparazione, l’energia e la disponibilità di Stefano, boss della Scommessa, che in un attimo prende in pugno la situazione e ci regala serenità. Incognita risolta.
Se cambia il tecnico, cambia anche il furgone. Ci siamo mossi un po’ in ritardo con il noleggio, e a disposizione ci resta un passo lungo che, a dispetto del nome, offre una importante percentuale di possibilità di carico in meno. Alla vista del furgone sembrerebbe impossibile sistemare tutto il necessario in uno spazio che sembra così angusto. Ma… basta un poco di zucchero… e con studiata organizzazione di spazio e modi, ci troviamo increduli, con spazio in sovrappiù, rendendo sin vano il sacrifico dei due pannelli rimasti a terra. Incognita risolta.
E poi il tempo. Quello atmosferico. Da questa mattina un cielo gonfio a perdita d’occhio sembra voler scaricare tutto l’inizio d’autunno sul nostro spettacolo. Piove. E tanto anche. Ma smette ogni volta che carico e scarico devono dare seguito allo spettacolo. Graziati. L’unica acqua che prendiamo sarà nel breve tratto da pizza a palcoscenico. Ma ci sta. Incognita risolta.
Infine il tempo. Quello a disposizione per caricare, andare, scaricare, montare, provare, mangiare e finalmente andare in scena. La meta non è lontana ed il palco noto, ma siamo costretti a partire oltre le previsioni per impegni di tecnici ed attori su altri palchi. Ma tutto si incastra alla perfezione. Il traffico scorre. La squadra lavora bene e abbiamo tempo da dedicare a chiacchera e cazzeggio prima della sosta ristoro. Incognita risolta.
Tutto si mette quindi al meglio nella replica di Milano, dal Baffo, dove riproponiamo quei Chirurghi che lo scorso anno, le pieghe della vita, ci hanno costretto a sostituire con la Scommessa.
E piacevole è la pausa che ci prendiamo, deposti gli attrezzi, aspettando il fonico di sala, per gli ultimi check tecnici, che si limiteranno ad una prova di volumi e potenza di luce per scoprire che tutto è già tarato per il nostro miglior uso e consumo.
Al San Giorgio, dove sacrifichiamo il trancio del vicino Bonola - che ci ha nutrito nelle precedenti venute - con una pizza tradizionale consigliata e convenzionata dal Baffo, ci buttiamo senza fretta su una pizza gustosa in mille varianti e una arrabbiata degna di nota, anticipate da una gradita bruschetta che inganna alito e attesa. Il servizio lascia un po’ a desiderare per lingua, velocità ed organizzazione ma, anche se non arriva la piantina di basilico sulla pizza di Leslino, si può soprassedere.
Sotto una pioggia battente, torniamo ai nostri camerini, una volta tanto ampi e spaziosi, e passeggiamo a sgranchire l’attesa, nei corridoi che tanto ricordano, per luci e colori, quelli di un vero ospedale, accelerando la metamorfosi. Che deve decantare, sul rumoroso palcoscenico, ad assorbire un ritardo che, al quarto d’ora accademico deve aggiungere il puntiglioso intervento del baffo, incollato al microfono, che introduce spettacolo e stagione.
Sull’ultimo dittongo del padrone di casa, parte la musica, e la luce invade il palcoscenico dando voce ad uno spettacolo che ritrova fluidità e smussa gli spigoli del debutto stagionale, a discapito di nomi, cose, colori e animali che si ritrovano improvvisamente frullati in un casuale abbinamento di sostantivi ed aggettivi che potrebbero compromettere l’attenzione del pubblico. Eroe della serata il dottor Mortimere, che si aggiudicherà il premio ‘Parole in libertà’.
Raccogliamo gli applausi che distribuiamo a regia - presente - e tecnico - perfetto - e subiamo, per aggiungere ritardo a ritardo, un’estrazione di 3 bottiglie che aggiunge un atto allo spettacolo.
Un saluto ad amici inaspettati che scorgiamo in sala al riaccendersi delle luci e, dribblando le ragioni del si e del no di un referendum ancora pieno di ombre, corriamo contro il tempo a smontare e viaggiare a ritroso contro il tempo per non mancare alla birra che chiuderà serata e fatiche.
Ma l’ora è tarda e il Sayonara non aspetta. Consumiamo così il rito in piedi, con le birre sopravvissute alla fragile borsa, tra rutti gentili e risate.
Resta l’ultima incognita, di pubblico e giuria. Che decreteranno, a fine mese, i vincitori della rassegna. Ma questa incognita non possiamo risolverla.

Brugherio - 29 ottobre 2016
Tempo di ripartenza anche per “I Chirurghi”, e per evitare un inizio troppo brusco si parte da uno sputo da casa, Brugherio, che fa altra provincia ma un solo ponte ci separa.
Neanche il tempo di scaldare i motori e provare a fare due chiacchiere in auto che siamo a destinazione.
Ad attenderci un auditorium comunale di rara bellezza che ci sorprende per arredo e infrastruttura tecnica. Di nome auditorium, teatro di fatto.
Si va in scena per l’associazione “La lampada di Aladino”, che ha sostenuto la nostra infermiera Tate nel travaglio dell’ultimo anno e ora tocca a noi, con piacere, ricambiare.
Al palcoscenico non manca nulla se non qualche metro in più, siamo così costretti a imbastire una scenografia inedita, un rettifilo di finestre-porta-pannelli che ci dà qualche filo da torcere quando dobbiamo garantire stabilità e resistenza al tutto. Ma esperienza insegna e le difficoltà sono limiti che superiamo agilmente divorando tutto il tempo a nostra disposizione.
Salutiamo il tecnico ombra di sala, muto e senza intraprendenza ma sempre presente, per volare allo Stregone, che vanta la fama di miglior pizza di Brugherio, confermata dai fatti. Tecnico e promessa consorte, messosi in pari con Dio, pensano ora allo stomaco e ci raggiungono quando il nostro boccone è già per via.
Si torna in teatro con il primo pubblico che fa capolino in sala. Ci rinchiudiamo nei lunghi e stretti camerini, soffocanti ma completi di ogni sevizio, dove, oltre che con il poco spazio, dobbiamo fare i conti con un ricordo diversamente profumato di un donatore anonimo.
Due parole da parte del presidente dell’associazione per dare un senso alla serata, e si parte.
Lo spettacolo, nonostante la forzata pausa estiva, non ha perso di smalto e ritmo, ma a tratti suona spigoloso, arrugginito e meno fluido di come dovrebbe scorrere. Sostituisce inedite battute a quelle previste dal copione offrendo, almeno a chi ha già visto più volte lo spettacolo, un testo nuovo nella forma se non nella sostanza e imponendo agli attori in scena il brivido dell’ignoto.
L’apertura di una inchiesta sulla caposala Flint chiude la serie degli inediti anticipando di un soffio la chiusura del sipario ed il lungo applauso di un pubblico caloroso e generoso che sin da subito riempie il teatro di risate sonore e divertite, che a malincuore interrompiamo per il doveroso ringraziamento a regia, assente, e tecnico presente, ormai abituato all’annunciata promessa ufficiale di nozze.
Un pensiero commosso dell’infermiera Tate che racconta il suo percorso iniziato un anno fa che le ha permesso di sconfiggere la malattia e continuare a vivere, serena, meglio di prima.
La serata volge pigramente al termine. Ma il tecnico ha tramato, e per una volta veste i panni di una regia tanto gogliardica quanto stupefacente. Con la complicità degli attori e con la scusa di improvvisarsi fotografa, la vera moglie di Mortimere viene chiamata sul palco (mai si sarebbe piegata altrimenti alle luci della ribalta).
Una zanzariera si trasforma in un credibile velo da sposa. E le copre il capo.
Due gerbere di plastica diventano il necessario bouquet. E se lo ritrova in mano.
Il prete c’è, è di scena.
Un coloratissimo anello porta smalto diventa la fede della promessa. E Mortimere, più sorpreso che cosciente, lo infila al dito della sposa.
I testimoni tutti gli attori sul palco.
E la marcia nuziale, che riempie ora la sala, fa da sottofondo alla rinnovata promessa di matrimonio, segreta questa estate, ora presentata al mondo, su un palco, luogo di finzione, che oggi consuma e ripropone la realtà.
Non mancano i confetti, che faranno il giro di pubblico e sala. Ce n’é per tutti.
Colpo di scena gradito ed inaspettato che ha tinto di rosa e risate l’apertura di stagione della commedia.
Si scarica, in un silenzio ormai provetto, nel buio della notte. E solo dopo il dovere gli sposi potranno offrire il piacere di confetti e birra al Sayonara, sempre più abituale chiusa, con qualche grado di buon umore, delle nostre repliche.

Cologno Monzese - 13 maggio 2016
Canto del cigno per una stagione che speriamo abbia anche la magia dell’araba fenice per risplendere, risorta, dopo la pausa estiva.
Inizia tutta al maschile con la fatica di poche braccia per troppe scene, in un venerdì indeciso tra sole e nuvole. Ad alleviare lo sforzo arriva Meneaux, rubato alle lenzuola di altra commedia per fare la differenza anche dietro le quinte. Al teatro, dietro l’angolo, arriveranno sparsi, per tempo, tutti gli altri. O quasi.
Il teatro è un cantiere, dentro e fuori le mura. Si salvano le poltroncine e il foyer, che, come una pennellata di trucco, accolgono lo spettatore in ambiente smentito poi da palco provvisorio e camerini tanto nuovi da non essere ancora agibili.
Il vizio, che ha contagiato anche gli edifici vicini, ci costringe a spostare un cantiere per permettere al furgone di arrivare ad umane distanze dal palcoscenico, che forse per esercizio di stile, assomiglia più ad un ponteggio.
Ma tutto è facile, e svelato il piacere dell’obliquità che la nostra Jane Tate cela al mondo, pezzo dopo pezzo si compongono scena luci e suoni, facendoci apprezzare il lato positivo della struttura. E poco importa se non ci sono neppure le tracce di un sipario o se l’accoglienza del tecnico locale può essere definitiva eufemisticamente ‘burbera’.
E mentre diamo voce ad un articolo che vede protagonista la doppia vita di Mike e scegliamo a fatica una pizzeria in una landa più dedita al riposo che ai piaceri della tavola, chi dall’ufficio chi dall’ospedale (quello vero) il gruppo si ricompatta tutto. O quasi.
Per sentirci a casa, e perché senza vera alternativa, ci affidiamo alla pizzeria Ginestrino, uno strano locale tra appartamento e sottoscala illuminato dalla gentilezza e disponibilità dei gestori.
Tiene banco una sconsolata Rosemary Mortimere che in un sol colpo si scopre suocera e, caramba che sorpresa, con consuoceri in sala, servendo un piatto ai commensali che il prepartita riempie di facili riferimenti che rendono indigesto un boccone che poteva essere solo amaro.
La caposala Flint stupisce tutti stabilendo un nuovo record nella scelta della pizza e lasciando il suo spirito libero di possedere una Jane Tate che, tra storie di ordinaria molestia salvate da una doccia liberatoria, fa e disfa pizze togliendo e aggiungendo ingredienti in libertà, senza intaccare una pizza non eccelsa ma degna di menzione.
Si torna al cantiere e ognuno prende il proprio posto. Tecnico in balconata per una regia con il brivido della vertigine. Attori tra le polveri di uno spogliatoio con più docce che panche. E pubblico che pigramente prende posto in sala, ignaro dello squallido retro palco. Tra loro molti amici che la poca distanza ha costretto al seguito.
E si va in scena con una marcia in più, sostenuti da un pubblico che rumoreggia divertito sin dalle prime battute sostenendo vigoroso personaggi caratterizzati al punto da rendere pericolosamente incontenibile la risata del pubblico oltre la quarta parete. Ci siamo divertiti. Entrando, personaggi ed attori, in uno spettacolo allestito forse più per noi che per il pubblico.
Gli applausi finali si sfumano di commozione per sottolineare le rose che Silvia riceve sul palco. Lei sa perché.
Un rosè della vicina Franciacorta annaffia il compleanno di chi, attrice nella scommessa, oggi ha fatto da spettatrice per festeggiare con noi un calendario da oggi un po’ più pesante. Rallegrando con un po’ di vita la tristezza dello spogliatoio mentre il nostro tecnico, avido di sonno, smontava la scenografia e montava di rabbia giustificata da una disponibilità che non è mai venuta meno.
Una bella serata di fine stagione, in somma, dai colori caldi e accesi che mitigano la tristezza di una saracinesca che si chiude su un’estate libera di impegni e rende, almeno per ora, meno sofferta l’attesa che tutto riparta.

Cairate - 5 marzo 2016
Giornata più indicata per programmare la costruzione dell’arca che una trasferta teatrale. Dal cielo secchiate come non ci fosse un domani e in preventivo abbiamo messo k-way e tanta tanta tanta acqua.
Scopriamo poi che le brevi tregue degli scrosci sono state programmate contemporaneamente ai nostri orari di carico e scarico scenografia, riducendo così l’umidità al minimo sindacale.
Ci aiuta anche l’accesso al palcoscenico del bel teatro di Cairate che per la prima volta darà alla luce un nostro lavoro e che ci accoglie, dopo aver scorrazzato per il parco della casa del curato, attraverso una breve scala scivolosa di pioggia ma comoda e breve.
E accogliente è anche la compagnia Kayros, che gestisce lo spazio, esperta di musical e squisita disponibilità, che subito ci fanno sentire a casa.
Si monta agevolmente, a ritmi serrati ma non febbrili, con un tecnico in grande spolvero, quasi voglia recuperare nelle poche repliche che quest’anno ci ha dedicato, tutte le sferzanti battute che normalmente diluisce nel tempo.
Sparpagliamo le nostre cose negli accoglienti camerini lasciando il tepore del camerino più intimo alle signore, tanto si cade comunque in piedi.
Qualche foto con il teschio di scena, a cui diamo nuova vita e vitalità e siamo pronti per la cena, che riusciamo ad anticipare di qualcosa rispetto alla normale tabellina di marcia. Destinazione il modesto Bar Ristorante RIO che raggiungiamo con macchine che parcheggiamo a fatica. L’atmosfera è informale e famigliare. Le pizze servite con il contagocce bruciano in un attimo il tempo rubato al montaggio. La pasta, fuori menù e cucinata a comando… da evitare. A rendere indimenticabile il momento, però, ci pensa il consueto siparietto della caposala Flint che dopo aver interrogato il cameriere su tutte le possibili combinazioni di ingredienti ripiega sulla solita sempiterna rucola e olive nere che il cameriere scolpisce sfinito sulla pietra della comanda. E mentre il tecnico viene tenuto in ostaggio in bagno, tre eroi si azzardano ad ordinare il disco volante : due pizze una sull’altra con in mezzo… ingredienti a piacere. Tacciamo per rispetto il nome degli ingordi che porteranno a termine, indomi, l’impresa.
Acceleriamo sul caffè, alla rucola e olive nere per la nostra Flint come doverosa rivincita del cameriere, scoprendo da una locandina affissa nel locale i nostri volti e l’orario di inizio : 20.45 che incombono minacciose sul tempo che resta prima di andare in scena.
C’è giusto il tempo di prepararsi mentre il nostro tecnico scandisce il passare veloce di ogni minuto, felice di anticipare l’inizio e quindi… la fine.
Ci tuffiamo negli abiti di scena mentre la sala aggiunge alla prevendita qualche avventore in più.
Un saluto a Don Basilio che interrompe il riscaldamento vocale con i progetti passati e futuri della sala e che fatica ad andarsene…. e siamo in scena.
E mentre il regista veste i panni dell’autore per un gemellaggio per caso in quel di Firenze offriamo al caloroso pubblico che subito entra nei meccanismi del testo, uno spettacolo quasi perfetto, per ritmo, tenuta e intenzioni. Da annoverare forse una piccola indecisione, quasi anche a noi sfuggita e che quindi preferiamo tacere.
Sugli applausi, il nostro tecnico oggi onnipresente, rinnova la promessa di matrimonio strappando controvoglia un personalissimo applauso, che in fondo gradisce.
E salutiamo Cairate, respirando attenzioni ed ospitalità anche due fari improvvisati che illuminano e agevolano la rimessa della scenografia. Ed abbiamo già voglia di tornare su questo palco.

Brescia, Teatro Pavoni - 23 gennaio 2016
Freddo il sole e freddi i colori che ci accompagnano nell’inedita trasferta di Brescia, ad interrompere un digiuno di oltre 10 mesi di questo spettacolo, forzato dalla malattia di Jane che oggi proviamo a buttarci alle spalle, vero successo della giornata. Il resto sono dettagli.
A preparare il debutto solo due mezze prove che dovrebbero colmare il silenzio di mesi. Ma non c’è tensione. Su tutto vince il buonumore del “comunque vada è già un successo”.
Qualche incertezza e qualche attenzione in più nel riempire un camion che, a lavoro finito, scopriamo meglio arredato di altre volte. Poi un’ora di chiacchiere, in macchina, per arrivare senza intoppi a ridosso del centro città, Teatro Pavoni, anticipando di un soffio anche chi dovrebbe aprirci ed accoglierci.
Il piacevole tepore che ci avvolge all’apertura delle porte ci fa digerire anche le ripide ma tutto sommato comode scale che ci portano, scendendo, ai piedi del palco e mettiamo in moto quella macchina di organizzazione e ritmo cadenzato che questa scenografia non impone ma apprezza. Fino a rasentare la follia nel maniacale allineamento di viti e farfalle in una disposizione più da sala operatoria che da catena di montaggio.
Percorriamo i sali scendi di un teatro che ha solo falsi piani, fino al compimento dell’opera.
Abbiamo il tempo di incollare qualche pannello che l’inedia ha usurato, scattare qualche sequenza di un gruppo finalmente al gran completo anche nell’abbigliamento e riuscire a giocare d’anticipo sulla cena, per guadagnare quel quarto d’ora che l’organizzazione ha deciso di rubare al canonico fischio d’inizio.
7 minuti ci separano dalla nostra cena, che percorriamo compatti ed in perfetta media, guidati dal gps. Ad accoglierci alla Pizzeria Amalfitana, al momento tutta per noi, Antonio e l’innominata moglie, nei cui gesti leggiamo le abitudini ormai stanche di una vita spesa tra i tavoli. Il servizio è veloce. La qualità non merita menzione, complice forse il fatto che il nostro arrivo ha rubato 10 minuti alla lievitazione. Di questa cena passera alla storia il forzato outing del nostro tecnico che imbarazzato ufficializza sotto tortura l’ingresso nella sua vita di Monica. E dopo aver pagato un onesto conto sfornato dopo un’eternità di somme e moltiplicazioni siamo pronti per ridare fiato alle trombe di questo spettacolo.
Trucco. Parrucco. Abiti. San Genesio. Pronti. Via.
Una serie infinita di marchette del presentatore ci fanno scalpitare per un buon quarto d’ora dietro il drappo rosso, con un incontenibile Leslie che non ne vuol sapere di essere recluso per buona parte del primo atto nel buio delle quinte. E finalmente un rumoroso cigolio si unisco, strumento aggiunto, alla sigla di apertura dello spettacolo.
La sala è quasi piena. Lo percepiamo, anche se non ne vediamo la coda.
Ne sentiamo il peso che ogni tanto si gonfia nel brusio divertito che accompagna le prime battute, senza però mai esplodere davvero se non verso la fine del primo atto, quando anche il pubblico cittadino, più restio all’abbandono dei sensi, si lascia rapire dal divertimento in un crescendo che colma l’iniziale timidezza. Per sfogarsi in un applauso lungo e pieno che non vuole smettere e che si fronzola di fischi ed urla quando sul palco appare una caposala Flint che con poche battute ma sempre ben dosate, riesce a calamitare l’attenzione e la simpatia del pubblico. Senza nulla togliere ad altri, menzione particolare per il professor Willoughby, che sfodera sul palcoscenico una presenza come mai.
Dall’interno doveroso annoverare una supposta ed un dottore mancati che hanno tolto ritmo e freschezza ad una messa in scena che ha comunque dimostrato di essere meno arrugginita di quel che poteva sembrare e che ha oliato e in alcuni casi rinnovato i meccanismi di uno spettacolo rodato.
Rubiamo il tempo agli applausi finali per presentare anche al grande pubblico il nuovo stato civile del nostro tecnico e i problemi gastrointestinali che hanno costretto a casa la regia.
E poi a ritroso i scendi sali del teatro per riportare a casa stanchezza e scenografia.
I fogli di sala segregati su un tavolino all’ingresso non ci consentono di raccogliere commenti scritti, ma ci accontentiamo del calore che accompagna la chiusura del sipario, che facciamo valere più di molte parole.
Oggi in scena c’era una parrucca in più, ma nessuno se n’è accorto. Ed è questo quello che conta davvero.
E passa in secondo piano anche un salto di carreggiata che archiviamo ridendo accecati dai fari della ragione, misurando solo dopo il pericolo corso.

Limbiate - 18 aprile 2015
“Quanto tempo era che non ci portavi in un teatro così?”
Oggi ritrovo direttamente a destinazione. Il camion, apparecchiato da ieri, non ha bisogno di manutenzione. E quando si spalancano le porte del Comunale di Limbiate queste sono le parole del nostro tecnico che, solitamente parco di lusinghe, scivolano senza drena da pensiero a voce. Un bell’anfiteatro comodo ed accogliente di 600 posti che sappiamo non riempiremo ma che ci fa sentire oggi meno amatori. E comodo ed accogliente è anche l’ampio pianeggiante palcoscenico, che raggiungiamo direttamente dal piano del camion. Minimo sforzo e massimo risultato, e senza fatica ed intoppi, a mediare quella del giorno prima, trasformiamo il comunale nel più sanitario ospedale.
Merito e plauso anche al tecnico del teatro, che, spirito italiano e capelli giamaicani, impersona un raro caso di perfetto connubio di opere e parole.
Pigramente aspettiamo il nostro tecnico che, tornato in terra da altezze non sue, esauriti puntamenti e complimenti, si concede un doppio passo con una compagna di danze provvidenzialmente in zona. E improbabili spettatori in attesa di essere catapultati sulla scena, ci accomodiamo in prima fila a provare a ricordare, senza riuscirci, improbabili film con attricette inutili.
Corsa alla pizzeria Belvedere, nella vicina Senago, mentre il sole lascia intimidito il posto a nuvole nere che sembrano minacciare la fine dei tempi, supplementari compresi. Ma qui “…per una serie di correnti, non piove mai…”, commenta un indigeno a cui, messo da parte lo scherno istintivo ed iniziale, dovremo a fine giornata riconoscere la ragione.
Alla pizza al trancio del Belvedere, eccezionale per velocità di preparazione, misurata simpatia del personale, gusto e leggerezza, perdoniamo l’attesa che, trovando le serrande ancora abbassate, ci impone al freddo di mulinelli d’aria che fanno volare foglie e fiori colorando un’aria che così profuma meno di apocalisse.
Affidiamo il sipario all’italo-giamaicano, forse parente stretto della Mema di Torino che trova subito gli ascendenti giusti con il nostro tecnico, e senza quasi accorgerci siamo in scena, lustrati a dovere, prima che trovi posto dietro al mixer, dall’ormai esperto visagista delle dive.
Siamo in scena concentrati, senza la stanchezza delle attività preparatorie che oggi abbiamo potuto limitare all’essenza, freschi della messa in scena del giorno prima e respirando l’atmosfera di un palco che, forse sopravvalutandolo, sentiamo importante. Mettiamo in scena uno spettacolo PERFETTO. Ogni altra definizione, descrizione, tentativo di particolareggiare rischierebbe di togliere merito a quanto rappresentato.
Il pubblico ha seguito attento. Alla sveglia si è destato e ci ha regalato risate ed applausi in luoghi tanto insperati da coglierci impreparati e sorpresi, preferendoci, commenti rubati tra le poltrone della platea, a spettacoli di più alto lignaggio, almeno per fama ed ingaggi, che ci hanno preceduto nella stagione che noi abbiamo chiuso.
Unico vizio l’assenza del regista che si è perso, preferendo i ricciarelli, una soddisfazione che sbiadirà più lentamente di altre.
La torta che tagliamo nei camerini per festeggiare l’ennesima luna del dottor Connolly, provocatoriamente agli amaretti, non scalfisce il dolce sapore della bella prova.

