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MA CHI L'HA MESSA QUESTA SCOMMESSA?
di Andrea Oldani

APPUNTI DI VIAGGIO TEATRALGASTRONOMICI
Aneddoti, curiosità, buoni piatti o semplicemente cose da ricordare delle nostre trasferte

 

Milano - Teatro San Domingo, 19 febbraio 2017
Dopo oltre 8 mesi si torna a scommettere sulla scommessa, prima e ultima replica in questa stagione che, per questo titolo, paga lo scotto di essersi prodigato supplente nella precedente.
L’ansia da prestazione è stata mitigata da un sufficiente numero di prove che hanno riportato in temperatura l’allestimento, e in una ‘generale’ degna del miglior spettacolo sin qui messo in scena.
Pomeridiana al San Domingo in una giornata che, a dispetto del nome del luogo, si presenta nebbiosa e umida, debellando ogni velleità di infradito e telo mare.
Il tempo non ha cancellato i pochi gesti che allestiscono a memoria la scena, che velocemente prende posto sul nuovo palcoscenico molleggiato del San Domingo, in un restiling più osannato che misurato. Di vecchio restano freddo e odore che ci hanno accolto ad ogni replica (la prima si perde nel tempo) in questo spazio che da sempre organizza nutrite rassegne dialettali, rigorosamente nel meriggio del dì di festa, con qualche eccezione in lingua.
Abbandonata l’idea di pranzare nel bello spazio all’aperto, che il freddo rende inagibile, ci rifugiano nel caldo dei camerini, per un ‘sacco’ in cerchio che chiudiamo con chiacchiere e chiacchiere (di voce e di cibo, l’ordine degli addendi non cambia il risultato).
Ci sorprendiamo nell’avere ancora almeno un’ora tutta per noi che i primi raggi di un timido sole (che prova a rendere più credibile il nome del luogo) ci suggeriscono di investire in una passeggiata post prandiale verso un caffè cinese che scopriamo di bontà quasi partenopea.
Con ugual flemma ritorniamo sui nostri passi per completare il gruppo con mamma e papà che, lasciati i pargoli a casa, giocheranno a tornare fidanzatini sulla scena. Tempi dilatati anche per entrare nel personaggio che scalpita a bordo pista, e c’è tempo per un disastroso ripasso della scena ‘Dudina’ e i saluti ad amici e compagni di palco che hanno voluto passare un pomeriggio esotico di calcio e scommesse.
Inganniamo l’attesa del pubblico che lentamente (per velocità imposta dall’età) occuperà la metà dei posti a sedere, con canzoni meneghine dalle moderne sonorità che fanno proseliti in sala.
E finalmente, si parte! snocciolando un primo atto che ha una cadenza di ritmo ed una intensità d’intenzione come mai. Effetto wow, che costringe suo malgrado il regista in sala a dimenticare il ruolo per diventare pubblico, e godere di battute e gag come fosse la prima volta. E poco importa se gli “effetti pizzul” che chiudono l’atto sono bruciati da tempi e volumi sbagliati; non scalfiscono l’entusiasmo che la prestazione ha scatenato.
Poi succede qualcosa, e il secondo atto, che riparte dopo un intervallo prossimo allo zero, si siede in una precisione senza colore che, seppur d’accettabile media, ha ombre rese più nette dalla brillante luce del primo. Strappando il regista dal piacere del pubblico alle ansie del ruolo.
Ci godiamo gli ultimi applausi di un pubblico quasi tutto al femminile con la speranza di aver lasciato il segno nella giuria che assegnerà un premio che questo testo rincorre da sempre.
Le prime ombre della sera ci permettono carico e scarico a luci spente, per poi smaltire le imprese di un anno in un aperitivo (che diventa cena per numero di portate) con annessi e connessi al gruppo, che si chiude con panettone e pandoro per ricordarci l’iniziale