Segrate - 17 aprile 2015
Venerdì 17, preambolo che speriamo il nome dell’agenzia che ha acquistato il nostro spettacolo - Melarido – possa almeno in parte smorzare.
Giusto per iniziare, come data vuole, piove, pesante e bagnato. Ma forse, per farsi perdonare dell’acqua ancora non del tutto evaporata che ha inaugurato la stagione, si versa al bello, o al meno all’asciutto, giusto in zona carico.
E’ da tanto che non si porta in scena questo lavoro. Via dunque la polvere di mesi e ridiamo aria alla scenografia rattrappita da troppo tempo a poltrire. Solo quattro mani all’attivo ma con l’energia della chiacchiera e del buonumore arrediamo più che caricare il camion. Tutto trova posto in modo quasi elegante e i rinforzi dell’ultima ora ci permettono di finire il lavoro con pezzi più pesanti e ingombranti.
In un attimo siamo alla vicina destinazione che ha già ospitato questo spettacolo non molto tempo fa ma che hanno voluto, pubblico e organizzazione diversi, riproporre.
Sulla via del palco, tortuosa ma agevole, smantelliamo un bivacco e dribbliamo del cibo rispedito al mittente, e con misurata fatica, sotto sguardi e braccia conserte delle nostre donne al balcone, imposti a terra i pannelli più grandi che non possono trovare posto su un palcoscenico troppo piccolo, ricostruiamo la stessa scena di due anni prima ricalcandola da una foto dell’epoca.
I pannelli prendono posto tra collaudati doppi sensi, cantanti messi a dura prova da mani esperte e vibranti palle salterine, per lasciare finalmente spazio ad una più pacata cena al sacco dove si annientano pietre miliari del musical e si ipotizzano scommesse estive con parti di suocere in svendita alla miglior offerente.
Il caffè, discutibile quello al ginseng, è offerto in belle tazze che almeno ne esaltano l’aspetto.
Prima di tornare sulla scena, questa volta per rimanerci, un gatto per dimensioni più vicino al maiale ci prova con tutti, parenti e non.
Non ci aspettiamo molta gente, l’organizzazione è scettica e prova a tirare anche sul nostro compenso. Lo stupore risolve ogni dubbio quando scopriamo che, a ridosso del gong, la gente si riversa numerosa in sala, al di sopra delle prime funeree prospettive dettate dai pochi prenotati.
Affidiamo il sipario al sergente e siamo in scena.
La stanchezza della settimana e la forzata astinenza di mesi ci fanno qualche sgambetto inventando divieti di ingresso a destra, gestazioni quadriennali, cartelle cliniche che partono piene e arrivano vuote e nomi dei protagonisti sparati ad ala di moscerino (volendo citare il Lunari). Ma il pubblico, timido, è attento, e puntuale si sveglia rumoroso al solito punto della commedia quando, superati i preamboli la storia scivola nella sua comicità più intensa, e da lì non ci lascerà più fino all’ultima chiusura di sipario.
Si smonta stanchi e provati da una commedia di cui non ricordavamo lunghezza e impegno fisico. Ma felici di averla ritrovata ancora viva e fresca e di averla riproposta, come spesso accade dopo lunghe pause, con sfumature ed intenzioni nuove, forse più curate e sicuramente più naturali e meno meccaniche.
E mentre i piedi delle donzelle, nessuno escluso, urlano di insana pianta fino al delirio di imporre un nuovo e vibrante nome al gruppo, si pensa al bis di domani : stessa agenzia, altro teatro.

Castellanza - 22 novembre 2014
Trasferta dal sapore casalingo. Perché abbiamo già calcato più volte questo palcoscenico. E perché qui ha messo radici, d’arte e di vita, il dottor Mortimere.
Castellanza. Teatro di via Dante. Spazio che non sappiamo se abbia imposto o subito il nome della via. Incuranti dell’etimologia del luogo, apprezzando la temperatura mite all’esterno e africana all’interno, dividiamo le nostre energie tra l’arredamento del palcoscenico e la preoccupazione per i desaparecidos Leslie e caposala Flint, che immaginiamo in una artistica fuga d’amore ravvivata da confetti al Letargil.
Scoperto solo tecnico, e non romantico, il ritardo della coppia mai nata, bloccata da un incidente per fortuna di terzi, i problemi maggiori ce li impone la scenografia, dove trova applicazione la nuova teoria spazio-temporale : “Palco stretto ma profondo è fonte di incolmabili buchi neri”. Qui tutti gli attori saranno inghiottiti e ammassati dietro la parete di fondo dove lo spazio risulterà troppo compresso.
Saniamo alla meglio un cono d’ombra proprio nel centro della scena e prima dello scoccar dell’ora di cena siamo già al trotto verso “Il tagliere del re”, che molti consigliano essere un ottimo posto per cenare. Il locale è vuoto, anche perché ancora chiuso. Ma le prenotazioni lo riempiono, almeno sulla carta, e nonostante le nostre promesse di una cena da record dell’ora, non riusciamo ad andare oltre un gentile ma deciso rifiuto. Piano B. Il trotto muta in galoppo, maggiore è la distanza, e puntiamo verso la più sofisticata “Locanda Settembrini”, che ci accoglie con sostenuta disponibilità ad un tavolo destinato ad altri che la nostra fretta, promesso, consegnerà per tempo ai legittimi proprietari. La comanda trasforma la sostenuta disponibilità in malcelata impazienza che domiamo con garbata fermezza vincendo un duello che mette al giusto posto, senza infierire, cliente e cameriere. Allo sconfitto l’onore delle armi : pizza e cucina, per chi ha ceduto all’odor di fungo che riempiva il locale, sono stati decisamente all’altezza.
Senza troppe chiacchiere guadagniamo i sotterranei del teatro ed entriamo nei panni dei nostri personaggi.
La sala si anima a fatica con un aspettato colpo di coda prima dell’apertura del sipario che ci regalerà, al termine dello spettacolo, un discreto colpo d’occhio, al di sopra della media aspettativa (parole dell’organizzazione). E tra sipario e colpo d’occhio finale… il nostro spettacolo. Perfetto per ritmo e tempi scenici. “Forse il migliore” ha osato il regista nascosto tra il pubblico. Meno rigoroso il rispetto del testo : “Parole in libertà” rende bene l’idea. Ma senza sconvolgere il senso della frase e quindi senza colpo ferire all’ignaro spettatore che, inedito, assisterà al travestimento delle caposala in guardaroba (lavanderia momentaneamente out of order).
Il vero protagonista della serata, l’uomo in più, è stato però il pubblico. Che ci ha sostenuto dall’inizio alla fine. Entrando sin da subito nei meccanismi a volte assurdi del testo e sostenendoci con sincere risate, applausi ed apprezzamenti che abbiamo subito trasformato in energia e presenza scenica. E quando uno spettacolo prende questa piega, alla fine, chi si è più divertito, sarà l’attore.
Alla chetichella riportiamo a casa scenografia e soddisfazioni. Che si faranno compagnia per cinque mesi prima di rivedere la luce di una prossima replica, già incisa a fine stagione.
Ora spazio a una nuova scommessa… LA SCOMMESSA.

San Donato Milanese - 13 novembre 2014
Infrasettimanale. E con un palcoscenico da arredare nudo e crudo. Anche di tecnica. Doppia fatica. Metà braccia e metà tempo a disposizione. Partenza in salita. Dalla nostra il tempo, che ha deciso di squarciarsi in un azzurro che stavamo dimenticando, e il rinforzo di un tecnico doc che, oltre al ritmo, rinfranca spirito e speranze. Il buonumore latente esplode quando Leslie, ancora, sempre lui, riesce a trasformare, senza avvisare la proprietà, i nomi di tutti i teatri della provincia, declinando tutti i metalli preziosi per arrivare infine allo “splendor”.
Si carica a tappe. Sale ordinata la scenografia. Sale sparpagliata la tecnica. Che recuperiamo in teatro e che deve farsi largo a sbracciate per trovare un posto nel troppo poco spazio lasciatogli.
Dribbliamo il traffico caotico di sera e tangenziale con un cielo che, fatto il suo dovere, può spegnersi in un rosso fuoco striato di qualche ricordo di nube. E arriviamo in 30 minuti netti tra le braccia amiche di ASSIA, l’associazione che da oltre 40 anni assiste i diversamente abili e a cui oggi offriamo lo spettacolo a sostegno della loro opera.
La gratitudine che ci rivolgono a priori prende forma di sorrisi, chiacchiere e braccia messe a disposizione della causa. Gesti che trasformano subito in amicizia una conoscenza finora solo virtuale.
Ci dividiamo in due squadre secondo competenza : una a montare la scenografia, l’altra la tecnica. E a ritmo serrato trasformiamo una landa desolata in una rigogliosa foresta teatrale fatta di luci suoni e colori. Pronta per essere colonizzata.
Con l’arrivo degli ultimi attori che hanno bivaccato in autostrada ostaggio di un intempestivo incidente, contro ogni più rosea previsione riusciamo anche a permetterci un frugale pranzo a base di monotoni tramezzini, che impiegano ore a percorrere il breve tragitto imposto dall’esofago. E che proviamo a sturare con un caffè a due passi dal teatro che sa di antico per modi, odori e arredi di un locale dove il tempo sembra essersi fermato. Almeno a 40 anni fa.
Rientriamo in sala con il primo pubblico e con la strana sensazione che tutto sia successo così in fretta da non avere ancora metabolizzato il montaggio che subito si deve andare in scena. Lusso che solo gli amatoriali si possono concedere.
Maschi e femmine si dividono i due micro camerini cercando di non trasformare il cambio d’abito in una lotta greco romana con il vicinissimo di sedia. Ma confortati da un brusio sempre più intenso e pieno che ci racconta, oltre la quarta parete, il costante afflusso di pubblico.
Trucco veloce, più per impegno preso che per necessità, e siamo pronti a sorbirci il discorso introduttivo che dura oltre misura e che il nostro tecnico, ancora immobilizzato e alla costante ricerca di ruoli alternativi, improvvisandosi ora ministro delle finanze, decide di tassare. A tempo.
E poi, pronti. Partenza. Via.
Siamo tutti stanchi ma lo spettacolo decolla bene. E tiene un ritmo che dimentica fatica ed energie spese. Sorretto da un pubblico che, quasi lo sapesse, non lesina risate e divertiti brusii. Incespichiamo qui e la. Ma caduta e ripresa sono quasi impercettibili. Anche quando scatta un odio viscerale per la moglie del protagonista senza il motivo dimenticato dietro le quinte o quando si affibbia un sergente di polizia al cugino sbagliato.
Alla fine siamo felici di aver divertito una sala quasi piena. E questo è il successo maggiore : l’aver portato tanta gente a sostenere una iniziativa così importante. Noi, in fondo, siamo stati solo il mezzo.
A tempo di record e a ritmi serrati facciamo fare a scene e tecnica il percorso inverso. Troveranno dimora temporanea tra le mura amiche del nostro teatro, quasi a ricaricarsi dopo tanto esilio in un anonimo box di periferia. Almeno fino alla prossima replica.

Laveno Mombello - 18 ottobre 2014
Archiviato il disastro di pioggia e companatico della scorsa settimana, questa replica inizia sotto il sole, caldo e asciutto, dei migliori auspici.
Seguiamo le precise indicazioni di viabilità e itinerario suggerite dai lacustri e arriviamo veloci a destinazione. Quasi tutti. Il furgone, spirito da esploratore, batte nuove piste confermando l’anima romantica del moderno avventuriero turistico. E saranno gli unici ad avvistare il placido azzurro del lago. Quando compare all’orizzonte, ci scrolliamo di dosso il muschio che l’attesa ha concimato sul lato umido della compagnia, e ci prepariamo a scoprire una scenografia che ha retto bene le secchiate di sette giorni addietro. Pagheranno pegno solo i pacchi di Natale, che, passati a miglior vita, riprenderanno nuova forma e nuova veste per mano femminina, durate l’incedere costante e deciso dei pannelli sulla scena.
L’acceso è quello comodo delle migliori tradizioni : da retro palco. Solo una agevole ed ampia scalinata separa il camion dallo spettacolo, cancellando anche questa parte dei recenti ricordi.
Le dimensioni del palco sono quelle ottimali per scena e messa in scena. E al termine dei lavori rimiriamo un ambiente quasi reale, sicuramente realistico. Solo un po’ troppo di destra. Veloce ritocco più logistico che politico che ci costringe ad una revisione ferro-tecnica della porta che lascia sul tappeto qualche vite. Ma il tempo c’è. Per smaltare unghie, parare tre rigori, ballare con manichini senza testa, apprezzare spazi e divani dietro le abbondanti quinte, gustarci il ridotto “Uno sull’altalena”, e scoprire un gruppo ormai di amici, puntuale, attento e molto attivo nell’organizzazione di eventi, tra cui svetta il palio delle frazioni, combattuto a suon di teatro scandito dai sette minuti di una artigianale e scenografica clessidra al miglio, qui destinato alla misura del tempo e non dello spazio.
Arrivano le pizze che gli amici di Laveno hanno voluto offrirci intorno ad un tavolo di proporzioni medioevali. Un enorme quadrato perfetto che si è subito riempito di voci e morsi che hanno ridotto al lumicino un continuo incedere di pizze fatte a pezzi prima di finire nel pozzo (per alcuni senza fondo) della nostra fame. Ottima. Per sapore e croccantezza. A detta di tutti.
E quando già il pensiero si fonde con l’aroma del caffè, ecco uscire dalla cucina una serie infinita di semifreddi, eguagliando la velocità di produzione della vicina azienda che ne sforna 700 al minuto. Riusciamo a farne incetta come nemmeno Attila poté. Al caffè, all’unanimità, facciamo entrare accoglienza e simpatia di Laveno nella top ten dell’ospitalità misurata nelle nostre trasferte.
Sazi ma soprattutto appagati ci ricordiamo del nostro dovere. E iniziamo la discesa verso lo spettacolo. Che inizia puntuale e che troviamo impreziosito da un azzurro cielo che fari colorati posizionati ad hoc dietro le scene, rendono cinematografico il quinto piano che appare all’apertura delle tende della finestra.
Lo spettacolo è meno attento del debutto di stagione. Soprattutto nel secondo atto luoghi e nomi si mischiano in scena, ma gli ingressi saranno tutti presenti e puntuali all’appello. Ci divertiamo, e il pubblico con noi. Accompagnandoci con risate, brusii e commenti divertiti per tutto lo spettacolo. Senza soste. E i meritati applausi vengono condivisi con tecnico, ancora relegato ad attività ludiche, con il nostro regista, Angelo per una sera.
E’ quasi un piacere anche la rimessa in sicurezza sul camion della scenografia. Non fa freddo e l’unica umidità è quella stagionale che viene dal basso. E l’accento finale segnato dall’ultimo vassoio di paste rende più leggera la stanchezza e suggella un sicuro arrivederci.
E come dicono Rosemary e Hubert : “Dio dà e Dio toglie”. Sette giorni fa ha tolto. Oggi ha dato.

Rescaldina - 11 ottobre 2014
Via la polvere di una estate fredda e piovosa e la scenografia torna a vedere la luce per la trasferta di Rescaldina che apre la nostra nuova stagione teatrale. Arriviamo in perfetto orario, schivando nuvole gonfie di pioggia che ci graziano e permettono di scaricare senza particolari disagi, tutti concentrati (i disagi) nel secondo piano che ospita l’auditorium subappaltato al nostro spettacolo e che ci costringe a funamboliche gincane per portare tutta la scenografia sul modesto palcoscenico. Le sue dimensioni ridotte limitano la fatica a pochi pezzi, anche se i più ingombranti. Ma il clima è alto, leggero e i consueti gesti, parcheggiati per una estate, tornano a vivere accompagnati da incontrollato umorismo. Amplificato dal nostro tecnico che un’ernia ha relegato a ruolo di ‘Mago Chirurgo’.
Con noi anche la fotocopia (più giovane, bella e tricologicamente fornita) di Leslie.
Il palco si apparecchia veloce. Con calma superiamo le difficoltà di una scena con rinnovati ingressi che, all’occorrenza, invertiamo. Ci gustiamo, a bocca aperta, l’unico mirabolante inspiegabile misterioso numero del nostro Mago Chirurgo che fa sparire l’esplosiva infermiera Tate dietro i nuovi e colorati roll-up promozionali, altra novità di questa nuova stagione.
Poi, in anticipo rispetto al solito, con una scorta di minuti in più, ci dirigiamo verso la pizzeria per il pasto. Da dimenticare. E’ solo facendo un immane sforzo di memoria che posso annoverare le pizze farcite a caso con gli ingredienti rimasti in cucina (da quanto tempo?) e che vengono spacciati per gli originali. Ed è così che tonni spariscono e roastbeef si tramutano in bresaole, il tutto con un impeccabile servizio ‘al lancio’ che neanche il caffè (sostantivo mai così lontano all’originale), che ha rischiato di essere servito tra un boccone di pizza e l’altro, ha saputo rimediare. Uscendo lasciamo il locale vuoto, così come deserto lo avevamo trovato, senza stupore e con la certezza che, nonostante il promozionale invito della gestione, avremmo chirurgicamente rimosso dalle nostre esperienze. Per la cronaca (e la quarantena) di nome fa “L’antico Faro”. L’indirizzo si vergogna e non ha dato il consenso ad essere citato.
Consumiamo le ultime battute sul pasto rientrando in teatro.
Ci dividiamo negli angusti antri oscuri adibiti a camerino e siamo pronti per il debutto, osservando una sala che si riempie pigramente, orfana di numerosi comunicandi e affini. Alla simbolica apertura del sipario il colpo d’occhio non è però male e dopo che l’organizzazione ha attribuito a più riprese il prossimo spettacolo di Neil Simon a Ray Cooney (che ringrazia per i diritti acquisiti) suona il gong del nuovo round.
Tutto scivola, riflesso in diretta dalla vetrata fronte palco, piacevole e veloce, cavalcando un ritmo cadenzato e senza eccessi, dove ogni personaggio, complice forse la pausa estiva, è stato messo in scena in modo meno ‘meccanico’ e con più attenzione alle sfumature della caratterizzazione. Sul tabellino di gara finiranno un ingresso di Bonney preso per i capelli, un sms echeggiato dai camerini per tutta la scena e le molte, moltissime risate di un pubblico che ha dato davvero tanto calore al nostro ritorno in scena.
Calore bruscamente annegato dalle secchiate d’acqua che un cielo ormai al limite della continenza ha deciso di riversare a più riprese sulla scenografia che troppo lentamente sale sul camion. Fradici, noi e arredi, battezziamo il debutto con qualche incertezza sui danni dell’acqua che solo a distanza di qualche giorno potremo valutare. Ma se spettacolo bagnato è spettacolo fortunato, possiamo almeno vantare la magra consolazione della speranza di fortune future.

Milano, Teatro Nuovo - 19 maggio 2014
Qualche ora. Giusto il tempo per riprendere possesso delle nostre vite ed eccoci nuovamente nei panni dei nostri personaggi. Per l’ultima apparizione della stagione. Ad accoglierci quello che abbiamo sempre definito “il prestigioso palcoscenico del Teatro Nuovo di Milano”, che ormai ben conosciamo e che se brilla per cartellone e posizione, meno sfarzosi sono arredi e ambienti, legati forse troppo alla Milano da bere di qualche decennio fa.
Ritrovo al solito posto. Per caricare un furgone preso a nolo per il solo tratto di andata. Ad attenderci la folla. Non di fans e ammiratori, sicuramente di forma, ma di forza lavoro, decisamente di sostanza. Mezzo CineTeatro Don Bosco si è mobilitato per l’evento e per rendere meno gravoso il prima e il dopo spettacolo. Si carica il camion in un batter d’occhio e al successivo tutta la scenografia è scaricata ai piedi del Nuovo.
E mentre la Milano multietnica e multicolor cammina di fretta tra le vie del centro più ad ostentare che a fare, in un batter di ciglia la scenografia prende forma sul palcoscenico che abbiamo misurato tante volte. E a ben vedere, verbo che rimbalza a fagiolo, le ciglia potevano anche fare a meno di riaprirsi visto che buona parte del montaggio viene fatta in braille : apriamo l’edizione 2014 del Festival del Teatro Amatoriale e con noi, sul palcoscenico, uno stuolo di operai a montare la tecnica che sarà a supporto di tutti gli spettacoli in cartellone. Lasciandoci spesso la buio ma con il privilegio di portare a casa un puntamento luci ad hoc.
E allo storico tecnico del gruppo, ora visagista delle dive, che arriva a metà pomeriggio e trova scena e tecnica montata, non resta che fare una veloce verifica del tutto, imposta più dal dovere del ruolo che non dalla necessità. Paghiamo l’errore con il lento e costante ritmato richiamo alla cena da parte del neo disoccupato, che cerchiamo di coprire con corsi di mazurka francese e, per i più latini, di zumba, senza tralasciare momenti di relax con lo stretching già collaudato a Busto Arsizio.
I meno attivi allenano l’indice scattando un infinito numero di foto mentre prendiamo possesso dei nostri camerini con il pudore dell’amatore di non concederci il lusso di un locale a testa.
Con dieci minuti di anticipo apriamo il self service del centro che ospiterà la nostra cena. Diamo l’idea di un gruppo vacanze con guida turistica al seguito che, accollandosi il costo complessivo del pasto e rinforzando l’apparenza gitaiola, si vedrà offerta la cena dal ristoratore quasi a conforto della dura gestione organizzativa (questo almeno il concetto che urlano gli occhi del cassiere alle parole “no, no… il suo è offerto!”)
Torniamo in teatro spinti da un aria che si è fatta più frizzante. Siamo accolti da mamma Rai, nella versione Gulp, che, accordi rimossi e ora riemersi, registrerà un simpatico dietro le quinte e qualche minuto dello spettacolo, per presentare sui canali nazionali il teatro ai ragazzi più piccoli. A turno, un po’ imbarazzati ma divertiti, sotto i riflettori di una telecamera inusuali per un teatrante, raccontiamo dello spettacolo e della nostra esperienza attorale. E anche il nostro visagista delle dive, famoso per essere allergico agli obbiettivi, si concede ai riflettori entrando di diritto negli archivi RAI come truccatore. E se lo dice la TV allora deve essere vero!
Salutiamo simpaticamente in diretta le telecamere e in differita il pubblico che ci vedrà sul piccolo schermo. E senza troppi preamboli siamo in scena, di fronte a un pubblico non troppo numeroso, ma che immaginavamo ancora più sparuto, con gli ultimi ritardatari che ancora stanno prendendo posto.
Un pubblico a bassa densità abitativa, rapportato ai metri quadri della sala, ma ad alto contenuto energetico che segna un nuovo record per questo nostro spettacolo di risate ed interruzioni da applauso che non possono, per frequenza e momento, essere stati tutti suggeriti dalla famigliare claque imposta dall’evento.
Lo spettacolo parte con un incespicata iniziale del protagonista che non cade e si rialza mitigando il salto di riga nell’unica frase che deve leggere con la difficoltà della preparazione del discorso ospedaliero che il personaggio, per natura, dovrebbe avere. E prosegue con cadenzato passo e ritmo da maratoneta, portando al traguardo una più che dignitosa messa in scena, che è riuscita a vincere anche la maggior tensione dei debuttanti Rosemary e Sergente, a cui questa replica è stata dedicata.
Caloroso saluto nel foyer alla parte di pubblico legata per amicizia o sangue agli attori dove, agli apprezzamenti di parte si aggiungono quelli dell’organizzazione. In cuor nostro speriamo anche quelli della giuria che, per deontologia, devono restare segreti.
La dea Kalì che ha allietato trasporto e montaggio, rende quasi piacevole anche la fase inversa e la scenografia emerge senza compensazione in superficie.
Quando anche il penultimo accessorio è sul camion (l’ultimo resterà nei camerini e sarà trasportato in altro modo) tiriamo il fiato e godiamo dell’adrenalina che ancora galoppa festeggiando degnamente Sergente, quello oggi a riposo, e Hubert, nel suo bis di tirata d’orecchi.
Con questo spettacolo si chiude il sipario della nostra stagione. Ma restano ancora due code.
Una televisiva : venerdì 30 maggio alle ore 13.45, con replica il giorno dopo alle 16.45, su RaiGulp, dove sarà trasmesso il servizio sul nostro spettacolo all’interno del programma “Gulp Cinema e Teatro”.
E una teatrale, quando il 15 giugno scatterà la premiazione di questo Festival.
Ma poi saremo davvero in vacanza?

Busto Arsizio, Teatro S.Anna - 17 maggio 2014
Si volge alla fine della stagione. La nostra stagione. Penultimo spettacolo quello di oggi, in un defilato teatro della periferia di Busto Arsizio che ha già ospitato il nostro RUMORS due stagioni fa.
Lo spirito è quello di una prova generale più che di uno spettacolo davanti al pubblico pagante, in vista del debutto al Festival del Teatro amatoriale al Nuovo di Milano ormai dietro il prossimo angolo. E il pensiero e le parole sono già al capoluogo mentre velocemente svuotiamo il camion e riempiamo il palcoscenico agevolati da breve rampa di scale che, rettifilo, ci porta dritto dritto sulle assi del palcoscenico.
Fuori il sole. Con il suo luminoso, avvolgente, profumato e morbido caldo abbraccio.
Dentro il buio. Con la sua tetra, pungente, odorosa e spigolosa umida morsa.
Ma vaccinati al San Domingo, quasi non ne sentiamo i sintomi e luci ed ombre si mischiano in un veloce sali e scendi di uomini e pannelli.
Intermezzo clerical-ludico con il parroco del luogo che riconosce nel nostro spettacolo un testo già andato in scena su questo palco la scorsa stagione, e suona come beffa e complimento insieme, e a cui chiediamo il laico piacere di soprassedere al solito sermone della prefestiva visto che il nostro tecnico, che oltre ai palchi ama battezzare anche i pulpiti del nostro tour, non può rallentare il tabellino di marcia per il vezzo di una omelia che precederà, oltre alla divina ultima, anche la nostra più umile e popolare cena. Per la cronaca la richiesta non sarà esaudita senza comunque significative ripercussioni sul time table.
Mentre si monta, oltre alle mani, a muoversi freneticamente è anche la bocca, festeggiando alla maniera adolescenziale con gommose sconsigliate da qualsiasi dentista, il nostro Hubert che, superato il mezzo secolo, non ne vuol sapere di ammettere e, diamone atto, mostrare la propria età. Rimandando i festeggiamenti, quelli veri, a lunedì sera, quando anche il sergente, cogiorneo ma non coanneo, vorrà dire la sua in fatto di anni e anniversari.
Tutto è pronto e quasi increduli il sole splende ancora alto. Abbiamo così tempo da dedicare, in clima di rilassato ozio, a chiacchiere, risveglio muscolare, laccatura e smerigliatura di innumerevoli forse infinite unghie femminili e spegnere gli ultimi focolai di accese discussioni nate sul palco della precedente replica.
E quando anche il nostro tecnico decide di andare in pace, accendiamo i motori e in corteo ci dirigiamo verso una pizzeria, i Faraglioni, per fare i nomi, che avrà il compito, riuscendoci a pieni voti, di far dimenticare la pizzeria che ha deluso tutti, il Capri, per fare anche i cognomi, nella nostra precedente e prima venuta al S.Anna di Busto. Pizze gustose, anche integrali, e una arrabbiata forse solo appena un po’ al dente ma indimenticabile, portano questo desco nella parte alta della nostra personalissima classifica enogastronomica. Inutile ricordare la scena che sempre uguale si ripete, della nostra caposala Flint che dopo aver scorso tutto il menu e letto tutti gli ingredienti di tutte le pizze approfondendo con il cameriere eventuali dubbi… scusate, avevo detto che era inutile ricordarlo. Quindi non lo farò!
Si torna in teatro. Ad accoglierci un silenzio e un gelo (entrambi reali perché l’umido del teatro condensa con il passare delle ore) che si affievoliranno solo a ridosso dell’apertura del sipario, quando qualche cenno di vita farà capolino dalla platea.
Ci prepariamo pronti a tutti. Anche all’esperienza del deserto. Quale migliore prova in vista dello spettacolo al Nuovo che in fatto di pubblico sembra non promettere nulla di buono?
Unico vizio resta il fatto che il nostro compenso è una percentuale dell’incasso che, già misera di suo, ne accentua la pochezza se anche la base di calcolo resta avvinghiata allo zero.
Decidiamo così di risparmiare sul trucco e di lasciare un segno edibile e biodegradabile del nostro passaggio sulle mura dei camerini con la sorpresa e la gioia futura di poterlo ritrovare ad un nostro ipotetico prossimo ritorno.
Noi siamo pronti. Il pubblico ancora no. O meglio, non è che non sia pronto. Non c’è proprio.
Improvvisiamo uno scomposto tip tap sulle assi del palcoscenico che si ferma solo quando qualche brusio oltre sipario ci conferma di non essere rimasti gli ultimi uomini della terra. E finalmente il sipario si apre su un pubblico che potrebbe essere citato nominalmente senza rubare troppo spazio al resto del racconto.
In prima fila volti noti, di amici e conoscenti che, ancora vergini di questo spettacolo, ci sostengono con un genuino e istintivo calore di applausi risate e sguardi attenti e divertiti. Il resto delle teste sparse qua e la in sala non sono da meno, seguite dal resto del corpo.
Il primo atto si chiude con Mike, improvvisato siparista, che lascia prima la scena per sopperire così alla mancanza di aiuto tra le quinte. E con il nostro tecnico che tra lo stupito e il divertito, ci consegna la nostra parte di incasso, che giriamo subito a Rosemary Mortimere per pagare il parcheggio dell’auto che, come da copione, “è lì dal doppio del tempo per cui ha pagato” e che l’organizzazione ha deciso di anticiparci forse temendo la nostra fuga.
Il secondo atto si apre, si, ma in ritardo, su un altro siparista che, abbandonato alla melodia della musica che avvisava pubblico e attori dell’imminente ripresa, ha preferito il piacere al dovere.
Salutiamo quasi nominalmente il pubblico sugli applausi finali con una certezza. Quella di avere messo tutto il nostro entusiasmo e la nostra energia anche in questo spettacolo. E di avere così offerto una bella prova, forse con l’acceleratore pigiato all’inizio ma subito dosato su una bella andatura da crociera, con accelerate e frenate solo quando il percorso lo richiedeva davvero.
“Ma le sorprese non finiscono qui!”
Di gara si trattava, e sperando che tra i premi non ci sia il biglietto d’oro per il pubblico più numeroso, tra sette giorni raccoglieremo, speriamo, i frutti di questa fatica. E così, mentre si smonta consapevoli che fra poche ore questi gesti si ripeteranno su altro palco e altra città, annoveriamo i premi che il nostro spettacolo potrebbe aggiudicarsi al S.Anna di Busto, tutti concordi che potremmo spuntarla su “miglior montatura di occhiali”, “miglior paio di scarpe bicolori” o, perché no, “miglior sipario in ritardo”.
Sigilliamo il furgone e le ultime voci sono a commentare la scarsa affluenza ad una rassegna che non abbiamo trovato pubblicizzata in nessun luogo, nemmeno tra le mura stesse del teatro e che, se vogliamo definire “clandestina”, facendo il verso alla più frequentata mazurka, che almeno si regga sul passa parola.

Milano, Teatro Silvestrianum - 10 maggio 2014
Alti e bassi aprono la replica di oggi : una reprise degli Allegri Chirurghi, parcheggiata poco più di un mese per ridare un po’ di fiato e lustro alla sorella maggiore ferma ai blocchi da due anni.
Alto è l’umore, complice la frizzante giornata primaverile che punge di leggiadria e vaghezza anche i più impensati membri del gruppo. E bassi, molto bassi, sono gli argomenti presi a spunto per l’oggetto del nostro battere, filtrato a maglie molto larghe.
E così si carica, senza sentirne il peso, passando dai consigli ai naviganti per chi si reca in Indonesia alle più sofisticate tecniche di assestamento del carico tramite ‘oscillazione forzata del mezzo’.
Si plana, senza accorgersene, nei sotterranei del teatro e ritrovandoci tra le mani, senza soluzione di continuità, ma girati, i pezzi della scena appena caricati.
Riscopriamo un palcoscenico che ha visto tutti i nostri più recenti spettacoli arricchito con una dotazione tecnica di serie rinnovata e maggiorata.
Si monta senza scricchiolii. Gli unici rumori sono i fiati appesantiti dal dislivello cadenzato dai numerosi scalini. E nemmeno sentiamo la mancanza degli attrezzi dimenticati nei meandri dell’altro spettacolo.
Abbiamo così il tempo, mentre il tecnico sopra le nostre teste adempie al terzo comandamento, di divagare sul ‘così fan tutti’ come vizio capitale di una società che troppo spesso pensiamo debba essere cambiata da altri, dimenticando che gli altri (sottofondo musicale) siamo noi.
All’amen della celebrazione prefestiva il gruppo si ricompatta a scoprire come una mascotte si possa trasformare in cena. I succhi gastrici trovano infatti degna sepoltura da Willy (Milano, via Bergamo 1) dove varietà, forma, dimensione e qualità della pizza, fanno scalare questo locale la vetta del nostro personalissimo gusto.
Le gioie del palato amplificano il divario tra umore e livello della battuta, che diventa ora ancor più libera, fino ad ingaggiare gare di slogan del tronchetto, che da alternativa al calzone napoletano, si trasforma ora in truciolato ora in edizione straordinaria, purché non sgoccioli.
Ed eccoci pronti ad affrontare il nostro pubblico. Oggi scarso per numero.
La prevendita non è andata gran che, ed una sala che ci ha accolto in passato con dei roboanti ‘Tutto esaurito’ oggi raccoglie uno sparuto numero di spettatori sparsi a gregge nella comoda sala di poltroncine verdi.
Il sipario si apre con le ultime pecorelle che ancora devono trovare posto nel mondo e che mischiano alla sigla iniziale un brusio fastidioso ma che subito si smorza. E ci accendiamo noi. Senza più spegnerci, fino alla fino alla fine. Anche quando uno sfrigolio partito chissà da dove lascia tutto e tutti al buio. E’ il momento delle confidenze, e in scena David e Hubert appena scorgono i propri profili. Ma ben illuminate restano battute e presenza di spirito, e tutto procede senza increspature di voce e intenzione. Anche quando il nostro tecnico teletrasportato dalla cabina regia si precipita sul palcoscenico ad armeggiare tra cavi e prese. Anche quando, per ridare la vista ai ciechi, senza impastare fango e saliva, un’anima pia accende le luci di sala, trasformando noi in spettatori di un pubblico attento e divertito che, al pari nostro, segue nonostante tutto senza sorpresa o preoccupazione. Come se nulla fosse.
E come se nulla fosse, la luce torna ad occupare il giusto spazio. Gli attori tornano sotto i riflettori e il pubblico sparisce nell’ombra. Per ricomparire al termine di uno spettacolo che viene applaudito come apprezzato ed originale, come molti commenti, forse la maggiore densità di sempre, ameranno sottolineare.
La stanchezza ora prende il sopravvento e le scale, che in salita rendono i gravi ancora più tali, non azzera ma certo smorza animo e risate, lasciando senza vincitori ne vinti i finalisti del primo concorso “Tronchetto d’oro”.
Ma gli applausi ancora echeggiano mentre volano veloci verso Amsterdam, dove il nostro regista ha deciso di chiedere trasgressivo asilo prima di tornare a rivestire, dalla prossima replica, il ruolo del sergente.

Vimercate - 22 marzo 2014
Piove. Non molto. Ma il sole delle scorse repliche viene cancellato dalla vendetta di nuvoloni grigi. Autunnali. E freddi. Le previsioni erano meno magnanime ma fortunatamente, quasi avesse un occhio di riguardo nei nostri confronti, la pioggia rispetterà il meteorologo solo dopo che l’ultimo pannello ha ritrovato posto nel furgone. Grazie. Cinq ghei pusè ma suc.
La mazurka clandestina rubata al silenzio della notte prima da alcuni del gruppo ha lasciato qualche strascico di sonno e di forma. E se la camminata della caposala si corregge facilmente con una scarpa adeguata il sonno del nostro tecnico troverà soddisfazione durante il secondo atto. Divertente per il pubblico. Soporifero per lui. Cinq ghei pusè ma sdraià.
Non siamo in tanti, orfani oggi anche di regista, ma bastiamo a garantire tempi da record nel caricare il camion e altrettanto velocemente siamo a destinazione. Durante il viaggio consumiamo il sacro rito del battesimo dell’auto nuova di Leslie, una Dacia Subaru che profumerà di plastica solo per un mese (poi il posacenere posticcio inizierà a riempirsi) e che scopriamo avere un navigatore rumeno che imbocca i sensi unici al contrario. Cinq ghei pusè ma giust.
A teatro, il grigio della giornata è amplificato dal deserto del luogo. Nessuno ad accoglierci e tutte le porte sprangate. Chiediamo aiuto al bar parrocchiale dove il ragazzo ci conferma lo spettacolo e sostituito temporaneamente al bancone da Leslie, che riuscirà a vendere 10 caramelle, un sacchetto di patatine e una coca cola, si precipita ad aprirci. Cinq ghei pusè ma vert.
Cerchiamo il modo migliore di scaricare evitando il più possibile la pioggia e quando buona parte del carico è già a terra, i modi decisi e scocciati quasi al rancoroso dell’intransigente parroco locale, ci intimano l’errore: non c’è nessuno spettacolo, anche perché il teatro è inagibile da tempo! Cinq ghei pusè ma curtes.
Tra l’incredulo e il sorpreso verifichiamo la ragion divina e dando sfogo a risa che ancora non si vogliono sopire, riordiniamo sul furgone i nostri stracci e ripartiamo alla volta della giusta meta, poco distante e di facile approdo. Cinq ghei pusè ma comud.
La scena si compone senza sforzi su un palco a pendenza zero e zero scale, costringendoci a subire un discutibile piazzato bianco, intoccabile per inumane distanze da terra, a disegnare luci e ombre che offuscano il brillante genere che vogliamo rappresentare. Cinq ghei pusè ma bas.
Gustiamo dalla platea, che le luci di servizio trasformano in una pista d’atterraggio che Willoughby affitta per il ritorno della figlia dal Sud America, la scena incastonata su un discutibile palco per sicurezza, tecnica e gestione degli spazi. Scoprendo poi che anche il sipario non si chiude del tutto regalando uno spicchio di pubblico o di scena a secondo del ruolo di chi guarda. Cinq ghei pusè ma sarà su.
Mentre organizziamo un sit in di cartelli informativi da appendere fuori dal vecchio teatro per indirizzare l’eventuale pubblico da noi mal consigliato, ridiamo forma e struttura ad un pannello scollato con un intervento a colla aperta, primo vero paziente del nostro ospedale. Cinq ghei pusè ma giustàa.
E quando anche l’ape operaia Bonney si unisce al gruppo voliamo verso una madre pizza fragrante e gustosa che possiamo gustare in tutte le possibili combinazioni di impasto e cottura e annaffiare con bibite d’altri tempi che snobbano le moderne miscele dando spazio al vintage-drink. Appuntare : il paradiso della pizza. Cinq ghei pusè ma bun.
Orfani di caffè che in alcune zone di Vimercate sembra bandito, rientriamo in teatro scoprendo che con abbondante anticipo una prima coppia di pubblico ha già preso posto in sala. Chiudiamo il sipario, quasi tutto, e ci gustiamo un caffè improvvisato dall’organizzazione che mentre va in pressione ci conferma simpatia e gentilezza dell’intransigente parroco locale. Per qualche motivo ancora ignoto scopriamo per bocca di Leslie di aver salvato “patate e cavoli” e di aver coniato così un nuovo modo di dire. Cinq ghei pusè ma fantasius.
Ci prepariamo leggeri nei comodi camerini retro palco che di tanto in tanto le bocche dell’areazione concimano con folate di dubbia provenienza. E arriviamo senza accorgerci all’ora del sipario. Senza trucco, per non aggiungere ombra all’ombra. Maldestramente il sipario viene spalancato sulla nostra intimità pre spettacolo alla ricerca di un biscotto. Lo stupore scema solo quando scopriamo che per induzione si riferiva al gelato (il microfono). Un’orazione funebre introduce lo spettacolo sgranando le stazioni principali del nostro foglio di sala. Cinq ghei pusè ma alegher.
E mentre tutto il pubblico con quaresimale mestizia era pronto al requiem di gruppo, il sipario si apre del tutto su uno spettacolo che riaccende un sorriso che subito vira in una risata che risuonerà per tutta la serata. Mettiamo in scena uno spettacolo buono. Non il migliore. Con qualche sporadico calo di ritmo ma senza evidenti sbavature che fa subito presa sul pubblico e che scopriamo entusiasta al termine della rappresentazione. Cinq ghei pusè ma cuntent.
Al termine c’è il tempo per ritrovare un vecchio mattatore del gruppo che Vimercate e il cuore ci hanno rapito a cui strappiamo una promessa di ritorno che sappiamo non potrà essere mantenuta, e per non ritrovare gli alunni dell’infermiera Tate che qui insegna e che si sono dati preventivamente alla fuga temendo forse di essere interrogati. Cinq ghei pusè ma preparàa.
Rientriamo nei nostri panni nei camerini dove il vento di concime è alleggerito dai complimenti dell’organizzazione che ci strappa una promessa di ritorno. La scenografia, senza essere scalfita dalla pioggia che incomincia a fare sul serio, rientra ordinata sul furgone, indecisa se seguire le direttive del tecnico o di Connolly che si contendono a gran voce posizione e ordine di salita delle cose. Cinq ghei pusè ma in urdin.
Ora lasciamo riposare questo spettacolo per un mese. Ci aspetta il gradito ritorno della cena che dopo quasi tre anni torna a fare capolino sulle nostre scene. Per l’occasione abito elegante. Colore? Cinq ghei pusè ma rus.

Milano, Teatro S.Domingo - 16 marzo 2014
Un sole pre estivo accende temperatura e colori di una giornata nemica del buio dei teatri. E oggi ci aspetta una pomeridiana. Meta è il S.Domingo di Milano. Nome esotico. Ambiente un po’ meno. Arriviamo con il sole allo Zenith, ad amplificare il contrasto con il buio umido di un palcoscenico ricavato sotto le sacre mura di una chiesa a diretto contatto, pare, con l’umida terra. Aspettiamo che il gruppo si compatti al sole di una Milano che si sta chiudendo in casa per il sacro pranzo della domenica. E quando il camion arriva scopriamo che la scia delle auto al seguito è così lunga da arrivare al punto di partenza dove, per motivi ancora da scoprire, il resto del gruppo è rimasto al palo.
Ma la forza lavoro è sufficiente e motivata per dare il via ad uno scarico-montaggio scene che scorre fluido e veloce. E un’ora dopo, senza intoppi, la scenografia veste come un abito sartoriale un palcoscenico che per hxlxp sembra fatto apposta per indossare la nostra scena. Rimandiamo i pochi dettagli rimasti e ci concediamo un lento pranzo di sole e chiacchiere, dove il cibo non sembra essere la parte predominante nonostante la trionfale torta paesana che, reduce dallo scambio teatral-gastronomico con la compagnia napoletana che ieri sera si è esibita sul nostro palco, addolcisce bocca e pensieri di tutti gli astanti.
E così, sullo sfondo di un innaturale silenzio per una Milano sempre caotica e affollata, godendo dello spicchio di azzurro che sovrasta oggi il grigio degli alti palazzi che ci circondano, voliamo negli Emirati sulla scia dei racconti di Rosemary Mortimere, che dietro gli ultimi sprazzi di un’abbronzatura che sta sbiadendo, disegnano skyline e condizione femminile di una terra nota a pochi. Resterà all’oscuro di tutto il nostro tecnico, che decide di offrire a Morfeo questa pausa in una posizione tra sedia e poltrona degna di un santone indiano.
Scocca la mezza, quella delle due, e siamo costretti a lasciare il cortile assolato per scendere nelle segrete del nostro teatro che, scopriremo, ha ospitato i primi anni di carcere del Conte di Montecristo, migrato poi in luogo più salubre perché anche i prigionieri hanno diritto ad un po’ di pietà.
Un caffè veloce nel bar del teatro dove il tempo sembra essersi fermato, a rimirare tra un sorso e l’altro, la storia della sala attraverso i manifesti delle oltre 30 stagioni teatrali, giocando a cercare anche le nostre apparizioni.
Poi, attraverso una serpentina di corridoi che ricordano le anticamere delle vecchie case di città con pavimenti maculati e mobili senza età ai lati, raggiungiamo la piazza dei camerini. Dove, fotografando delfini 2d appesi alle pareti ci prepariamo ad affrontare un pubblico che facciamo fatica a decifrare a priori.
La sala lentamente si anima. Conteremo un centinaio di presenze, mezza sala ben distribuita che, abbassando l’età media potremmo anche immaginare gremita.
Il sipario si apre per le mani del nostro regista su uno spettacolo senza trucco, per benevolenza del nostro visagista, e senza inganni. Genuino. Fluido. Intenso. Ci divertiamo a metterlo in scena. E con noi si diverte il pubblico che scopriamo più vispo e attento di quanto potessimo immaginare. E anche se il professor Willoughby, mai sazio, ingoia qualche quartina (forse nel tentativo di ridurre allo stretto necessario la presenza delle persone in un luogo insalubre), la verve del testo arriva a folate su un pubblico che riusciamo a spettinare. L’unico che si addormenta è il nostro regista che ritarda l’apertura del secondo sipario al limite della preoccupazione.
E consegniamo alla storia due ore di spensierate risate ad un pubblico che, a gran voce, ci conferma apprezzamenti e soddisfazione, ringraziandoci per aver fatto esondare la bella giornata anche dentro le mura del teatro.
Ripieghiamo la scenografia eguagliando il record del montaggio e prima che il sole inizi il turno di notte abbiamo messo in archivio anche questa bella e forse inaspettata replica, scoprendo solo poi che siamo stati ignari attori di un concorso che avrà il suo epilogo il 4 maggio, data a un passo dall’essere nefasta per imperiali e nerazzurre memorie e che per questo fa ben sperare.

Erba - 28 febbraio 2014
Il cielo è grigio e promette acqua. Forse solo dalla notte. Le forze in campo sono poche, solo un manipolo (nel senso che si contano sulle dita di una mano) di maschietti pronti a tutto. Il resto del gruppo si ricomporrà in seguito. Il tempo è poco perché come spesso accade nelle infrasettimanali si deve partire tardi perché il mezzo tardi si libera.
Ma il clima è sereno. Disteso. Lasciatoci alle spalle il carico di responsabilità della scorsa replica, ora tutto ci sembra semplice. Anche il traffico che dovremo attraversare nell’ora di punta, quella in cui entriamo quando chiudiamo il furgone dopo aver caricato seguendo in parallelo un corso di inglese tenuto da Leslie e avervi posto con calma anche il penultimo pezzo. L’ultimo no. Non possiamo metterlo. I pacchi regalo infatti sono rimasti a Milano, mancano ancora all’appello ed è compito della caposala portarli in tempo utile per lo spettacolo.
Arriviamo dopo qualche giro su noi stessi a scoprire la cittadina di Erba che troviamo vivace e vitale di giorno ma che l’organizzazione ci anticipa pigra e riservata la sera, raccontandoci i 27 paganti del precedente spettacolo e l’annullamento del successivo per mancanza di pubblico.
Ma non ci facciamo intimorire. Non ne abbiamo il tempo. Perché è poco. Noi siamo pochi. E dobbiamo arredare il palco in tempo utile, nonostante l’handicap di auto parcheggiate di fronte all’ingresso del teatro che costringe la scenografia a fare qualche chilometro di troppo. Ci aiuta un palco che è liscio e in piano dove panta rei, tutto scorre a meraviglia e non ha bisogno di particolari accorgimenti per considerarsi sicura e funzionale.
Risolviamo anche il giallo dei cavi di alimentazione delle casse scomparsi e presto anche la musica echeggia tra le pareti di un teatro che per cromie e struttura sembrano essere un tutt’uno con la nostra scenografia ma che si improvvisa sala da ballo per musiche folk che il nostro tecnico adora fino a renderle clandestine.
Anche il sipario decide di mettersi in moto e i nuovi pacchi regalo, dopo una serie di tentativi trovano l’incastro giusto per dare parvenze umane sotto il velo di un lenzuolo da ospedale.
Tutto è pronto.
Mangiamo chi al sacco chi a pizza di diversi gusti ma ugual sapore, scoperta oltre il ciglio della strada, dove consumiamo anche qualche cialda di un discreto caffè per evitare di andare alla ricerca di un bar che sembra oltre ogni orizzonte.
Due chiacchiere teatrali col Caprani, vecchia conoscenza e patron della rassegna cui partecipiamo, che hanno il sapore di amarcord a ricordare tempi che mai ritorneranno?
Poi, con il gruppo che si è ricompattato, in una formazione nuova con i debuttanti Rosemary e Sergente entrambi in scena, chiudiamo il sipario sui nostri preparativi e su una aspettativa di pubblico che speriamo più numerosa del passato recente di questo teatro.
I tiepidi camerini, che crediamo angusti e limitati per un gruppo numeroso come il nostro, si srotolano al piano di sotto regalandoci gradi e spazi adeguati per ciascuno. E mentre scaldiamo la voce prima e imploriamo San Genesio poi, quello che arriva dalla sala è un imbarazzante silenzio.
Non è previsto intervento prima dello spettacolo. La gestione è tutta nostra e alle 21.15, come da copione, il sipario si apre su una sala di 700 posti che ne vede occupati solo una cinquantina. Ma tutto sommato ben distribuiti quasi a sembrarne… ancora meno.
Facciamo tesoro dell’ultimo spettacolo al Nuovo e andiamo in scena come se il pubblico non ci fosse. E tutto sommato non è così difficile immaginarlo. Dalla platea e dall’ampia galleria arriva un freddo silenzio più da dramma intenso e sentito che non da partecipata commedia brillante.
Ogni tanto qualche brusio o timida risata riesce ad arrivare fino al palco, quasi a dirci che in sala c’è ancora vita.
Mettiamo in scena un ottimo spettacolo. Misurato. Cadenzato. Ritmato. Interpretato. Caricaturato. Tutto alla perfezione. Forse solo qualche sbavatura di posizione che poteva essere meglio curata su un palco tutto sommato abbastanza grande da perdercisi. Ma sono sfumature di poco conto.
E il pubblico apprezza. Sentiamo che i brusii guadagnano via via di intensità. L’applauso che accompagna la chiusura del primo atto, complice forse anche un eterno sipario, è lungo e sentito. Sincero. E anche il secondo atto regala al pubblico una ottima performance, nonostante il sergente che per un attimo, come per magia, si trasforma in dottore per opera di Mortimere.
Salutiamo il poco pubblico che per apprezzamenti e calore vorremmo sempre con noi e a tempo di record riportiamo armi e bagagli a casa. Con una pioggia che si fa sempre più insistente che domiamo facendo salire il camion sul marciapiede quasi a baciare la porta del teatro.
Salutiamo Erba, che andrebbe concimata almeno teatralmente parlando, divorando l’ultima frittella di Leslie che, gradita sorpresa, ha voluto anticipare il carnevale del gruppo.

Milano, Teatro NUOVO - 17 febbraio 2014
Difficile capire se è maggiore l’attesa o la tensione. O un frullato di entrambe. Il clima è sereno ma sentiamo, tutti, la responsabilità dell’evento e il timore di non essere all’altezza ogni tanto sfiata dalle solite battute fatte oggi più per mitigare che per spontanea ilarità.
Questa sera ci attende il palco del Teatro Nuovo di Milano che non ci sembra vero poterlo annoverare tra i palchi più frequentati dal nostro gruppo, secondo solo a quello indigeno. Più che il palco però, in questo caso poté la platea, preannunciata in pompa magna dal Rotary Milano Centro (pronunciare con nobile e velata erre moscia) come d’eccezione e con un selezionatissimo parterre de roi che vedrà la sua punta, di quale foggia al lettore la scelta, nel presidente della nostra regione.
Questo impasto, pepato dalle incertezze più presunte che reali dell’ultima messa in scena, crea quell’ansia da prestazione che cerchiamo di convogliare verso il serbatoio della benzina.
Si carica facile in un furgone difficile. All’ultimo momento il noleggio prende in ostaggio l’abbondante compagno di importanti trasferte per sostituirlo con un furgone lungo a non vederne la fine ma stretto e basso a non vederne l’inizio.
Ma il prepotente spiegamento di forze che oggi vanta più tecnici e braccia che attori, riesce a creare il primo caso di scenografia sotto vuoto spinto in un gioco di incastri subito brevettato da Kubrick. Ci si mette in moto con qualche indecisione e solo dopo aver ingaggiato una caccia al tesoro per ritrovare l’auto della caposala, si parte di volata verso un teatro vicino per chilometri lontano per area C, parcheggi a pagamento e traffico.
Lasciata la macchina, l’ultimo miglio a piedi è denso degli odori della milanobene, tutti sofisticati, distaccati, spesso finti.
Il furgone sgomita in pieno centro per trovare un pertugio in cui infilarsi e finalmente riaprire le porte ad una scenografia che torna a vivere e respirare. Trasportata da tante operose formichine, pezzo dopo pezzo la scenografia trova spazio su un palco caldo e accogliente. E tutto lo riempie, con un bel colpo d’occhio che pecca forse solo in altezza.
Attori in platea e spazio libero ai tecnici, che come funamboli su scale volanti, a tempo di record assestano luci e ombre. E con la magia di una misurata amplificazione, regalano la voce anche a fondo sala.
18.30. Ora di cena. Anche gli ultimi del gruppo rispondono alle armi in zona cesarini e compatti, quasi in vacanza, ci dedichiamo un’ora di cibo e chiacchiere in un vicino ristorantino commerciale dove facciamo impazzire gli addetti alla cucina con richieste troppo numerose troppo diverse troppo caotiche troppo troppe. Una corsia preferenziale alla cassa ci porta ai tavoli dove ci godiamo il momento, rallegrato oggi da tecnici, famiglie e truccatrici al seguito. Mai così tanti prima d’ora.
Un’ora passa veloce. Soprattutto qui, ora, oggi.
Si torna in teatro. Ed iniziano i preparativi. Quelli veri.
Segregati in un camerino comune, non potendo assaporare il gusto di uno spazio privato depredato dagli attori dello spettacolo in scena in questo periodo, tra macchine per cucire e ferri da stiro entriamo nei nostri alter ego sulle note dei compiti di italiano e matematica di figli d’arte costretti a studiare anche in uno spazio di piacere.
Siamo pronti con abbondante anticipo, mentre la sala si riempie di capelli brizzolati e silicone.
Ci trucchiamo sotto luci frivole e affidiamo a San Genesio, patrono degli attori, e san Babila, che abita la piazza del teatro, il destino delle prossime due ore.
Percorriamo nervosi chilometri di quinte mentre il Rotary racconta progetti e speranze riempiendosi la bocca di numeri e risultati in una cornice che l’imposta apertura del sipario svela prima del tempo, calpestando il gusto della sorpresa che al pubblico spetta di diritto.
Finalmente, dopo un forse improvvisato comizio del più alto in carica rappresentante della regione, il sipario si chiude su uno spettacolo, il loro, per riaprirsi su un altro. Il nostro.
Il colpo d’occhio è imponente, anche se la grande sala non è stracolma come in altre occasioni.
E imponente e densa anche l’attenzione, forse la curiosità, crediamo anche l’obbligo di presenza del pubblico presente.
Ma come ci siamo imposti e promessi ai blocchi di partenza, oggi il pubblico non deve influenzare e corrompere. Non deve esserci. E nonostante la presenza e le reazioni numerose ma sopite di un pubblico che molla le briglie solo verso la fine del primo atto, riusciamo a mettere in scena un primo tempo impeccabile. Non solo nella resa ma nella caparbietà con cui sosteniamo ruolo e scene. Il tempo, forse troppo, di riprendere fiato e ripartiamo di fronte ad una sala che qualche cadavere ha abbandonato dimostrando quanto scelta era la presenza a questa serata.
Liberato dalla moderata costrizione di lifting e bon ton, il pubblico rimasto accoglie il secondo atto con una partecipazione ed un calore quasi inaspettato e anche se offriamo qualche grado di precisione e ritmo in meno rispetto alla prima parte, accogliamo come meritati gli applausi che sigillano la nostra fatica.
In prima fila, il Bobo nazionale ha seguito con una divertita paresi facciale, tutto lo spettacolo, attento e incuriosito e, a richiesta, manifestato gli apprezzamenti.
Sulle assi del palcoscenico, ora blindato dal sipario definitivamente chiuso, dopo un incauto ma doveroso urlo di liberazione del provato sergente, il nostro Bobo festeggia con il resto del gruppo una bella prova d’insieme.
Ci togliamo abiti di scena e ci prendiamo il tempo di qualche parola di soddisfazione con amici e parenti che hanno seguito dai palchi laterali da cui arrivava la partecipazione più intensa. E poi l’ultima fatica, con una scenografia che a ritroso tira il fiato quando scopre che sarà riportata a casa in un ben più ampio furgone.
Dimentichiamo i pacchi regalo, oggetti della scena thriller dello spettacolo, ma preferiamo considerarli un cadeaux. Nel caso, li ritroveremo il 19 maggio, quando saremo nuovamente ospiti di questa cornice a dire la nostra con un pubblico vero e per questo più avido di risate e divertimento.

Cesano Maderno - 9 febbraio 2014
Stranamente di domenica e di sera, lo spettacolo che va in scena oggi. Slittamento imposto in zona cesarini dai festeggiamenti del primo anniversario di Alice, figlia d’arte e di sicuro palcoscenico approdo, nonostante il nome da fibra ottica. L’organizzazione ha fatto il nostro gioco, nonostante il materiale promozionale già in circolazione, creando così un falso storico che solo i presenti potranno raccontare.
La giornata è accesa da una luce tersa piena di colori animati che sorprende anche noi, dopo tanti troppi giorni neri di pioggia. E letiziano l’umore di noi attori che alla spicciolata raggiungiamo il teatro di Cesano Maderno, dallo spigoloso acronimo CVP e che per la terza volta ospiterà un nostro lavoro dopo aver per tanto tempo prestato il pulpito, ora palco, a celebrazioni religiose.
La luce del sole sembra non penetrare il freddo della sala che ancora deve scaldarsi. Ma il tepore dei camerini è piacevole e ospitale e subito trasformiamo in ospedale per la caposala Flint infreddolita e acciaccata nel naso e nella gola.
Senza sorprese, in ultimo arriva anche il camion, che ha trovato la retta via dopo un girovagare che mai ci sarà raccontato. Perché se tra due punti passa una e una sola retta, tra gli stessi passano infinite linee curve, e c’è chi ha deciso di percorrerle tutte.
Dopo un inutile tentativo di far entrare il camion nel cortile del teatro che coccia contro un altrettanto inutile traversino di cemento armato, decidiamo di non sfruttare la proverbiale idea di sgonfiare le gomme del camion per guadagnare i pochi centimetri necessari e di lasciare il mezzo all’esterno. Qualche metro di ginnastica che accogliamo con piacere visto un palco altezza strada facile da apparecchiare.
Oggi manca all’appello il sergente di polizia, che il lavoro ha voluto per qualche settimana altrove. A farne le spese il nostro regista, che con due prove due, ha dato voce ad una parte che già aveva materializzato in tante repliche davanti e dietro le scene, offrendogli finalmente le gioie e i dolori dell’interpretazione. E’ teso. Visibilmente teso. O forse solo scaramanticamente preoccupato. Ma è il solo. Ci ha abituato alla sua presenza scenica. E siamo tranquilli e felici di vederlo sul palcoscenico non solo per gli applausi finali.
E manca all’appello anche la voglia del nostro tecnico, che dichiara subito il clima da gita che oggi lo accompagna provato da un atteggiamento dimesso e divertito che stride con il costante rintocco dei suoi richiami di cui oggi sentiamo nettamente la mancanza.
Il palcoscenico sembra della misura perfetta per la nostra scenografia che si compone a memoria e senza sbavature. Nemmeno quelle della colla usata per rimediare ad una brutta scollatura di un pannello. Il colpo d’occhio dalla platea è notevole. Aggiungiamo un letto nell’improvvisato ospedale per ospitare anche calo di pressione e tachicardia del professor Willoughby, che si trova improvvisamente ad essere sorretto da un pannello che credeva di sorreggere. In gergo: scambio di ruoli.
E si corre, ma senza fretta, verso il Papillon, che come il palcoscenico, per la terza volta ospiterà la nostra compagnia. Indimenticato il cameriere che ci accoglie con una cinematografica cadenza milanese e che aggiunge una garbata simpatia alle gustose pizze. Che passano in secondo piano quando sul desco calano le nuove rivelazioni sugli alieni che hanno trovato terreno fertile nella cultura scientifico-spaziale di Leslie e che vuole a tutti i costi condividere e imporre ai commensali. Il risultato è una cena divertita e divertente che strappa la promessa ai più di documentarsi sulle tesi narrate da Angelo, che con un piccolo cambio di lettera ed un veloce anagramma trasformerebbe in Alieno, e che, senza le esortazioni del nostro tecnico ancora in gita rischia di scivolare oltre lo spettacolo.
E poi si corre, ma senza fretta, verso il teatro, i camerini, lo spettacolo.
Arriviamo all’apertura del palcoscenico tra pacche sulle spalle del debuttante sergente e fette di torta e panettone-uovo-di-cioccolato che aggiungono il dolce al salato della pizzeria. Il nostro tecnico torna dalla gita giusto per mandare in pezzi la pistola di scena del sergente e provare a ricomporla nel migliore dei modi ritrovandosi per le mani il solito pezzo che… ma c’era prima?
Il pubblico ha quasi riempito una sala che da qualche tempo la crisi lascia sempre con qualche posto vacante. E’ imbeccato dal simpatico e vibrante Franco che annuncia lo spettacolo. E subito siamo accolti, sotto i riflettori ancora tiepidi, da applausi e risate divertite che accendono subito lo spettacolo. Ma subito, lentamente, si spengono. Ancora non hanno fatto capolino tutti i personaggi del primo atto che sentiamo il pubblico allontanarsi, farsi piccolo, silenzioso, assente. Qualche sommessa timida risata che non ha la forza dell’insieme e che non riesce ad esplodere. E così per buona parte del primo atto, costringendoci involontariamente ad incedere a passo spesso troppo spedito o a calcare troppo la mano su caricature e colori dei personaggi. Il primo atto finisce con qualche incertezza negli sguardi nostri e un pubblico che sembra essersi ora risvegliato.
Decisamente meglio, almeno per le risposte che ci arrivano dalla platea, il secondo atto. Che scivola felice nonostante qualche intoppo linguistico e una parrucca che ha deciso, volando, di violare il testo e svelare il trucco.
Dopo una caccia al tesoro con il pubblico a scoprire tra gli attori il regista, lasciato provvidenzialmente per ultimo, il sipario si chiude definitivamente, aprendo una costruttiva chiacchiera su cosa non ha funzionato. Lo spettacolo che è andato in scena non è stato dei migliori, tutti concordi, ma nonostante tutto godibile. Da ricordare il debutto del nuovo sergente, che impermeabile alle repliche sin qui subite, senza sbavature ha saputo interpretare un personaggio tutto nuovo e altrettanto riuscito e convincente. E quando le sensazioni stanno lasciando il posto alla stanchezza e allo smontaggio, un paio di commenti scarabocchiati dal pubblico prepotentemente le riaccendono, impastando un humus di incertezza e forse insicurezza a minare la prossima replica che, sul prestigioso teatro Nuovo di Milano, ha bisogno di punti fermi. A spegnere ansie e paura ci pensa l’eterno doppio petto di Franco, che dopo aver aperto il nostro arrivo con calore simpatia e attenzioni rare, ci saluta raccontandoci il difficile gusto di parte del pubblico che critica tutto ciò che non è strettamente dialettale (nel più ristretto senso del termine).
Cancelliamo definitivamente anche queste pensieri che, dovessero tornare, cureremo con le erbe seguendo i consigli del libro che l’organizzazione ci ha voluto simpaticamente omaggiare.
Un musical in mezzo e poi di nuovo al Nuovo.

Bottanuco - 18 gennaio 2014
La replica bergamasca di oggi, grigia e fradicia di pioggia, inizia con un saluto, l’ultimo, al papà di una componente storica del gruppo, che alcuni di noi hanno voluto ricordare non solo con il pensiero ma anche con la presenza.
Per non compromettere orario di carico e partenza, chi non ha conosciuto Chiara, deposto l’ombrello ha prestato le braccia al carico del furgone. E quando i due gruppi si sono ricompattati per la partenza, la gara tra chi è più bagnato è stata ampiamente vinta dagli sfiniti pulcini (questa l’immagine che ci hanno regalato) chi si sono occupati del furgone.
Si parte in azzurro. Le attrici presteranno la voce ad un premio letterario locale e ci raggiungeranno solo nel tardo pomeriggio, giusto in tempo per la cena.
A nuoto raggiungiamo la destinazione e dopo un indeciso peregrinare per intricati sensi unici del centro, troviamo la via che ci porta direttamente sulle assi del palcoscenico. Per fortuna. Adagiamo il cassone del camion alla tettoia preambolo del retro palco e scarichiamo intonsi, lasciando l’incessante pioggia a bocca asciutta. Dopo aver apprezzato sia l’architettura, che ha sapientemente conservato il vecchio ampliando con il nuovo, che la dotazione tecnica del luogo, collochiamo tutti ma proprio tutti i pezzi della nostra scena su un bel palcoscenico ampio, completo e ben pensato. Unico sgarbo l’impossibilità di piantare chiodi. Ma la scarsa pendenza non ce ne fa sentire la mancanza.
E dopo aver agevolmente montato, ci stendiamo ad asciugare sulle comode poltroncine di sala ad attendere i piaceri della vita : donne e cibo, fantasticando su capannoni da acquistare se solo la cassa fosse nelle mani di Leslie. Ma la piega della chiacchiera diventa politica quando un sms ci avvisa che il concorso letterario ha subito un drammatico ritardo per via di una imbarazzante lite fuori programma e fuori luogo tra sindaco ed ex assessore. L’apparizione di due cuoche che si materializzano sul palcoscenico a chiederci, nell’idioma del luogo, per quando vogliamo mangiare, ci riportano alla realtà e alla tavola, che troviamo imbandita. Azzerato garbo e galanteria, non aspettiamo l’arrivo delle femminucce per sgomitare su noci di grana e golosi panini imbottiti che si estinguono prima che possano diventare memoria. Le attrici non verranno mai a sapere della loro esistenza. E anche il profumo, unico indizio a scoprire la nostra ingordigia, è a ruota coperto da un pentolone fumante di spaghetti al pomodoro che annuncia l’arrivo del resto del gruppo. E si mangia finalmente tutti insieme con più attenzione ai racconti di chi ha vissuto stupito e inorridito alle faide carugatesi che non al cibo che si porta alla bocca. Ad approfittarne il professor Willoughby, che dopo un paio di bis, decide di tuffarsi direttamente nel pentolone ad evitarne anche il lavaggio.
Le attese di pubblico sono incerte. Il tempo non aiuta e il nostro spettacolo non è in dialetto. Mix esplosivo per lasciare alla provvidenza di accompagnare per mano un po’ di gente in sala.
Scaramanticamente il botteghino viene aperto alle 20.00. Ma le lancette corrono veloci, e mentre come le lancette, non per la fretta ma per il freddo dei camerini (meno di 13 gradi – ndr) entriamo nei panni del nostro alter ego teatrale, la sala resta drammaticamente deserta.
I più ottimisti azzardano di andare in scena anche per un solo spettatore. Ma tutto sommato è ancora presto. E mentre per eccesso di zelo il nostro visagista trasforma tutti gli attori in abbronzati turisti d’alta quota, dalla sala arrivano i primi timidi brusii.
Alla fine si conteranno 70 anime che hanno sfidato acque e idioma. Ma già dalle prime battute, risate e applausi a scena aperta fanno a gara per sembrare molti di più dei loro proprietari.
Presi in braccio dal pubblico voliamo leggeri per due atti. Concentrati e sciolti insieme. Curata la caratterizzazione e preciso il ritmo. Forse un cedimento all’inizio del secondo atto. Subito ripreso e rimesso sui giusti binari.
E così, mentre il regista si diverte ad immortalare oltre 700 scene dello spettacolo, asciughiamo l’umidità del coraggioso pubblico con il nostro calore e le risate che concimiamo ad ogni battuta.
Si sfiora il dramma quando la cartella clinica tenta di dividere in due il naso della caposala, che avrebbe comunque avuto immediato supporto dai colleghi. E arriviamo salvi e sani al sipario, oggi elettrico e centralizzato, con la speranza auspicata dal simpatico e premuroso Rossano, che chi c’era divulghi la bella esperienza alimentando l’invidia di chi ha preferito la pigrizia del divano ad una risata dal vivo.
Smontiamo asciutti, e veloci salutiamo gli amici di Bottanuco che stanno già crescendo gli eredi, abbarbicati a fede ed ombrello bianconero, a questa passione, riuscendo a concederci un'ottima e rara pizza notturna allo Stregone della vicina Brugherio, a commentare la movimentata giornata e lasciando che la stanchezza lentamente prenda il posto dell’adrenalina ad accompagnarci nel sonno.

Abbiategrasso - 12 gennaio 2014
Dopo i bagordi del 31 dicembre, ci adagiamo in una più rilassata pomeridiana, ancora vibranti della eco della bella esperienza di fine anno. L’appuntamento è fissato per l’ora prandiale direttamente a destinazione e gli ultimi ad arrivare sorprendono i primi ancora con il boccone tra i denti, impazienti e tanto affamati da consumare il pranzo in piedi in solitaria. Abbiategrasso, luminosa come solo l’azzurro d’inverno sa essere, si sta lentamente svuotando tracimando nei soggiorni della domenica che oggi abbiamo sacrificato al teatro.
Arrivando, alternanza di sole e nebbia ci hanno regalato tiepidi contrasti di luci e ombre.
Nel teatro che ci accoglie fanno a pugni sacro e profano. Dominano lo stile e i colori e gli spazi dei teatri parrocchiali del dopoguerra dove la “Toeletta” prende un accento moderno con accessori che ti accendono la luce e ti aprono automaticamente l’acqua in bagno, dimenticandosi puoi che deve anche essere spenta. Gradito il tepore che ci avvolge in tutte le stanze rendendo piacevole la sequenza di atti che dal montaggio al saluto finale sono riti ripetuti a memoria ma che così hanno un sapore più dolce.
Il palco ha dimensioni perfette per il nostro spettacolo. Manca solo forse un po’ profondità che risolviamo con la soluzione easy collaudata con successo a Novara. E così la scenografia sale facile tra gente che mangia, caffè d’asporto e russate dell’abbondante tecnico locale. Risolviamo il mistero della brugola scomparsa ricacciando a casa il regista che abita a tiro di voce, e anche la porta è operativa.
La galleria è agibile solo a metà, perché metà dello spettacolo vedrebbe il pubblico seduto oltre questo limite. Ma due metà fanno un intero, e quindi non ce ne preoccupiamo (!?!)
I nostri camerini, rigorosamente unisex, hanno l’alternato ruolo di bar - area ricreativa – sala cerimonie, e non ci stupiamo quando scopriamo che deve ospitare anche frizzi e lazzi di un battesimo locale. E così mentre le attrici entrano nella parte (e negli abiti di scena) i maschietti si godono una molleggiata e spartana R4 d’epoca, che ben si sposa con lo stile del teatro e che tanti ricordi spolvera nei presenti.
Ci cambiamo ma non ci trucchiamo, con la benedizione del nostro tecnico visagista forse influenzato dall’abbandono post prandio del suo gemello indigeno. Anche il regista si accomoda in sala con tutti nostri averi deposti a cassaforte in una busta e a lui affidati.
Il teatro si anima in un attimo e, accompagnato dall’entusiasmo, la simpatia ed i generosi sorrisi della compagnia locale in tuta rosso Ferrari, prende posto sognando un pit-stop e ci regala un impegnativo sold-out.
Veloce presentazione dello spettacolo dove scopriamo che in scena oggi debutterà Dino Lamperti, già nomination FITA per lo stesso ruolo, e si va in scena, con un decollo lento ma verticale, a toccare apici di soddisfazione e divertimento raramente percepiti. Noi lasciamo nei camerini solo qualche battuta, a gustarsi i dolci battesimali, digeribile dazio da pagare per aver boicottato le prove settimanali. La rinnovata energia della prima moglie del protagonista, tornata dopo la santa pausa, aggiunge un’altra bella pennellata al quadro.
E meritati sono gli applausi per tutti, che gustiamo fragorosi, e che fanno alzare in un esordiente ed appagato inchino il nostro tecnico proclamato al popolo come il visagista delle dive, soddisfacendo l’ego ma non il merito, almeno per oggi, del protagonista.
Scherzando con il pubblico, ci autoinvitiamo a casa della mamma del vice sindaco, ex albergatrice a garanzia di quantità e forse di qualità.
Si smonta con la paura nebbia, che per fortuna accenna solo a scendere senza compromettere visibilità e ritorno.
E visto che per una volta la serata inizia quando il nostro spettacolo finisce, ci concediamo brindisi e pizza tutti insieme, senza che l’apertura del sipario incomba sulle nostre teste.
La buona notte è scandita da un sms del capocomico della Maschera di Abbiategrasso : “Mi stanno sommergendo di complimenti. Gr0azie. Bravissimi bravissimi bravissimi.”

Gorgonzola - 31 dicembre 2013
Ultimo giorno dell’anno. Ultimo spettacolo dell’anno. Ad affidarci la croce e la delizia di allietare la fine del 2013 è il Teatro Argentia di Gorgonzola. Bella e ambiziosa struttura che già ha ospitato in passato la nostra cena.
Ne siamo deliziati come per ogni ‘prima volta’. Ma sentiamo anche il peso della responsabilità sollevata a braccia dallo spirito di gruppo e dal desiderio innocente di vivere da protagonisti l’evento.
Il carrozzone che ci porta a destinazione è quello che si è affezionato a noi nelle trasferte importanti e le sue generose dimensioni, oltre a rendere più semplice il carico, danno maggiore enfasi al circo. Sul sedile di guida ancora calde le impronte dell’autista del GTTempo.
Si carica spensierati in un clima di euforia, eco delle feste ancora in corso, divertendoci a provare nuove combinazioni di un puzzle che non vogliamo sempre comporre a memoria. Ci siamo tutto, o quasi, compreso un doppio tecnico e due braccia aggiunte e in venti minuti si carica e si parte dimenticando a casa solo l’infermiera Tate, schiava di una cena che dovrà preparare senza gustare.
Arriviamo all’Argentia accolti dalla frenetica soddisfazione di Pier che si è trovato a gestire nelle ultime ore un’impennata di prenotazioni che hanno raddoppiato la promessa di pubblico. Come mai prima, a suo dire. E che ancora non smettono di irrorare il botteghino.
Entriamo in sala dalla parte del pubblico ben sapendo che il nostro posto è la, su un palcoscenico ancora celato da un maxi schermo che ospiterà il conto alla rovescia in diretta con il calimero di RaiUno. L’impatto non ti lascia indifferente. Forse 800 posti, forse di più, che cadono a pioggia su palcoscenico che profuma di arena, dove il pollice, dritto o verso del pubblico, decreterà o meno il nostro successo. E ancora torna a farsi sentire quell’ansia che, speriamo, alimenti la sana tensione che dà energia all’attore e allo spettacolo.
Il palco è ampio senza eccessi e con accesso diretto dal camion alle assi del palcoscenico. Il massimo del risultato con il minimo sforzo. Il sogno di ogni mont-attore. Una leggera e irregolare pendenza crea qualche indecisione sulla disposizione dei pannelli di fondo e laterali che superiamo agilmente, scoprendo solo a lavoro ultimato che il maxi schermo, intrappolato dalla nostra scenografia sopra il graticcio, dovrà scendere, come cenerentola, a mezzanotte spaccata. Gioco di squadra e tutta la scenografia, come fosse su un tapis roulant, indietreggia di un metro, creando qualche falla laterale ma salvando il brindisi.
Puntamento curato, il tempo c’è, di luci e fari e rigorosa prova tecnica con Stefanino che, per la prima volta da solo, dopo l’assaggio pilotato di Novara, porterà il nostro spettacolo a varcare il nuovo anno. Gozzovigliamo nel teatro che nel frattempo si è fatto buio e deserto in attesa delle pizze, più che scelte, imposte dall’unica pizzeria aperta che, fortunatamente tra gli optional ha anche la consegna a domicilio, mettendo così a riposo il nostro Meme che appare e scompare da ogni anfratto del luogo chiedendo da ogni cantone quando si mangia. Non è un gran che, ma è calda e già pregevolmente tagliata, e arricchita dal chilo di torrone che vagabonda con noi dalla trasferta di Novara e che da dignità alla cena.
Ultimi accordi sul tabellino di marcia, che dovrà essere rigoroso per arrivare per tempo alla fine dello spettacolo e al brindisi, e ci si prepara. Salutato Meme che ha deciso di passare un capodanno danzante, orfani del nostro truccatore che per rapidità è entrato nel guiness dei primati, arranchiamo tra abiti, trucco, san Genesio, Gervasio e Protaso e riscaldamento vocale fino all’ora della partenza. Siamo già ai blocchi quando ancora scorrono sul maxi schermo pubblicità e promo cinematografici che ci permettono di assistere curiosi e non visti, al frenetico e costante riempirsi della sala. La, in un angolo, anche i familiari che si sono uniti, ospiti del gruppo. E finalmente le poche parole di Pier al pubblico fanno scattare il grilletto dello starter. Ed è rush.
Impeccabile. Lo spettacolo scivola con il giusto ritmo per tutte e due gli atti. E un pubblico castigato che all’inizio sentiamo presente a singhiozzo, non ci crea imbarazzi. Siamo tutti rimasti nei camerini e in scena abbiamo fatto scendere i nostri personaggi. Puliti. Presenti. Reali. Credibili. Divertiti e divertenti. E anche un intervallo che va oltre il dovuto volendo offrire a più di 400 persone un rinfresco dolce-salato in soli dieci-minuti-dieci, non ci distoglie dalla storia che stiamo raccontando.
Finiamo 10 minuti prima del nuovo anno. Lasciamo ringraziamenti e saluti a poi, salutiamo l’infermiera Tate che deve tornare di corsa ai resti di una cena che ha solo preparato e ci gongoliamo in un veloce saluto di amici, parenti e pubblico mentre il maxi schermo cancella la nostra scenografia con una chiassosa festa televisiva, al solo scopo di sincronizzare gli orologi. A tempo di record tutti si ritrovano in mano una fetta di panettone e un bicchiere di spumante. Il tempo di recuperare un microfono e inizia, ora leggeri, un conto alla rovescia pilotato da tutto il teatro. Fuori i botti. ma non li sentiamo. Dentro tutta la nostra allegria che condividiamo con un pubblico che sentiamo amico e famigliare.
Raccogliamo molti complimenti. Quale migliore augurio per il nuovo anno?
Accompagniamo all’uscita un pubblico che con il brindisi ha definitivamente abbattuto la quarta parete, regalando un’ultima mezz’ora di gag e risate, riproponendo le scene salienti dello spettacolo lasciando al pubblico di indovinarne la chiusa.
E cala definitivamente il sipario lasciandoci una smorfia si soddisfazione e allegria dipinta sul viso che ancora non si è spenta del tutto.
Siamo entrati con un balzo nel nuovo anno con la certezza di essere più gruppo di prima e con l’unico rammarico di qualche giustificata assenza.

Novara - 14 dicembre 2013
Scale. Scale. Scale. Scale. Questo il ritornello o meglio la litania che ci accompagnerà prima e dopo lo spettacolo. E ci appaiono subito, in tutto il sudore che promettono, appena arrivati a destinazione.
Oggi non si carica. Il camion è già pronto da ieri e l’unico impegno è quello di arrivare a destinazione. Cosa non facile, in una Novara addobbata a festa con le piazze gremite di pattinatori su ghiaccio, negozi aperti carichi di avventori e banchetti e pellicce e urla che riempiono le strette vie pedonali del centro.
Il camion si infila nell’unico pertugio che consente di affiancare l’ingresso del teatro. E aperte le porte del furgone inizia la discesa agli inferi. Tre rampe di ripide scale appesantite da una curva a gomito. Sulle pareti ancora fresche le lacrime e il sangue della nostra replica di Rumors di qualche stagione fa. E non aiuta.
Ad alleggerire il carico le braccia in più di Andrea, che ha sposato regista e passione, e Stefanino, che debutta alla tecnica e che ha energia e salti da vendere.
Sostituito il dimmer che ieri ci ha lasciato al buio oggi, non è più venerdì 13, la tecnica sale senza quasi che ce ne accorgiamo. E il palcoscenico, che rispetto a quello di Borgomanero è un monolocale senza servizi (uno fuori uso l’altro senza luce), riusciamo ad arredarlo riducendo al minimo gli sforzi. Ci inventiamo una scenografia tutta nuova limitata alla parete di fondo e sedie e scrivania verso il proscenio : il massimo del risultato con il minimo sforzo. La maggior parte dei pannelli resteranno a riposo sul camion regalandoci le energie che la replica ha di bisogno.
Confortati dalla bella prova di Borgomanero ceniamo al sacco con la serenità e l’ilarità che per un’ora ci regalano le atmosfere di un pic-nic estivo. A temperature polari. Il riscaldamento non funziona e a nulla valgono i tentativi per rimetterlo in funzione. Spetterà a noi scaldarci e scaldare il pubblico.
Intanto a scaldare le corde vocali ci pensa l’immancabile involontario humor di Leslie che tra cavalli che nitrano, pixel fallici, evergreen, gradi Fahrenheit tradotti in improbabili tiratardi e interpretazioni del teschio nell’Amleto di Shakespeare, mette in scena un repertorio mai così grasso. Con rischio per qualcuno di soffocamento da boccone malmasticato.
Fuga per un caffè al volo in un bar vicino dove rischiamo di perdere il Sergente che, dimentico del ruolo di pubblico ufficiale, viene sopraffatto da uno squilibrato ginnasta della città che promette a gesti e sbuffi botte a oltranza, per poi dissolversi con la stessa velocità con cui si è materializzato.
Ci cambiamo alla velocità della luce non per la fretta ma per il freddo, indossando strati e strati di abiti civili sotto quelli di scena. E via.
Un sipario ancora più lento e a costante rischio di blocco si apre quasi senza accorgercene su uno spettacolo che replica, increduli, e questa volta senza sbavature, la qualità messa in scena il giorno prima.
Il pubblico è quello di città, che percepisci attento e più misurato, ma che non tarda a farsi sentire e ad accompagnarci con risa ed applausi. E bella copia del giorno prima anche il siparietto finale ad accompagnare la lotteria dell’organizzazione, misurata a metri di cioccolato e accompagnata dalla musica del nostro tecnico improvvisato dj.
Lasciamo Novara particolarmente soddisfatti di quello che siamo riusciti a mettere in campo in questi due giorni e, sotto i portici di una città fredda e umida, fatichiamo a salutarci come a non voler rompere l’incantesimo.

Borgomanero - 13 dicembre 2013
Mai giorno fu più propizio per mettere in scena il nostro spettacolo che, ambientato a Natale, ben si colloca in questo periodo fatto di strenne e addobbi. E per non perdere questa ghiotta occasione andiamo in scena per due giorni di seguito. Oggi a Borgomanero. Domani lasciamo la provincia e saremo nel cuore di Novara. Ma andiamo con ordine, visto che oggi l’ordine sarà solo nella sequenza del racconto.
Special guest della giornata è Roberta, che torna nei ranghi a sostituire Patrizia negli spettacoli di dicembre. Una nuova Rosemary Mortimere, avvezza al ruolo di moglie fedele che calza ormai da tre generazioni di spettacoli, ma non ancora a questo testo. Le ultime prove sono state tutte dedicate a lei, ma questo non le ha evitato di presentarsi con le occhiaie imposte da due notte insonni a ripassare parte e paure.
Oggi il camion è noleggiato, ritrovando così il biasse che ci ha accompagnato nella lunga trasferta di Casamarciano. Ora però deve accogliere una scenografia diversa. E ci stupiamo nel vedere quanto spazio riusciamo a risparmiare. Tutto sale agile e veloce. E altrettanto agile e veloce è la guida di un Bobo improvvisato autista che cede a malincuore il suo cavallo ad altri per domare la bestia. Con una guida più da rally che da cauto trasporto merci. Ma, nonostante il centro di Borgomanero chiuso che ci costringe a peripatetici percorsi alternativi, tutto arriva intero a destinazione, compreso il navigatore Valentina che si è affidata preventivamente a tutti i protettori on the road che il lunario può offrire.
Saliamo su un palco che già conosciamo ma che non ricordavamo così ampio e di cui si scorge a malapena la fine, che si perde all’orizzonte dei camerini. E la nostra scenografia a fatica riesce ad occupare in larghezza tutta la piazza teatrale. Per contro è un gioco da ragazzi preparare tutti i pezzi del puzzle in uno spazio senza confini.
Con la cena, rigorosamente al sacco per assenza di posti di ristoro nell’intorno, arriva anche il nostro tecnico Meme, che avrà il gravoso compito di montare luci e audio in un teatro nudo, e Adele, che ritroviamo dopo qualche anno e che ci accorgiamo di non aver mai dimenticato nella forma e nei colori e nei modi con cui ci ha sempre accolto.
E il convivio che dovrebbe accompagnarci all’apertura del sipario si trasforma nel delirio che la data avrebbe dovuto quanto meno farci presagire. Un adattatore che non si adatta e che deve essere violentato per portare corrente al quadro di regia che ci catapulta a ridosso dello spettacolo. E quando tutto sembra finalmente pronto… Buio! I fari uno dopo l’altro cessano di respirare e non c’è elettrostimolatore che tenga. Dimmer saltato.
L’espressione di Meme è eloquente. Nei suoi occhi si legge l’impotenza e l’arresa. Immagine mai vista prima in chi ha sempre una soluzione per tutto. Ma è santa Lucia e, se il nomen è anche omen, la soluzione che salva capra e cavoli la dà la luce di sala che, opportunamente dosata, illumina il palco facendolo sembrare più una corsia di ospedale che un teatro. Ma tutto sommato, fa al caso nostro.
Ora le ultime paure da vincere sono quelle del debutto di Rosemary e della voce di alcuni provata dalle debolezze di stagione.
E sarà la tensione e l’adrenalina dei problemi prespettacolo. E sarà la concentrazione che le ultime paure ci impongono. E sarà scendiamo in campo senza trucco. Quello che va in scena è uno spettacolo perfetto. In tempi, ritmo, caratterizzazione e fedeltà al testo. Come mai prima. Sul tabellino finisce solo una battuta dimenticata da qualche parte nei camerini.
E meritato è il calore del numeroso pubblico che ci accompagna con sincere e partecipate risate sin dalle prime battute. Fino all’ultima, lenta, interminabile chiusura di sipario.
Una serie di gag che l’euforia del gruppo e l’altezza di Adele rende particolarmente spumeggianti, accompagnano una improvvisata lotteria e l’impazienza del nostro tecnico che non vede l’ora di imbandire il camion per fare velocemente ritorno a casa.
Lasciamo la fredda Borgomanero con il calore dell’abbraccio avvolgente degli ottanta anni della mamma di Paolo, tecnico autoctono, che ha apprezzato i ringraziamenti fatti a lei e al figlio per una disponibilità e gentilezza che fino ad ora tutti hanno sfruttato senza riconoscenza, riassumendo in uno sguardo indelebile tutti i sacrifici e le passioni spese silenziosamente in anni di buio in quella sala e che qualcuno ha per un attimo portato alla luce.
E domani si replica. In città.

Pioltello - 23 novembre 2013
Pioltello. Delizia e castigo. Gioia e dolore. E fatica fatica fatica. Tanta fatica. Un auditorium destinato anche a rappresentazioni teatrali che un architetto - titolo da verificare - ha voluto al terzo piano del palazzo comunale raggiungibile solo grazie ad una scala a chiocciola che al secondo pannello si impone con una totale perdita dell’orientamento. Decidiamo così con largo anticipo sull’evento, nonostante l’ampio palco, che i pannelli più pesanti sarebbero rimasti a riposo.
Apparecchiamo il camion con la regolarità e l’eleganza di una tavola delle feste, trasformando le spigolosità mischiate e apparentemente disordinate che Picasso avrebbe invidiato in un ordine e pulizia di linee e forme sicuro spunto per un moderno De Chirico.
Dieci minuti e siamo a destinazione. Quasi tutti. Il navigatore di regista e direttore del consiglio di amministrazione, acronimo B.O.B.O., vuole a tutti i costi che l’auto dei malcapitati passi attraverso le barricate innalzate dall’amministrazione comunale per doverosi lavori di ripristino del manto stradale. E così si perdono nella poesia della lenta pioggerella che cade leggera nel grigio tramonto autunnale di una periferia forse ancora più grigia, dimentichi dell’impegno preso e leggeri nel loro pigro peregrinare. Quando il gruppo si ricompatta, superato lo shock dello sforzo da affrontare che qualcuno – in una doppia burla - ha fatto credere poter essere mitigato da una mai esistita rampa di carico, metà del carico è a destinazione, tra le nuvole del terzo piano già ampiamente osannato, anche grazie anche all’aiuto di un montacarichi che riduce lo sforzo massimo ai soli pannelli.
Con tutto il carico in paradiso, madidi di sudore, smessi gli abiti da sherpa e indossati quelli da muratore, montiamo il nostro habitat su un palco ampio che ci impone, come unico quesito da sdoganare, dove e come posizionare le quinte nere a chiudere i troppi buchi. E con qualche compromesso risolviamo velocemente anche questo dilemma.
Dieci minuti per godere insieme del video promozionale dello spettacolo realizzato dalla “Connolly video’s” e siamo pronti per la cena con quell’anticipo sui tempi che ci permette di vivere tutto più tranquillamente. Tranquillità che sfuma in un amen quando scopriamo che il tanto atteso ristorante Leon d’Oro, delizia del palato nelle precedenti repliche a Pioltello, ha chiuso i battenti per raggiunti limiti d’età dei proprietari. E scatta il piano B, suggerito con qualche incertezza da Leslie, indigeno di queste terre, che timidamente accenna ad Erika, pizzeria che dice senza infamia e senza gloria (anche perchè l’ultima volta che ha frequentato il loco è stato alla festa dei suoi 18 anni, almeno altrettanti anni fa….). Raggiungiamo la pizzeria nelle nebbie dell’auto dello stesso Leslie che ci descrive l’intorno che possiamo solo immaginare, almeno fino a quando non decide di aprire l’aria e ridarci la vista.
Il locale è accogliente, la pizza decente e anche i piatti alternativi, di chiara ispirazione romagnola, si difendono bene. Parlando di abdution veri o presunti, dividiamo la sala con un compleanno che noi abbiamo festeggiato ere fa e non ci accorgiamo, nel piacere della chiacchiera, che il tempo scorre inesorabile costringendoci ad ingurgitare il caffè per poi correre in teatro e scoprire che l’organizzazione stava componendo il numero della Sciarelli ipotizzando a sua volta un abdution, il nostro. Ad attenderci la sorpresa Roberta, che dalla prossima replica vestirà i panni di ‘Rosemary Cara’ e vuole saggiare ritmi e atmosfere prima di entrare nel personaggio.
Con noi arriva il primo pubblico, che ci costringe al silenzio dietro le quinte dove ci prepariamo in sordina subendo l’intraprendenza dell’organizzazione quando ci definisce, noi e tutti gli umili e sinceri operatori teatrali, prostitute da palcoscenico.
Senza accorgercene siamo in scena. Ad accoglierci un pubblico raccolto ad anfiteatro che subito si scalda e che segue attento e divertito uno spettacolo quasi senza sbavature che tocca il suo culmine di ritmo e scioltezza in un secondo atto che regista e tecnico mettono sul podio. Ci troviamo agli applausi finali soddisfatti e divertiti. Siamo stati attori e pubblico allo stesso tempo offrendo e godendo lo spettacolo, giusto premio ad una fatica che è solo al giro di boa. Ma con questa leggerezza nel cuore anche le scene sembrano scivolare lungo le scale che ci riportano verso casa. E anche la pioggia che ha ripreso a battere decisa non scalfisce la nostra soddisfazione.

Bussero - 9 novembre 2013
Trasferta quasi podistica quella di oggi. Ad aprirci le porte del proprio teatro tocca a Bussero, cittadina alle porte di Carugate che vanta una collaborazione storica con il nostro palco. In realtà, più che di un vero e proprio teatro, si tratta di una sala sopra la biblioteca cittadina adibita da troppi anni ad una apprezzatissima e collaudata rassegna di teatro amatoriale e non. Il palco non è grandissimo e così il nostro tecnico, in uno slancio di egoistica premonizione, vede (o forse solo guarda) lontano e suggerisce di non portare i pezzi da 90 della nostra scenografia, che per peso e dimensione non troverebbero facile collocazione sul misurato palco bibliotecario. Non ci sono obbiezioni e la proposta diventa legge.
Legge che subito abbiamo il piacere di apprezzare. In un fiato siamo infatti a destinazione, scoprendo che le vie di accesso al cortile del teatro sono tropo strette o non agibili, imponendoci metri di sudore e sangue che la visione del nostro tecnico ha ridotto all’essenziale. Come formiche in coda, salendo la doppia curva a gomito delle scale che portano alla sala, spargiamo prima a casaccio e poi con la collaudata sequenza tutti i pezzi del mondo che questa sera abiteremo per un paio d’ore, impiegando la maggior parte del tempo a decidere come disporre le scene per non bucare intavolando un braccio di ferro con le antipatiche e intoccabili quinte premontate sul posto che rubano inutilmente utile spazio a scena e attori.
Disponiamo quel che resta nel piccolo spazio dietro il palco che fa ‘da tutto’, camerini compresi, e abbiamo tutto il tempo di gustarci la nostra cena, senza il tecnico, che decide, a giochi fatti, di raggiungerci solo verso la fine del pasto. Raggiungiamo a piedi, sotto un cielo nero e lucido di luna e di vento, il ristorante pizzeria Il Circolo che, se ci accoglie con una portineria e una rampa di scale stile palazzina anni sessanta che qualche perplessità fa nascere istintiva, ci spalanca le porte su una sala in stile vintage provenzale che toglie tutti da ogni imbarazzo. E il piacere ha la sua iperbole quando arrivano le pizze. Buone. Buone. Buone. Tutte. Rendendo quindi il luogo tappa obbligata per chi si trovi nel raggio di 50 km verso l’ora di cena. E il momento è magico. Gioia per il palato e per le orecchie che, tra costosissimi caffè estratti dalle feci di una scimmia che deve essere per forza nervosa e ultimi ritrovati della tecnologia, arriviamo a scomodare involontariamente Goldoni affibbiandogli un improbabile ‘Le quattro comari di Winx’ che traduciamo per la cronaca ne ‘Le allegre comari di Windsor’ di Shakespeare per scoprire che l’origine di tutto era ‘Le baruffe chiozzotte’ del primo Goldoni. Misteri inspiegabili.
Si torna in teatro rinfrescati da un vento freddo che ci ricorda che l’estate se n’è andata da un pezzo. Ci prepariamo con calma dedicandoci i pochi centimetri di camerino che ognuno si merita e che scopriamo troppo stretto per contenere le scomposte risate che esplodono quando Leslie ci racconta cosa può succedere quando si versa dell’acqua da un cestino bucato da metà in su e le tonnellate di carta necessarie per riportare a lucido l’unico bagno presente sul posto e che deve servire per le esigenze di tutti, ma proprio tutti, i presenti.
Ci trucca il nostro tecnico, questo vuol dire recuperare 15 minuti buoni che dedichiamo a chiacchiere e relax mentre apprezziamo il rumoroso chiacchiericcio che arriva dalla sala in costante aumento fino al limite massimo dei posti che possono essere occupati. Ed è tutto esaurito. E si parte.
Il lento sipario si apre sulla scena e su uno spettacolo che alla fine definiremo shakerato. Complice forse la troppa tranquillità che ci ha accompagnato allo spettacolo, riusciamo a proporre uno testo inedito, dove suoni gutturali, battute da riordinare per averne il compiuto senso e personaggi che cambiano costantemente nome ma non ruolo, saranno i veri protagonisti indiscussi. Ma riusciamo a tenere botta e a offrire comunque all’ignaro (forse) spettatore una serata divertente e gustosa. E sono tanti i complimenti che riceviamo al termine, inaugurati da quelli di una atletico sindaco che atterra sul palcoscenico a inondarci di divertiti apprezzamenti.
Sbrighiamo le solite formalità. Salutiamo e ringraziamo Fausto, il capocomico indigeno che da secoli è nella nostra rubrica telefonica, e ritorniamo in un attimo verso casa, permettendoci una seconda serata a base di birra e panini a ripercorrere tutte le sfumature della giornata insieme, come da tanto non si faceva e tanto, scopriamo, ci mancava.

Segrate - 18 ottobre 2013
Dopo la bella SCOMMESSA che ha aperto la stagione amatoriale nostrana e che ha seminato nuovi esordienti nel gruppo, con la speranza che presto abbia altre repliche da raccontare, torniamo nelle corsie dell’ospedale più allegro del mondo.
A caricare siamo in pochi. Ma ordinati. E il risultato finale è un camion apparecchiato in buon ordine, dove ogni cosa sembra collocata più per gusto estetico che non per semplice flusso migratorio. Stanchi camalli percorriamo il breve tragitto che ci separa con il Toscanini di Segrate senza avere il tempo, alla guida, di ristorare i muscoli. E ci spaventiamo alla vista delle torri gemelle che inglobano le scale che portano al secondo piano dell’edificio, sede della performance. Ma è solo un’illusione ottica, malamente alimentata da chi conosceva la struttura. Basta aggiungere qualche grado alla prospettiva per scoprire un’ampia autostrada gradinata e senza gomiti che faticosamente ma agevolmente ci porta a destinazione.
Ingaggiamo una decina di promesse del facchinaggio, virgulti in età scolare che abbandonano per una mezz’ora i loro giochi per creare una catena umana che porta i carichi leggeri sulle assi del palcoscenico. Al gruppo, che intanto è aumentato di numero, restano i pesi massimi.
Le dimensioni ridotte del palcoscenico ci consentono di dimenticare a terra i pannelli più pesanti e rognosi. E così, tra un tentativo andato a vuoto di ordinare qualche pizza per dimenticare il pranzo al sacco che ci ha suggerito la location defilata del teatro e una serie di ‘pronto intervento’ imposti dagli acciacchi più o meno noti e più o meno di stagione di alcuni componenti del gruppo, montiamo ormai a memoria la scena con qualche piccola revisione negli accesi laterali.
Prove tecniche di luci e audio e c’è il tempo per il sonnellino del nostro affaccendatissimo tecnico, che, in casi di stanchezza come questi, dormirebbe anche appeso a testo in giù. Il resto del gruppo preferisce investire il poco tempo in panini e chiacchiere, agevolate dai giovani Franceschi al seguito che devono raccontare di bracci rotti e ingessati a 90 gradi netti e di gatti depressi che perdono vibrisse alla disperata ricerca di uno psicologo.
Poi si va in scena. O meglio crediamo di farlo. Nonostante i nostri tentativi di boicottare la proiezione di un filmato da parte dell’associazione che ha organizzato l’evento, il filmato ha luogo. E ci sciroppiamo una buona mezz’ora di chiacchiere (che ci arrivano sfumate), di immagini (che ci arrivano al contrario) e di tensione che prima sale sale sale e poi si affievolisce a rasentare tedio e sonno.
Finalmente il sipario si apre (grazie all’esperienza manuale del nostro regista segregato a topo di teatro in un anfratto delle quinte) e con lui la scena, lo spettacolo e le risate del pubblico che ci hanno davvero accompagnato per tutta la durata dello spettacolo. Cogliendo (e arrivandoci) ad ogni sfumatura.
Il gruppo è stato all’altezza e ha regalato al non numeroso pubblico che gremiva solo le prime file di una bella struttura, un spettacolo curato soprattutto nell’interpretazione e nella caratterizzazione dei personaggi che solo gli occhi gonfi di sonno del nostro tecnico non hanno saputo, o meglio potuto, sempre cogliere. Quasi impeccabile nel primo atto, con quale sbavatura nel secondo, che la stanchezza della settimana e l’ora tarda possono ampiamente giustificare.
Resterà sul campo solo il defibrillatore, che dopo tante repliche ha bisogno di un piccolo restauro. E, immancabilmente, un orecchino di Leslie, quasi a lasciare un personalissimo segno su ogni palco che calca.
Si fatica a ritroso per smontaggio e rientro apprezzando il breve tragitto che ci separa da casa.

Valmadrera - 26 settembre 2013
Tre mesi. 26 giugno – 26 settembre. Sono passati tre mesi esatti dall’ultima replica degli Allegri della passata stagione e oggi ci ritroviamo a riaprire i battenti. Due date. Due rami di uno stesso lago dalle tante anime. Si chiudeva a Como per la pausa estiva si riapre a Valmadrera, all’uscio di Lecco, dove “Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un'ampia costiera dall'altra parte…”
E l’occasione è importante: scelti una di sette tra quaranta pretendenti, siamo chiamati a rappresentare il teatro Lombardo all’interno della Festa Nazionale del Teatro organizzata dalla FITA che si affida anche a noi per tenere alto il buon nome della produzione istrionica della nostra regione.
Noi ci presentiamo nel bel teatro Nuovo di Valmadrera, in un caldo fine pomeriggio d’un autunno timido e impacciato che non riesce a dire la sua all’estate che, tranne solo nel calendario, ancora spadroneggia. Alle spalle abbiamo una sola prova. Fatta per altro con il cast incompleto. Carichiamo il camion disegnando le nuove geometrie che la riduzione dei cubi neri ci permette, rendendo tutto quanto meno più ordinato. L’estenuante traffico che ci accompagna per tutto il tragitto ci porta a destinazione con il sole rapito dai monti e poco tempo per tutto. Fortunatamente il palco è quello che il buon teatrante sogna ogni notte : facile da raggiungere, in perfetto piano orizzontale e ampio ampio ampio.
Così, nonostante o per l’organico ridotto, in meno di un’ora la scena è pronta, spoglia solo di tende e omino-pacco-regali che lasciamo all’arrivo dei diretti interessati. Il gruppo si compatta durante la frugale cena self-made che consumiamo sparpagliati sulle comode poltrone della platea.
Il colpo d’occhio è buono e anche se dietro la finestra non c’è quintatura nera, scopriamo piacevolmente che il fondo bianco che normalmente ospita le proiezioni del nemico cinema, con una geniale trovata illuminotecnica si trasforma in un celo stellato. Solo un piccolo quasi trascurabile neo : la scena si svolge in pieno giorno. Apprezziamo comunque l’idea, anche se, per noi, inutile.
Non c’è molto tempo per le solite chiacchiere, e le gag e le risate che accompagnano il pre partita sono oggi usurpate da preparazione trucco parrucco abbigliamento e due parole con gli organizzatori per rendere impeccabili anche i momenti prima e dopo lo spettacolo.
Segreghiamo regista e tecnico sotto il palco. Li vedremo spuntare durante tutto lo spettacolo da una piccola botola adagiata alla ribalta, osservare divertiti da una inedita posizione tutto l’evolversi della storia. E, ci diranno poi, anche preoccupati di vedersi travolti da qualche attore che nell’impeto della scena, dimentico dell’abisso, si facesse fagocitare.
Lo spettacolo tiene bene il ritmo che abbiamo voluto imporre sin dalla prima replica. E siamo ricompensati da un pubblico che lo ha colto ed apprezzato. Un pubblico, non numerosissimo, fatto anche di “colleghi” giunti da ogni dove per i tre giorni di festa e che ci ha sostenuto durante e dopo lo spettacolo con sentiti vivaci e calorosi apprezzamenti.
Dall’interno lo spettacolo non è stato impeccabile, segnato da qualche piccola sbavatura e un paio di cadute di ritmo che però non hanno compromesso nulla e che, per digiuno e preparazione fatte, potevano essere ben più marcate. Salutiamo la terra del Manzoni con le parole dal palco del presidente nazionale che ci ha onorato, scelti fra altri, della sua presenza e ringraziando di cuore lo staff del teatro, capeggiato da Valentino, rude dal cuore tenero, che, a ben pensarci, preso a soggetto da Wilde, ben poteva rappresentare il Ritratto del nostro Meme.

Como - 26 giugno 2013
Ultimo spettacolo prima della pausa estiva. E quello di stasera sarà uno spettacolo “fuori dal comune” nel senso più stretto del termine. Ad ospitare il nostro allestimento, infatti, sarà il cortile di Palazzo Cernezzi, sede del Municipio di Como.
Uscita infrasettimanale. Tradotto : si parte tardi e si deve correre, anche se il fatto che lo spettacolo inizia alle 21.30 ci regala mezz’ora di ossigeno in più. Fortunatamente, nonostante l’ora critica della partenza, il traffico è agevole. Unica tortura il profumo sprigionato dai dolcetti-coccinella della nostra caposala Flint che invadono l’auto e fanno grondare le fauci ma che l’amazzone della cucina ha difeso con le unghie fino alla cena. Arriviamo a Como in un attimo zigzagando nel traffico cittadino per trovare l’accesso al Palazzo che ha un piede nell’isola pedonale. La magnanimità del Cerbero a guardia del luogo fa entrare il camion e un paio di auto. La sua ignorante e prosaica arroganza gonfiata dal potere dei piccoli che il ruolo gli permette di esercitare, ne lascia fuori altrettante.
Si entra sfiorando i pilastri che sorreggo la camera del consiglio con il rischio di far crollare l’amministrazione e ci si ferma nel primo cortile. Il secondo, dove è allestito il palco, ha l’accesso decisamente troppo stretto e il camion rischierebbe di restarne incastrato per sempre.
E così, mentre diamo per dispersi gli equipaggi banditi dal guardiano dell’Ade che ha tre teste ma non ne usa alcuna, iniziamo la transumanza delle scenografie da un cortile all’altro scoprendo, nel dileggio della chiacchiera, che il luogo, raccolto e circondato da un elegante portico colonnato della metà dell’1800, ha una acustica perfetta. Siamo all’aperto, prima volta per questo spettacolo, e il palco allestito è quello tipico da piazza : un rettangolo di legno e ferro. Largo ma molto stretto. Niente quinte. Per tetto un quadrato di cielo.
Lasciamo sul camion i microfoni e diamo forma alla scena. Una nuova. L’ennesima. Imposta dalla situazione. Quintiamo con i nostri pannelli e rubiamo tutta la profondità del piano segregando il volo della caposala al retro palco, guadagnando credibilità. Lasciamo sul campo solo un brufolo di Leslie ferocemente eliminato dal pesante spigolo di una quinta.
Check sound e veloce puntamento delle quattro lampade alogene che, posizionate a livello palco regaleranno al pubblico una stravagante illuminazione dal basso che, non recitando in ginocchio come qualcuno ha suggerito, dipingerà sui volti spettrali giochi di luci ed ombre che avrebbero ispirato la Shelley a nuovi romanzi.
Inaugura il palcoscenico un nuovo attore : nome d’arte Mirò, razza : setter inglese a pelo rosso, proprietà : Caprani di Canzo. Monologo memorabile, il suo, che però non riesce a spodestare il padrone dal ruolo di brillante ospite ed intrattenitore che, caloroso salottiero, non perde occasione di raccontarsi con la sua profonda voce baritonale amplificata da un ampia cassa acustica figlia di tanti pasti di lavoro.
Finalmente ci fermiamo e ammirando quanto abbiamo costruito ci dedichiamo al nostro pranzo al sacco e al sacco di pranzo che si è portato il nostro regista che, sfinito a metà del guado, cederà il testimone al fidato Willoughby. Ed è piazza pulita. E piazza pulita facciamo anche, finalmente, delle coccinelle della nostra caposala. L’attesa è valsa tutta.
Caffè-hour nel budello pedonale della città dove al conteggio delle tazze da riconoscere al barista il grido “paga chi ce l’ha lungo” mette in fuga un avventore di colore parcheggiato ad un tavolino dietro di noi. Limiti della lingua. Non aveva inteso che ci si riferiva al caffè!
Abbiamo ancora un po’ di tempo e c’è chi decide di confondersi tra i turisti sul lungo lago gonfiato dalle piogge e chi nel prepararsi con calma nello spogliatoio / tipografia dove, in un italiano zeppo di accenti e vocali sparsi a caso, un cartello gentilmente ci invita a non toccare e spostare nulla.
Nonostante il trucco sia bandito, riusciamo ad arrivare in zona cesarini sul palcoscenico mentre la caposala ancora sta impomatando la cresta di Leslie e il Caprani ammalia il pubblico con note sullo spettacolo e la rassegna tutta. Di fronte a noi una platea che, ravvivata da un venticello fresco e monello, ha gremito ogni ordine di posti rubandosi le ultime sedie che, scaramanticamente, avevamo lasciato impilate sotto i portici dell’improvvisato teatro e andando contro ogni previsione dell’organizzazione che era speranzosa ma scettica sull’affluenza della serata.
Sicuramente molto hanno fatto gli scarrafoni del sergente che, ignari emuli degli strilloni di epoca shakespeariana, all’ingresso del cortile invitavano alla piece ogni potenziale spettatore.
E si parte. E mettiamo in scena un buon lavoro, senza eccessi ma degno di essere ricordato, con qualche taglio e licenza di troppo, fino ad arrivare a moltiplicare a dismisura i mariti della signora Leslie.
Il pubblico è lontano. Complice l’aria aperta e il divertimento imbrigliato che il pubblico di città ci ha abituato a riconoscere, non riusciamo a creare quel legame che fa esplodere uno spettacolo. Sui volti le poche luci del palcoscenico che sfuggono sul pubblico ci mostrano però una rassicurante divertita attenzione. Il primo atto finisce con un applauso interminabile, quasi a voler richiamare in scena gli attori e chiamare alla mente il dubbio che col primo atto si chiudesse, per il pubblico, lo spettacolo (gioia del nostro tecnico, umiliazione per l’attore). A scanso si equivoci confermiamo la presenza di una seconda parte fortunatamente ben accolta dal pubblico che forse mai ha messo in discussione la cosa. E con la temperatura che scende cala anche, figurato, il sipario sul secondo atto e, questa volta si, sullo spettacolo che i commenti del pubblico ci sorprenderanno per quanto sia stato apprezzato per qualità, ritmo, gag e divertimento.
Si smonta al buio di una città che si sta svuotando, caricando alla meglio le nostre cose. Un giro di baci e abbracci per augurarci buone vacanze e un meritato riposo. Al rientro ci attende una nuova Scommessa.

Milano Gratosoglio - 6 giugno 2013
Quando la stagione sembrava ormai concludersi con la trasferta camuna, si sono aggiunte in zona Cesarini, un paio di date infrasettimanali che abbiamo accolto a braccia aperte. Oggi ci tocca la prima.
La giornata lavorativa impone una revisione alla tabella di marcia e alla disponibilità degli attori. Numericamente decimati, a pomeriggio inoltrato ci incontriamo al solito punto “X” (fosse stato “G” saremmo stati molti, molti di più) in una giornata finalmente calda, quasi afosa. Carichiamo senza feriti scoprendo che sul camion c’è sempre più posto libero : o siamo pronti al battesimo del camallo o abbiamo dimenticato qualcosa! Appurato che è buona la prima, si parte, inaugurando l’aria condizionata per rendere più agevole il breve viaggio. Destinazione Milano – Gratosoglio : terra di confine meneghino che inglobata dalla metropoli ha comunque voluto mantenere nel nome la propria identità storica, gracile rivincita autonomista alla fagocitazione urbanistica.
Ed è subito esordio per l’insostenibile leggerezza di quell’essere che da sempre ci allieta con involontaria comicità : il nostro Leslie, che trasforma la signora Anna Baldassarre, che un annuncio mortuario pieno di buone prospettive per chi legge, ci racconta averci lasciato 2 anni dopo il secolo di vita, nella mamma dei Moschettieri, relegando così a ruolo di selezionato schermidore del re di Francia l’imperatore degli indiani che più di 2000 anni fa seguì una stella sotto il fardello di un pesante carico di incenso. Si ride fino a destinazione, quando le scale, agevoli ma ripide, che portano alla sala del teatro, ne impongono la fine.
Ad accoglierci un oratorio in festa, che il nostro spettacolo deve onorare. Zigzaghiamo con il camion tra cancelli e persone facendo il filo a tutto quello che troviamo sul nostro cammino e raggiungiamo la zona di carico.
Veloce sopralluogo a scoprire un palco stretto ma comodamente largo e a studiare come ridurre al minimo la fatica delle scale che, grazie agli ultimi agevoli spettacoli, avevamo velocemente dimenticato. E con gli attori che arrivano a rate e a rate aggiungono potenza al fuoco, si inizia la salita che si macchia velocemente di sudore e fiato corto man mano che il carico si fa pesante, come l’aria all’interno del teatro. Solo al limite della disidratazione scopriamo dietro le quinte una serie infinita di finestre che spalanchiamo a portare un alito di vita in uno spazio ormai sottovuoto spinto.
Il tempo è caldo e poco, ma ci basta per montare una scenografia che gestiamo senza indugi. La scarsa profondità ci costringe a sacrificare il sipario, soluzione ormai rodata e comunque d’effetto per il pubblico che entra in sala e trova la policromia del nostro ospedale e non la monocromia di un sipario ostile. Tra un pannello e l’altro i baci e gli abbracci di tutti a Don Mauro, che ci regala questa apparizione a sorpresa e che raccontandoci di come questa sia la sua nuova parrocchia ci riporta a quando, pascendo le pecorelle di Carugate, saltava con noi sulle assi del palcoscenico di casa nei panni di un improbabile lupo di Gubbio nel San Francesco del collaudato gemellaggio Kaos-GTTempo.
Si cena negli spogliatori della squadra di calcio locale gustando un rustico rinfresco offerto dall’organizzazione, organizzando un altro convivio, quello di domenica appositamente organizzato per dare degna sepoltura alle prelibatezze camune, e, visto il luogo, giocando a pallone. Attendiamo il caffè fantasticando trasferte al Petruzzelli di Bari ospiti a casa del pugliese del gruppo, sempre che dopo aver stravolto l’epifania facendo portare oro incenso e mirra ai tre moschettieri, non abbia confuso anche il teatro e il luogo oggetto della chiacchiera, mentre il nostro tecnico condivide con il clero locale progetti e memorie montane.
E poi, nominato visagista ancora una volta il nostro tecnico per comprimere i tempi del trucco, mentre un nugolo di ragazzini scorrazza seminudo nello spogliatoio, che abbiamo loro usurpato, inondandolo di docce e vapore, si va in scena, quasi senza accorgercene (ma solo dopo aver sostituito a tempo di record il lettore cd che si era innamorato di una traccia e non voleva più lasciarla e richiuso le mascelle che hanno ceduto di colpo quando Rosemary, nel tentativo di passare da una quinta all’altra, si è ritrovata con la gonna a farle da sciarpa).
E’ uno spettacolo. Nei due sensi del termine. Nonostante fosse una infrasettimanale che tipicamente ci adagiamo a ‘portare a casa’, come ama esprimersi il nostro tecnico, ha tutti i contorni di una bella prova, rappresentata con la tranquillità e la presenza di chi è in scena, sa di esserlo e ci si diverte. Tanto. E il pubblico fa la sua parte regalandoci tanti applausi che spezzano il ritmo ma tanto appagano il nostro ego, e tante, tante, tante risate. Rumorose. Fragranti. Sincere. Lo spettacolo scivola con qualche errore ma senza incertezze, scoprendo anche il nostro tecnico che, operando dietro le quinte, nei momenti di scarsa attività, lascia la poltrona presidenziale disegnata da Morfeo, per seguire divertito lo spettacolo.
Ritorniamo inaspettatamente in scena, richiamati dal pubblico quando ormai con la testa volgevamo allo smontaggio e salutiamo a soggetto incassando i tanti e sinceri complimenti amplificati dal sorriso ancora disegnato sulle labbra del pubblico. E dopo aver congedato un attore ‘navigato’ che ha provato a venderci un amico che non poteva trovare posto nella sua compagnia, affrontiamo, scena in spalla, la fatica della discesa, supportati e coccolati dalla compagnia locale che non ci ha fatto mancare attenzioni, disponibilità, simpatia e tanto… the freddo!

Darfo Boario Terme - 19 maggio 2013
Stranamente di domenica si parte per questa nuova replica orfani del regista appiedato da un auto che cade per la seconda volta a Carugate in quella che sembra sempre di più una via crucis che una trasferta teatrale. Ma sappiamo che sarà comunque spiritualmente con noi.
Si viaggia come negli oratori di una volta, in auto separate: maschietti da una parte, femminucce dall’altra. Sul camion non le persone di dubbia sessualità ma solo l’equipaggio che non ha trovato posto in uno dei due oratori.
E si parte col sole, viaggiando sotto un cielo carico di nuvole che corrono veloci verso mete sconosciute, scoprendo solo all’arrivo che il punto di incontro anche per loro era la valle bresciana meta del nostro pellegrinaggio. Manco a dirlo, quindi, si scarica con la pioggia.
Ad accoglierci il sorriso pieno di spifferi dello zio Fester di Darfo, che si improvvisa anche mago estraendo dal cilindro keyway per tutti, che per il nostro Drake diventerà subito una seconda pelle pensando di elevarlo a nuovo costume di scena. Ma non fa in tempo ad impermeabilizzarci che la sua pelata ci ritorna di riflesso il luccichio del sole che fa capolino tra le nubi fino a squartarle.
Il teatro è quello dello scorso anno, accogliente e con una pendenza che si doma facilmente. E in 50 minuti dal nostro arrivo la scena è montata. Ed è record! “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!” Ma i record, si sa, non sono fatti per essere celebrati, ma infranti, preparandoci così a nuove future sfide. Il palco è ampio e usiamo agevolmente tutti i pezzi della scenografia, promessa al pubblico di una bella macchia di colore che ben si fonde con le eleganti poltroncine blu della platea.
Col tempo dalla nostra, si cazzeggia per un’ora in attesa che i succhi gastrici lancino il loro richiamo. Decidiamo di investire il nostro tempo provando a montare la tenda IKEA che senza istruzioni, e senza l’architetto che ci raggiungerà più tardi, un pool di cinque esperti improvvisati riesce a modellare nelle forme più svariate prima di farle rientrare nel ruolo loro assegnato nel freddo nord da un architetto dal nome impronunciabile mutuato ai drappi. Il resto del gruppo si consuma in corso accelerato di “recupero spazio pc” che solo domani sapremo se puntuale o drammaticamente eccessivo.
E’ l’ora. Della cena. E ci mettiamo in moto verso la nostra meta che prima che un luogo è uno scioglilingua (“Piamborno di Piancogno” – ripetere velocemente 10 volte). Seguiamo il TomTom bresciano di zio Fester che ci porta a destinazione non senza fallo solleticandoci con il gutturale accento autoctono. Un aperitivo “spruzzato” offerto nei giardini del ristorante (per la cronaca “Le 2 Magnolie”) per un attimo trasforma tutto in un ricevimento nuziale. E “spruzzata”, sgarro alla regola che aggiunge qualche grado all’umore, sarà anche la cena, dove, dando il cambio a frotte di cresimandi ed affini che abbondano consumati il locale in stropicciati abiti confetto, ci tuffiamo nei piatti della cucina camuna, densa di sapori e accostamenti forti e gustosi che trangugiamo quasi eguagliando il record del montaggio scene. E’ qui che incontriamo tutta la vulcanica energia positiva del nostro “gancio”, in tuta da Avon-corsa.
Si torna in teatro. Volando. Lo spettacolo va in scena con mezz’ora di anticipo e il tempo per dismettere i propri panni ed entrare nel nostro piccolo mondo parallelo è davvero poco. E mentre l’inno dell’Andos cantilena a ripetizione su un pubblico che lentamente prende forma, per guadagnare tempo il nostro tecnico si trasforma nel più abile visagista delle dive e, dopo un primo inciampo che rischia di mandare in scena il sempre giallo “Dieci piccoli negretti”, stabilisce un nuovo record truccando tutti gli ometti nel tempo di un amen. Tranquillizziamo l’agitazione di qualcuno con la serafica constatazione che “…tutto sommato in questo spettacolo le battute non sono importanti”. Inventiamo coprolalici incipit alla commedia che, se ben mediati, potrebbero anche arrivare a travaglio. Gustiamo, scaldando i motori, il piacere di vivere spettinati, bella metafora che ci porta alle luci della ribalta. Via!
Lo spettacolo è il giusto corollario di una bella giornata. Fila tutto. E fila bene. Giusti i tempi e le intenzioni. Qualche involontario taglio non toglie nulla allo spettatore o al ritmo. E il pubblico lo sentiamo arrivare caloroso sul palcoscenico sin dalle prime battute. Giusto il tempo di sistemare, ora con l’archIKEAtetto, le tende che stavano cedendo tra un atto e l’altro, e arriviamo agli applausi finali con le luci che si accendono in sala a scoprire i volti ancora deformati dalle risate. Raccogliamo una pioggia di commenti che il numeroso pubblico ha voluto scolpire sui nostri fogli di sala, emulando i rupestri antenati, e riceviamo , chi una chi due a seconda di quanto natura ha abbondato, una collanina-amuleto che, vuole la leggenda, possa tenere lontano il tumore al seno, che anche noi, con lo spettacolo offerto all’associazione, abbiamo voluto combattere.
Si smonta con lo stesso gioco di squadra e con la stessa pioggia del pomeriggio. Brindiamo ai compleanni di Sergente e Hubert con una quantità di dolci che potrebbero deliziare tutta la valle ma che non trovano il gusto del nostro Fester, che timidamente ci mostra tutta la sua impazienza di chiudere e forse tornare dall’omonima zia, dove gli spifferi potranno trovare reciproco completamento. E prima che il giorno si consumi del tutto, con addosso l’energia di questa valle, ma anche i suoi sapori e suoi profumi addensati in un cesto di prelibatezze nostrane, siamo in viaggio verso il ritorno. Sotto la pioggia, ovviamente!

Travedona Monate - 11 maggio 2013
Anche questa volta la primavera ha deciso di boicottare il nostro spettacolo. Ma la contesa, questa volta, è stata vinta dai quasi trenta gradi di un sole che ci ha catapultato in estate e che ci ha permesso di rispolverare le nostre magliettine autoreferenziali.
Arriviamo a destinazione facendoci violenza per sfuggire all’insidioso richiamo dei colori e del luccichio del lago, italica sirena, che ha costeggiato il nostro ultimo tratto di strada. Ci accoglie il sorriso e la disponibilità nostrana dell’organizzazione che si butta così alle spalle il precario orgoglio di averci ospiti ufficialmente decantato dai manifesti di precedenti edizioni.
Entriamo in teatro e soffochiamo i colori e gli spazi aperti della valle varesina nella penombra del piccolo palcoscenico del Santamanzio, che ricordavamo tutti un po’ più abbondante. Ma, “Bicocchino” insegna, questa volta abbiamo già la soluzione tracciata dall’esperienza: sacrifichiamo l’apertura del sipario e incastriamo la scenografia nel boccascena, con un impressionante effetto sottovuoto talmente spinto in avanti da scivolare nel pubblico. Ci aiuta la perfetta orizzontalità del palcoscenico che semplifica il montaggio e garantisce al tutto una stabilità granitica.
E così la scena si posiziona a memoria, dandoci il tempo, nel mentre, di seguire un corso tenuto dal nostro tecnico su “I mille modi di usare un pezzo di legno”, conoscere le peculiarità della mutanda marsupio di Leslie, fare i sentiti complimenti al nostre sergente divenuto zio di sei… gatti e declinare (quasi tutti) un invito a “striscia la notizia” subito bistrattato dallo stesso promotore.
Decidiamo di non provare la parte di chi ha saltato le ultime prove, sicuri della nostra preparazione, e dedichiamo il tempo che resta al puntamento delle luci che, intermezzato dai circensi equilibrismi del sergente che in punta di scala ridarà vita ad un faro spento, durerà più del montaggio scene.
Ore 19. Ci incamminiamo per acciotolati vicoli d’altri tempi verso la cena, scoprendo così il ruscello che, ricolmo di erba di dubbia fama, lambisce il teatro e lo trasforma, nell’immaginario di chi forse ha avuto l’ardire di assaggiarne le verzure, in un antico maniero circondato dal suo fossato.
Ceniamo da Yanez, pizzeria che brilla di cortesia, velocità e buon gusto negli arredi. Qualcuno resta sconvolto dal prezzo fissato a 5 euro per tutte le pizze, mettendone in discussione formato e dimensioni, subito smentito dalle politiche commerciali aggressive del locale. Per evitare inutili perdite di tempo, il nostro tecnico, oggi in vena di classifiche, riassume al cameriere “Le 10 domande da fare sempre prima di entrare in pizzeria” che vanno dall’aranciata amara alla rucola, dal caffè al ginseng alle olive nere. Funziona. Perché guadagniamo almeno 10 minuti. Pizza? Gustosa. Leggermente indietro nella cottura.
Si torna in teatro. Senza fretta. Abbiamo tempo. E ci prepariamo nei camerini sotto palco, con una temperatura che ci fa sentire più un vino da invecchiare che personaggi di una commedia. E mentre stagioniamo serenamente in botti di rovere, scaldando voce e ambiente con i nostri versi propiziatori, il poco pubblico si accomoda nei pochi posti della piccola platea : in tutto 108 comode poltroncine. I presenti saranno 2000 per gli organizzatori. Una sessantina per la questura. E questa volta mi sento di dare ragione alla questura.
I trucchi di scena sono rimasti a casa, costringendoci ancora una volta ad uno spettacolo ‘nature’ che va in scena senza preamboli o presentazioni. E il bilancio della performance è presto fatto : spettacolo a singhiozzo, dove abbiamo sapientemente alternato momenti di assoluta perfezione a momenti di libero vagabondare tra le pagine del testo, lanciando sulla scena battute alla rinfusa giusto per “vedere l’effetto che fa!”. E così ci siamo divertiti ad inventare il termine “improvvido”, per scoprire poi che qualcuno lo aveva già sdoganato inserendolo in referenziati dizionari. O a giocare a tombola con i numeri dei distretti di polizia, senza peraltro fare neppure ambo.
E nonostante tutto questo lo spettacolo è piaciuto, almeno a giudicare dagli applausi finali, dalle risate che ci hanno accompagnato srotolando lo spettacolo, e nell’osservare le diversamente giovani signorine, parcheggiate in prima fila, che hanno seguito tutta la storia saltando dal ridere nelle loro poltrone ad ogni battuta.
Ancora una volta, al pubblico è arrivato uno spettacolo diverso da quello che l’attore sente e vive amplificando impasse e cadute di ritmo e imperfezioni recitative che allo spettatore non arrivano o arrivano smorzate o addirittura impercettibili.
Risate e commenti sempre uguali e sempre diversi accompagnano l’addio al teatro che questa sera è particolarmente veloce (anche questa sera le attrici sono state dispensate dal montaggio, sarà solo una coincidenza?). E così a mezzanotte si torna verso casa. A farci compagnia ancora il luccichio delle acque del lago, mitigato, ora, dalla luce della più timida luna.

Milano - 20 aprile 2013
Piove e piove. Ancora e ancora. La primavera ha deciso di boicottare i nostri spettacoli, almeno sino ad ora. O è la pioggia ad avere di forza il sopravvento e ad accompagnare tutte le nostre trasferte. E non possiamo neanche giocare la magra consolazione di prendercela con il governo, ‘ladro’ per definizione: le poltrone sono da tempo vacanti, come quella del presidente della repubblica che si sta giocando proprio in queste ore in una serie di deja vu. Ma lasciamo la poca cosa del teatrino della politica per incamminarci verso il teatrino della Bicocca che ha deciso per la terza di ospitare un nostro spettacolo a fin di bene. Questa volta il ricavato non andrà ai bambini delle favelas brasiliane, ma al più vicino pavimento dello spazio ricreativo dei milanesi “diversamente giovani”, che tra queste quattro mura trovano compagnia e sollazzo.
Arriviamo a destinazione stropicciati dall’umidità dopo aver caricato il camion guadando pozzanghere che ricordavano il delta del Mekong, fortunatamente bonificato da ogni belligerante velleità. Ad accoglierci barricate di auto di cresimandi ed affini che ci impediscono di raggiungere il teatro, che per un’ora circa resta un lontano miraggio e che concedono al nostro tecnico un salutare riposino coccolato dal costante e ritmato ticchettio della pioggia. Chi preferisce pigliare pesci, invece, fantastica su come potrebbe essere composta la scenografia sul piccolo ma accogliente palcoscenico del teatro, scoprendo che ogni congettura possibile sarebbe stata screditata dai fatti.
L’allegro e disteso suono delle campane avvisa il quartiere che la cerimonia è finita e noi che un varco si è aperto, scoprendo solo ora che il proprietario dell’auto era il figlio dell’imbarazzato tecnico del teatro che non se l’è sentita di impallare il vescovo durante la cerimonia per chiedere le chiavi del mezzo. Il camion con qualche difficoltà, ci si infila senza lubrificanti e siamo pronti a montare, sotto un cielo ancora gonfio d’acqua ma che decide di darci tregua.
Le dimensioni del palcoscenico ci costringono ad una serie di peripezie, con pannelli che volano a destra e a sinistra prima di trovare una definitiva collocazione intorno alla necessaria finestra, epicentro della nostra scena, con il compromesso, necessario sacrificio, di non utilizzare l’apertura del sipario. Solo qualche difficoltà nel montaggio delle tende ci costringe a rinviare l’attività all’arrivo del nostro mister IKEA, che in cinque minuti umilia tutta la nostra fatica ed inettitudine.
Serata di tagli. Questa sera va in scena un inedito Allegri Chirurghi, condiviso ed alleggerito di qualche passaggio importante nelle prime pagine del testo e di qualche battuta qui e la nel seguito, con lo scopo di renderlo più scorrevole, non tanto nella durata (scopriremo di aver spazzato via circa dieci minuti) quanto nella sensazione di essa. E allora dedichiamo i pochi istanti prima della cena a mettere a fuoco i nuovi stralci e a fare qualche prova audio per microfoni e telecamere che ingabbieranno il nostro spettacolo su un paio di dvd. Fino a scoprire che sono rimasti all’asciutto, negli armadi di casa : il vassoio porta dolcetti, il cappello di Peter Pan e il nostro regista (che oggi ha preferito il sole di Madrid alla pioggia di Milano).
Un’eco di stomaci che brontolano avvisa che è ora di pappa. Ma lo sguardo sorpreso e impacciato dei nostri ospiti spegne ogni speranza : la cena è prevista dopo lo spettacolo come nelle migliori tradizioni attorali. E noi, che rispettiamo solo le tradizioni che si possono affrontare a pancia piena, elemosiniamo almeno un pasto freddo, anche in piedi, pur di mettere qualcosa sotto le ganasce, dimenticando e rinunciando ad una Amatriciana che, nelle migliori tradizioni della cucina degli amici del Bicocchino, sarebbe stata indimenticabile.
Degni sostituti sono qualche fetta di un ottimo salame, un roastbeef che agli occhi dei vegani presenti gronda ancora sangue, una ricca insalata che Leslie depreda di tutti i rapanelli di cui ne va ghiottissimo, una macedonia multicolor e multisapor e, ciliegina sulla torta, il dolce nostrano preparato da Mike per festeggiare il suo ennesimo compleanno, e che dobbiamo divorare tutto per recuperare il vassoio che, impreparato, dovrà entrare in scena per por rimedio alla dimenticanza.
Il tempo è però agli sgoccioli. Il caffè ci viene servito, raro privilegio, direttamente ai piedi del palcoscenico ed inizia la volata verso l’apertura del sipario, che oggi sarà solo metaforica.
Ci vestiamo nel poco tempo e spazio che abbiamo. E mentre i primi avventori, vedendo la scenografia, solo per un attimo credono di aver sbagliato destinazione frugando nella borsa alla ricerca di improbabili tesserini sanitari, valutiamo l’ipotesi di non truccarci. E l’ipotesi diventa certezza quando scopriamo che anche i trucchi sono rimasti a casa (o, ma è una illazione, hanno seguito il nostro regista con compiti che preferiamo non approfondire). Scaldiamo velocemente la voce sotto le assi del palcoscenico, regalando al pubblico già presente in sala, strani beccheggi della voce e l’idea che lo spettacolo possa essere un musical mal cantato. E dopo una breve e poetica introduzione, si parte.
Lo spettacolo scorre veloce, senza intoppi. Poche sfumate incertezze, quasi impercettibile anche a noi, accompagnano qualche nuovo taglio e ne aggiungono involontariamente di altri. Il cappello del prete (non taglio di carne ma oggetto scenico) che sostituisce l’obliato Peter Pan, scaraventa sulla scena per pochi secondi un improvvisato e divertente Zorro. E così si galoppa, fino alla fine, accompagnati da un pubblico coinvolto in un costante crescendo di calore e risate. Alla fine i commenti non solo ci regalano la sensazione di aver ben operato i nostri tagli, ma anche la certezza, da parte degli aficionados, di aver interpretato il miglior spettacolo della serie, contrariamente alla sensazione decisamente opposta di alcuni di noi.
Rubando un po’ la scena al nuovo (?!?!?!) presidente della repubblica appena eletto, ci gustiamo i nostri applausi calorosamente scanditi da un pubblico che il maltempo ha reso poco meno numeroso del solito.
Brindiamo a fine spettacolo con un millesimato offerto dall’organizzazione ed accompagnato dalla loro gradita e discreta compagnia. Si perdono il brindisi le ragazze del gruppo che, ordinati gli oggetti di scena nelle rispettive scatole, hanno fretta di scappare, solleticando la fantasia di qualcuno che questa assenza arricchisce e velocizza smontaggio e carico. Ma è solo il piacere di una serata speciale che rende tutto più leggero.
Un sms riassume e catapulta questa sensazione nella notte calda e serena di Madrid del nostro regista.

Carugate - 9 e 10 marzo 2013
Spettacolo a chilometri zero in quello che abbiamo misticamente ribattezzato “il triduo”.
Due giorni. Tre spettacoli. A casa nostra. Di fronte al nostro pubblico.
E il giorno del debutto è arrivato: sabato 9 marzo. Debutto che abbiamo preparato con cura rodando lo spettacolo in una serie di anteprime che ci sono servite per ponderare e oliare ritmo e caricatura, anche se, paradossalmente, al momento lo spettacolo a detta di tutti ancora più riuscito è stato il primo!
Risparmiato il peso del montaggio (fucina di aneddoti e risate) che abbiamo diluito durante la settimana, ci troviamo a reinvestire il tempo libero nella gestione di telefonate del pubblico dell’ultim’ora che vuole accaparrarsi improbabili posti di uno spettacolo che è da giorni tutto esaurito, in una perenne maratona tra camerini, palco e foyer.
Interrotta solo da :
- una posa per la stampa che ci dedicherà un pezzo in una prossima edizione del giornale locale, messo subito a rischio da una innocente battuta del nostro Leslie alla giornalista-calciatrice che gli ha interdetto l’accesso agli spogliatoi nel caso giocassero nella stessa squadra.
- un frugale panino consumato in cerchio come nella più perfetta tradizione nomade (ma non sono forse nomadi gli attori?) dove ci rilassiamo scaldando i muscoli facciali tra morsi e risate.
- la presentazione alle costumiste del nuovo abito del Dott. Mortimere, direttamente dalle ante di tale Miccio, che debutterà questa sera e che le costumiste decidono di accendere con una cravatta di un intenso rosso rubino.
- una sfilata con una serie di nuove parrucche, lascito di chi, mosso a compassione dalle ormai troppe nudità tricologiche che ci affliggono, ha voluto suggerirci un efficace rimedio e che per un attimo riportano sulla terra i cugini di campagna
Poi si inizia a fare sul serio. L’agitazione prende il posto della goliardia. Siamo di fronte al nostro pubblico e questo, invece di tranquillizzare, agita gli animi. Riponiamo le parrucche sulle impassibili teste di polistirolo che per due giorni ci osserveranno come impassibili spettatori, mentre gli altri, quelli veri che ci auguriamo meno impassibili, entrando in teatro possono
ripercorrere le tappe dei nostri successi condensati in una vetrinetta tutta nuova e tutta nostra che più che autocelebrare vuole lasciare una umile traccia del nostro girovagar teatrale.
Ci prepariamo ed andiamo a respirare il vociare che arriva da platea e galleria gremite e solo in parte mitigato dal pesante sipario chiuso.
In cassa, un gruppetto di potenziali spettatori, quasi si azzuffano per aggiudicarsi i troppo pochi posti liberati da prenotati che non si sono presentati, costringendoci così a rispedire a casa una ventina di persone.
Poi le luci si spengono. Il brusio scema. Lo scricchiolio della scaletta di metallo anticipa di un soffio la presentazione dello spettacolo da parte di un regista più emozionato di noi che con voce rotta ci regala ancora qualche attimo di attesa. E di batticuore.
Una storiella che con voce monotono (probabilmente scritta da Elio) viene raccontata dallo sponsor della rassegna rischia di farci perdere qualche spettatore. Ma è breve, e il pericolo è scongiurato.
Scricchiolio della scaletta. Questa volta al contrario. O è la schiena di Rosemary Mortimere a scricchiolare?
Musica. E il sipario si apre su una sala senza spazi vuoti. E quei pochi, riempiti da telecamere e fotografi che si muovono silenziosi a fermare momenti che ancora non sappiamo se saranno ricordati come belli o meno.
Ma lo spettacolo va. Qualche sbavatura recitativa che il generoso pubblico non ha notato o su cui ha sorvolato, non compromettono uno spettacolo ben tenuto e sostenuto, sempre sostenuto, da tante risate ed applausi a scena aperta, che ci regalano quella tranquillità e quella sicurezza che ci danno il pieno (o quasi) controllo della situazione.
E alla fine siamo tutti soddisfatti.
Un doveroso e dettagliato ringraziamento, come mai facciamo, a tutti ma proprio “tutti quelli che hanno contribuito al buon esito dello spettacolo”. Poi, mentre gli attori sfilano in sala a guadagnare il foyer portando per un momento a Carugate la settimana della moda, il nostro enologo di fiducia racconta la macedonia di profumi e sapori del vino che vogliamo offrire al pubblico, in un brindisi che vuole ricambiare il suo calore e insieme festeggiare i nostri 30 anni di vita.
“A buon bevitor poche parole, e quelle poche… sbiascicate”. In men che non si dica quindi le due anime, quella del pubblico e quella degli attori, si mischiano nel gremito foyer, dove i pochi gradi del moscato sciolgono chiacchiere e complimenti, intensi e sinceri.
Che sono benzina per affrontare le repliche di domani.
Domani che arriva in un attimo. E in un attimo siamo di nuovo in scena. Neanche il tempo di entrare in teatro, trovare la sorpresa di mamma Myra che ha portato la piccola ad annusare le assi del palcoscenico (dicono che gli odori che ti arrivano nei primissimi mesi di vita segneranno il tuo destino) e ci ritroviamo gli abiti di scena addosso ed una fila interminabile alla cassa.
La pomeridiana non aveva avuto troppe prenotazioni, ma la risposta degli ultimi avventori è stata maestosa. Tante famiglie e un pubblico molto giovane hanno quasi riempito la sala anche per questo spettacolo, costringendoci a ritardare l’apertura del sipario.
Ma la tranquillità di una pomeridiana ce la siamo giocata quando la commissione della FITA Milano ha deciso di inserire questo spettacolo nel concorso omonimo. D’obbligo quindi concentrazione e tecnica e mestiere. Come ogni spettacolo merita e come la situazione impone.
Ci riusciamo? Lo scopriremo alla chiusura del concorso. Sicuro è che il pubblico in sala è stato meraviglioso. Dall’inizio alla fine. Risate ed applausi come mai sono galoppati sul palcoscenico e ci hanno travolto con la loro irruenza e fragranza. Spesso inaspettati. Costringendoci ad improbabili “fermo immagine”.
E anche il nostro regista, che sempre ci ha seguito dalla sala, ha incoronato questo come miglior spettacolo, spodestando il debutto di Cantello. Poteva andare meglio?
C’è giusto il tempo di una pizza in atrio accampati alla bene e meglio cercando di non macchiare gli abiti di scena che la pigrizia ci ha lasciato indossati e coperti in qualche modo, circondati dai figli degli attori che in questi giorni si sono trasferiti in teatro a scorrazzare tra scenografia ed oggetti di scena, e fantasticando su improbabili amene versioni del lontano "Dio che meraviglia" e del più recente "Ali di carta" (svelando, tra l'altro, il mistero delle lacrime della narratrice), prima di affrontare l’ultimo spettacolo della “triologia”, come la definirebbe il nostro Leslie.
L’ostacolo da superare qui è la stanchezza e la voce provata da troppe battute.
Ci affidiamo al solito a San Genesio e si riparte per l’ultima fatica. Ma il freno è tirato. Non da noi, ma da un interminabile intervento del presidente della onlus che con questo spettacolo abbiamo deciso di sostenere. Trenta minuti di conferenza con dettagli tecnici e particolari di gestione che forse, se divisi in due atti, sarebbe stata sicuramente più digeribile ed avrebbe forse evitato un deciso applauso di uno spettatore che ad un tratto ha provato a frenare la catarsi oratoria del microfonato con un gesto che però non ha sortito l’effetto dovuto.
E così lasciamo i nostri posti di battaglia e sul palco improvvisiamo improbabili attacchi definitivi alla voce che, davanti al sipario, per noi è solo un suono senza volto.
Poi, un sospiro di sollievo che non sentiamo ma immaginiamo, accompagna l’abbassamento delle luci. E le successive due ore si srotolano in uno spettacolo perfetto per ritmo e memoria, sporcato solo da qualche sbavatura di gesto e posizione, con crampi sempre in agguato, la schiena di Rosemary ormai al limite del cedimento, i lividi della caposala Flint che si sommano nelle cadute che la scena impone, e la rincorsa al carrellino-porta-flint che la foga dei ragazzini ha fatto sparire sotto le pedane e il passo del leopardo di Leslie ha recuperato in extremis.
Ma sempre, doveroso ripetere, sostenuto da un pubblico che non ha perso d’intensità per tutto lo spettacolo.
Al termine non abbiamo il tempo di godere della gioia e della fatica. L’attore deve lasciare il posto al tecnico. E così, dismessi i sudati abiti di scena si smonta e si carica, spogliando un palco che in questi due giorni è diventato la nostra casa regalandoci sane soddisfazioni e confermando un impeccabile gioco di squadra che ha permesso di gestire tutto, è il caso di dirlo, con precisione chirurgica.

Torino - 23 febbraio 2013
Spauracchio neve. Abbiamo ancora negli occhi, nelle gambe e nelle ossa l’epilogo dello spettacolo di Rivoli, cerchia di Torino, che circa un anno fa ci ha costretto a numeri da circo prima di arrivare a casa sani e salvi, ma provati.
Il tempo indeciso di questi giorni, che alterna sporadiche e intense nevicate a tregue incerte, non lascia intuire nulla di buono. E il giorno dello spettacolo al Teatro Monterosa, triste presagio anche nel nome, sembra voglia giocare con le nostre ansie alternando sole a neve e poi ancora, tranquillizzante, un misero sole che le nostre paure trasformano in caraibico.
Giro veloce di telefonate per scongiurare il fatto che qualcuno, sull’onda dell’entusiasmo, si presenti in costume da bagno, e si parte, sparsi, a percorrere il rettifilo che collega le due capitali industriali del nord. L’appuntamento è ai piedi della sfinge, all’ingresso della città, simbolo che solo per un attimo ti fa pensare di aver sbagliato destinazione. Ma basta andare oltre con lo sguardo che gli alti palazzi ci riportano subito ad orizzonti nostrani: siamo a Torino (anche se le persone che incontriamo per le strade potrebbero avvalorare l’ipotesi egiziana).
Il montaggio delle scene è ancora una volta liscio, come il miglior olio extravergine prima spremitura. Solo il rischio per Bobo di essere travolto dalle scenografie sul camion che si sono ribellate al suo puntello e un piccolo inconveniente durante il trasbordo della scrivania, peraltro ampiamente annunciato nei precedenti spettacoli da chiari segnali di precarietà purtroppo sottovalutati, vede volare un cassetto metallico a terra con conseguente ammaccatura, che i nostri tecnici riescono a rimettere in forma a suon di martellate, facendo inorridire tutti i carrozzieri della zona richiamati dal rumore di lamiere accartocciate e accorsi prontamente per intervenire con stucco e vernice a forno.
La pendenza del palcoscenico, finora la maggiore per questo spettacolo, non ci crea problema, solo qualche attenzione in più nel fissare i pannelli e con abbondante anticipo sulla cena (conferma: questa è davvero la scenografia perfetta) tutto è pronto.
Giusto il tempo per incassare un freddo ed irreversibile ‘no’ dalla signora al botteghino di fronte al tentativo di far riservare dei posti per un gruppo di amici che venivano da fuori, per poi rivalutarne la gentilezza nell’indicarci un posto dove andare a mettere le gambe sotto il tavolo.
E mentre ancora echeggia nell’aria la litigata di Bobo con un barista della zona che non gli ha voluto servire un cappuccino perché avrebbe chiuso di li ad un’ora ed aveva già spento la macchina, confermando peraltro l’idea di ospitalità già ampiamente radicata nel nostro, ci dirigiamo lemme lemme verso la pizzeria. Nuova meta rispetto alle altre abbondanti volte che abbiamo frequentato questo teatro. Il ‘solito posto’ apre i battenti troppo tardi per le nostre esigenze di orario e così cadiamo in piedi in questo nuovo locale dove fa un po’ freddo ma la pizza è mediamente buona e la pasta di una gustosa e rara croccantezza.
E mentre la bigliettaia del teatro ci perseguita comparendo minacciosa in pizzeria, forse per verificare se davvero avevamo seguito i suoi consigli, gustiamo i racconti di Leslie, che ci spiega la sua idea di politica a cinque stelle e ci srotola la “grossa mora” di lavoro che deve affrontare tutti i giorni. Ma la lucidità della sua esposizione riceve qualche contraccolpo quando il lato B della cameriera entra prepotentemente nei suoi pensieri annientando il resto. Gli ormoni hanno il sopravvento sui neuroni e tutto diventa confuso e incomprensibile (sinonimo, in questo caso, di irripetibile).
Torniamo verso il teatro, con una forfora lieve che cade dal cielo ad imbiancare le nostre spalle e ad irrigare le nostre ansie, senza però intaccare l’adrenalina pre spettacolo.
Ci prepariamo a ritmo ridotto, abbiamo tempo, mentre la platea si riempie, tutta, ma la galleria resta vuota, tutta, a confermare la crisi di pubblico che ha colpito anche questo teatro e che ha costretto a ridurre ad uno spettacolo una rassegna che fino allo scorso anno prevedeva almeno un bis.
Per fortuna in sala non c’è il barista che riconoscendo Bobo avrebbe potuto replicare il Sanremo di Crozza. Partiamo quindi senza distrazioni. Che si alzi il sipario.
E il sipario, che non si alza, si apre di lato su uno spettacolo con troppe distrazioni, che alterna scene perfette per ritmo e recitazioni a vuoti quasi impercettibili ma per noi eterni, che spezzano ritmo e concentrazione.
Arriviamo alla fine senza comunque calare di ritmo e verve nonostante la misteriosa sparizione dell’orecchino di Leslie ed un movimento falso del ginocchio della caposala Flint che, speriamo, si limiti solo al dolore e non si trasformi in una ricaduta.
Il pubblico ci accoglie alla riapertura del sipario con sinceri applausi di apprezzamento, che, solo loro, spiegherebbero al barista che tutto sommato un cappuccino avrebbe anche potuto metterlo in macchina!
Li blocchiamo per dedicarli a regia e tecnico e trasformarli in nostri per ingraziare un pubblico caloroso e una squisita accoglienza, oltre che un gradito ritorno.
Era la prova del pubblico di città, tendenzialmente più sofisticato e spesso più freddo verso testi con meno spessore, anzi… come dire… piatti. Beh… superata!
Si carica il camion in modalità mono-nota, evitando, a fatica con il buio, i simpatici pensierini (a volte veri e propri temi) lasciati a terra dagli amici a quattro zampe, che solo il nostro Bobo decide di portare a casa (qualcuno giura di aver visto un barista al guinzaglio aggirarsi nella zona).
Partiamo con la luna nel cielo ma gli ultimi chilometri, per fortuna solo gli ultimi, li percorriamo sotto una nevicata che si fa sempre più abbondante. Il giorno dopo ci svegliamo scoprendo un cielo che si è sfogato imbiancando tutto. Ma questa volta siamo arrivati prima noi.
Adesso ci aspetta il debutto ufficiale. Il triduo di Carugate dove il nostro pubblico, non ce ne vogliano gli altri, è forse più facilmente corruttibile, ma ha comunque peso specifico maggiore.

Castelverde - 26 gennaio 2013
Si torna a Castelverde. Come spesso succede chi ci ha ospitato una volta ha piacere di avere sulle sue assi anche i nostri successivi spettacoli. E così anche alle porta di Cremona si firma “el triplete”. Dopo LA CENA DEI CRETINI e RUMORS, ora tocca al nostro nuovo spettacolo, che il Teatro Primo Ferrari ha concordato con noi di ospitare praticamente al debutto.
Il carico è agevole. Movimenta il lavoro solo il nostro regista, che lascia inavvertitamente le dita sotto un pannello e rischia l’amputazione secca delle prime tre falangi. Ma tutto sommato è il male minore: lui non deve andare in scena…
Il lungo viaggio nella bassa è riscaldato da un bel sole, inaspettatamente caldo.
A destinazione, complice il facile accesso ad un palcoscenico praticamente “in bolla”, il tempo di scaricare e la scena è montata, facendoci finalmente apprezzare, dopo aver rodato la mano nei primi spettacoli, la forza di questa scenografia : agile da caricare, veloce da montare.
Investiamo l’oretta di tempo che ci avanza chi a ripassare chi a giocare on line chi a reclamare con voce lontana e ritmo cadenzato esigenze ataviche e primarie : “andiamo a mangiare?”
Mediamo le esigenze di tutti e alle 18.30, con le galline (come si dice da queste parti) mettiamo le gambe sotto il tavolo nella solita pizzeria da asporto che ci ha ospitato anche nelle precedenti trasferte. Ma Maria Pia, la titolare, gela subito i nostri entusiasmi: l’orario in cui verrebbero pronte le nostre pizze è incompatibile con il nostro. Attimo di panico che scorre negli occhi degli attori, particolarmente accentuato nel Professor Willoughby, buongustaio del gruppo, che non sfugge alla titolare che gioca la carta dell’accoglienza cremonese offrendoci, in alternativa, panini o piatti di gastronomia esposti in bella vista e che ancora non avevamo colto.
E così, aumentata la salivazione alla luce della nuova prospettiva, sul nostro tavolo vediamo sfilare panini pantagruelici che avrebbero sfamato una famiglia di 4 persone, lasagne, baccalà fritto e quattro pizze filanti che Maria Pia ha estratto chissà da dove. Tutti si lamentano delle porzioni enormi. Alla fine non avanzerà nulla.
Ringraziamo Maria Pia e i suoi colleghi per la simpatica accoglienza e torniamo in teatro dove abbiamo tempo di prepararci con calma in un camerino che è l’anticamera del Polo Nord. Decidiamo così di appropriarci ciascuno di un angolo di palco (con temperature primaverili) e cambiarci li.
La sala va riempiendosi. Da dietro il sipario ci arrivano voci sempre più numerose. E la tensione incomincia a salire. Senza alcun preambolo, alle 21.15 spaccate, come da programma di sala, il sipario si apre su una compagnia che oggi, in scena, ha un attore in più: l’influenza. David e Mike sono febbricitanti e il sergente ha forti dolori per una contrattura ad una spalla. E lo spettacolo, così, parte trattenuto, distratto dal timore di non farcela con la testa o la voce, con le tante aspirine che ancora frizzano nello stomaco, e con un ritmo, viziato da una recitazione un po’ troppo a soggetto, che stenta a decollare.
Ma giusto il tempo di prendere fiducia nei nostri mezzi, di sentire il pubblico dalla nostra, e lo spettacolo decolla, per ritmo e interpretazione, e la sala si riempie di risate ed applausi che non se ne andranno fino alla fine dello spettacolo, facendoci dimenticare le incertezze di un momento.
I ringraziamenti finali del pubblico pagante sono davvero sinceri, e li portiamo soddisfatti a casa con noi, contenti di essere riusciti a mettere in scena , nonostante tutto, un ottimo spettacolo. Giusto il tempo di un brindisi per festeggiare l’ennesimo anno compiuto da David (ma non chiedetegli l’età! Non si chiede l’età alle signore!) e poi via sulla rotta di casa brandendo coltelli a tagliare una nebbia a tratti fittissima.

Birone di Giussano - 12 gennaio 2013
Primo spettacolo del 2013. Ci servirà per misurare quanto il panettone delle feste possa incidere sulle nostre performance, dopo un paio di prove preparatorie più gogliardiche che tecniche.
Il carico del camion, giusto per iniziare, si dimostra ancora oliato e puntuale e tutto si incastra alla perfezione senza contrattempi. La strada che ci porta a destinazione è breve e offre diverse alternative. E ogni equipaggio ne segue una diversa. Neanche a dirlo. La percorriamo a memoria: è la terza volta che torniamo sule assi di questo palcoscenico.
Arriviamo a destinazione e troviamo l’organizzazione a spazzare il palcoscenico regalandoci un privilegio che poche volte abbiamo potuto apprezzare. Anche lo scarico è agevole, si passa dal camion al palco in un soffio. Il montaggio… un po’ meno.
Il palcoscenico è largo, sì, ma… basso. E nel punto in cui una trave di cemento armato attraversa il palcoscenico in tutta la sua larghezza… troppo basso! Del resto se il teatro si chiama “Il ridotto” ci sarà pure una ragione. Passiamo così più tempo a studiare come dividere la scenografia in due (fronte e retro) senza comprometterne stabilità e funzionalità che a montare poi il tutto. Il risultato non risente del sacrificio. Anzi, il basso soffitto sembra valorizzare e rendere più vero e naturale l’ambiente ricreato.
I camerini, in perfetto stile Stevenson, hanno una doppia vita : di giorno spogliatoi per i gladiatori del calcetto, di sera camerini per i meno cruenti teatranti, e così, aspettando il nostro turno, a montaggio e ripasso concluso, si passa al cibo.
Ci aspetta quella che credevamo essere la ormai solita pizzeria da asporto che tradizionalmente ci metteva a disposizione due botti che arredano il locale per consumare con dubbia comodità il nostro pasto frugale. Le botti sono rimaste, la pizzeria un po’ meno. Ha cambiato gestione. Oltre alla pizza (mangiabile), offre kebab e fritto misto (pesante e pericoloso) e l’odore di unto che resterà indelebile sui nostri abiti.
Per non farci mancare nulla, beviamo il caffè nel locale attiguo, un accozzaglia di dolci e pupazzi e colori di ogni genere dove completano l’opera iniziata dalla pizzeria le ‘stantuffate’ di odore di vecchio (per dirla alla Angelo).
Resta solo il tempo di prendere possesso dei camerini e andare in scena. La sala è piena e scalpita.
Segreghiamo il nostro regista a ruolo di siparista e lo imprigioniamo, moderno conte di Montecristo, in un angusto antro cieco ricavato tra scenografia e armadietto della tecnica: impossibile l’evasione (lo ritroveremo stupiti poi, a metà del primo atto, disinvolto dietro le quinte: una cena non proprio salutare gli ha fatto scoprire doti innate di ginnasta che gli hanno permesso di scavalcare a piè pari le barricate erette dal nostro tecnico per lasciare il sipario e correre a cercare urgente sollievo altrove).
Si parte.
Ritroviamo il ritmo del debutto ed una buona presenza scenica. Presto il pubblico è con noi, sul palcoscenico. Lo sentiamo denso e avvolgente: presente. E le risate e la partecipazione (che in alcuni punti arriva a viva voce ad anticipare le battute degli attori) non ci lasceranno più, fino alla fine. Anche quando, in un paio di occasioni, le imbeccate previste dal copione che dovevano giungere da dietro le quinte, tardano un po’ troppo ad arrivare, forse intontite e rallentate dall’odore della pizzeria ancora stagnante nell’aria.
Lo spettacolo si chiude con uno scrosciante e sincero applauso che, come tutti i teatri di Italia hanno fatto in questi giorni, abbiamo voluto ufficialmente condividere con chi il teatro lo ha fatto credendoci davvero e da qualche giorno non c’è più.
Si smonta con addosso la pienezza di aver messo in scena un buon lavoro, rallegrati dagli eredi di alcuni dei protagonisti che si rincorrono sul palcoscenico con le parrucche di scena addosso e con la volontà di migliorare quelle sbavature che ora possiamo affrontare più serenamente.
Un saluto agli organizzatori annaffiato da un buon vino e dalla eterna spuma nera. E qualche sfizio dolce e salato che riesce a mettere qualche pezza alla cena delle puzze.

Calusco D'Adda - 30 novembre 2012
Neanche una settimana e siamo a ripetere il nostro nuovo spettacolo. E’ venerdì, e ce lo ricorda incessantemente il nostro tecnico che sa di come le nostra performance sono meno incisive quando si va in scena in settimana. E qualcuno racconta la maledizione del “Friday Theatre” dove la leggenda vuole che i folletti del teatro, quando si va in scena di venerdì, fanno di tutto per molestare e distrarre gli attori per fare in modo, con i loro dispetti, che qualcosa non vada per il verso giusto (realtà o fantasia?).
Si parte sotto un cielo pesante più tardi del solito. Mettiamo così subito alla prova, e apprezziamo, la velocità e comodità di montaggio della nuova scenografia con cui oggi ci accorgiamo subito di avere già dimestichezza, grazie anche alla preziosa presenza di Andrea che, uomo di fiducia di Meme, vale almeno 10 attori. E dalla sacrificata bomboniera di Cantello, dove la scenografia è stata fatta entrare a martellate, ci troviamo catapultati nella piazza d’armi di Calusco, dove, per dare alla scenografia degna presenza, dobbiamo disporla il più in orizzontale possibile ed aggiungere anche i due pannelli di scorta che la previdenza di Meme ha fatto confezionare dai falegnami in zona Cesarini.
Con calma facciamo il puntamento luci e mastichiamo il nostro pranzo al sacco. Abbiamo tempo. Tanto di quel tempo da dimenticarci di rifinire i nuovi pannelli che andranno in scena senza i dettagli degli altri (ma quando ce ne accorgiamo c’è già gente in sala e non si può più trapanare ed avvitare).
Con calma ci vestiamo e trucchiamo e per una volta evitiamo al nostro tecnico i rimproveri ed i solleciti a prepararci, rubandogli, persino, una nota di stupore. In sala, oltre ad un numeroso pubblico (per buona soddisfazione dell’organizzazione) anche amici e parenti del GTT che, a rate, stanno assistendo alle prime repliche di questo nuovo lavoro che debutterà a Carugate solo a Marzo.
E ci accorgiamo di essere più tesi e preoccupati della volta scorsa. Quasi nervosi. Anche se gli amici di Calusco hanno fatto di tutto per supportarci con il solito calore e simpatia a cui ci hanno abituati nel tempo.
Si parte. Un po’ con il freno tirato, nei primi minuti, ma presto, molto presto, torniamo a rivestire attillati i nostri personaggi, e dare brio e ritmo alla commedia con una consapevolezza e una cura ancora migliore del debutto. E il primo atto fila tra le risate che mai si affievoliscono e gli applausi del pubblico.
Giusto il tempo di tirare il fiato, fare il punto sulle poche sbavature, e il sipario (eterno nel coprire le distanze da quinta a quinta) si riapre sul secondo atto. E se fino ad ora i folletti del Friday Theatre erano probabilmente impegnati su qualche altro palcoscenico, ora si ricordano di noi e obbligano Rosemery Mortimere ad una partita a carte dietro le quinte proprio nell’istante esatto in cui deve entrare in scena trascinandosi a ruota il professor Willoughby, che manco a dirlo, preferisce la bisca al palcoscenico. E così il sergente si trova a dover padroneggiare la scena inspiegabilmente vuota e a stupirsi del repentino e scoordinato ingresso di Geraldina-Hubert che si sarebbe dovuto/a materializzare solo un paio di facciate dopo... Da lì in poi lo spettacolo scivola via liscio, tra penne che partono a ricordare le lame rotanti di Goldrake e funamboliche arrampicate del sergente a ricostruire battute pericolosamente mischiate dai soliti folletti, fino all’entusiastico applauso del pubblico alla riapertura del sipario che inonda noi e il nostro regista che qui ha visto anche debuttare la sua commedia.
Una risata liberatoria a ricordare quanto successo, un brindisi a festeggiare Roberto che oggi compie gli anni con noi, un panino offerto dagli amici di Calusco, il sigaro di cioccolato che ci offre Silvia per addolcirci la bocca, una gongolata sui numerosi apprezzamenti del pubblico che ha voluto materializzare lasciandoci molti commenti scritti, il carrellino di Valentina che si trasforma in un irresistibile slitta su ruote per i bambini accorsi sul palco. Si smonta veloce e si torna a casa. Soddisfatti. Sotto una pioggerellina fitta e fredda che sembra neve.

Cantello - 24 novembre 2012
Oggi il nostro nuovo spettacolo emetterà i suoi primi vagiti. Ma i gesti che li precedono sono i soliti. Si deve caricare il camion. Che li rende diversi è la pioggia. Strano a dirsi: non c’è! E i presenti. Bello a dirsi agli attori si aggiungono tanti componenti che in questo spettacolo non sono in scena ma che non vogliono perdersi l’evento.
L’appuntamento non è al solito posto ma in teatro, che ha sopportato le ultime tre settimane di prove.
Tra un pannello e un “ciao” smontiamo, imballiamo e carichiamo la scenografia del nuovo lavoro. Sono tanti i curiosi amici conoscenti ex-teatranti passanti che chiedono incoraggiano curiosano invidiano sorridono al nostro debutto.
E così, dopo aver trovato velocemente la giusta combinazione per incastrare la troppa scenografia sul camion che assomiglia sempre di più a un cargo della speranza piuttosto che ad una attrezzeria teatrale, sulla scia di una raffica di auguri di una ex-suocera del gruppo che impongono l’appello all’autodifesa con altrettanta raffica di gesti scaramantici, ci si imbarca.
Destinazione : Cantello, la patria dell’asparago bianco, che ha già ospitato i nostri precedenti spettacoli e che sin da subito si è detto felice di ospitare amichevolmente il nostro debutto.
Arriviamo a destinazione con la bruma dell’autunno che fagocita le ultime ombre del giorno.
La nuova scenografia è tanta ma è agile da muovere e montare. E così, pezzo dopo pezzo, ricomponiamo il puzzle con un po’ di improvvisazione e con qualche ritocco rispetto al disegno originale riuscendo ad incastrarla tra le strette pareti del palco del Pax. Dietro le quinte resta lo spazio strettamente necessario alle manovre per entrare in scena, e così siamo costretti anche a qualche forzatura scenica, sacrificando la troppo ingombrante barella con la più agevole sedia a rotelle, con un risultato comunque apprezzabile e che potrebbe essere quello definitivo.
A fatica fissiamo ad un paio di pannelli la segnaletica ospedaliera che dolcemente tende a scivolare verso il pavimento, dando ragione ad un Newton che vinciamo solo con le solite 4 viti, panacea di tutte le scenografie, e che aggiunge una macchia di colore alla già colorata scenografia.
La ammiriamo. Soddisfatti. Un bel colpo d’occhio. Se non fossimo in teatro sembrerebbe davvero di essere in un ospedale.
Ma il tempo corre inesorabile e dobbiamo ancora mettere a fuoco qualche quadro. E così mentre i supporters cercano per Cantello un po’ di cibo (freddo o caldo va bene uguale) proviamo i passaggi d’insieme più complessi e l’uscita sugli applausi, che inventiamo al momento e che il guizzo di Meme rende spettacolare suggerendo l’uscita dei three-doctors dalle tre ante della finestra: chiamiamola “l’estetica del tecnico”.
Presi dalla frenesia del momento ancora non ci rendiamo conto dell’imminente debutto, con l’ansia da prestazione forse mitigata dal fatto che consideriamo lo spettacolo di questa sera più una prova aperta, dove tutto può essere scusato, che uno spettacolo vero e proprio.
Un boccone veloce a base di salumi e clementine con il palcoscenico che fa da tavola.
Ci addolciamo la bocca con dei muffin belli e buoni che la disoccupata Claire ha portato per festeggiare l’evento decorati con i simboli evocativi dei temi della commedia (cerotti, siringhe, bisturi e cardiogrammi) e poi si parte.
Indossando gli abiti di scena la consapevolezza comincia a prendere il sopravvento. I movimenti si fanno ora più tesi. I volti, truccati, si tirano.
Man mano che il pubblico affluisce in sala (molto più di quello che ci aspettavamo di richiamare) sale la sensazione che si va davvero in scena. Che questa sera si fa sul serio. E ad una velocità che non siamo in grado di dominare ci troviamo con le note di Benny Goodman che anticipano di un soffio l’apertura del sipario.
E come per magia ogni cosa trova il suo posto. La tensione si trasforma in carica ed energia che da il giusto tempo a ritmo, caratterizzazione, memoria, mimica, interpretazione. E il pubblico entra velocemente nella storia, sale sul palcoscenico con le sue risate ed i suoi applausi - benzina per la nostra recitazione - e non ci lascia più.
Divoriamo estatici ed entusiasti gli applausi che ci inondano alla riapertura del sipario e che travolgono il nostro regista che ha spiato il pubblico in sala per tutto lo spettacolo e, parole sue, ha visto ribaltarsi sulla poltrona dalle risate.
E quando il sipario si richiude, definitivamente, sugli abbracci, sulle risate, sui baci, sui salti di gioia, con l’euforia fa il paio l’incredulità. L’incredulità di aver messo in scena il “debutto perfetto”. Il debutto che sogni ma che fai fatica a sperare. Il debutto che è già spettacolo. Fatto. Finito.
Tante cose sono ancora sicuramente da perfezionare, ma quelle verranno in seguito. Ora possiamo solo migliorare. E non mollare.

 

 
 ultimo aggiornamento 30/10/2017

 

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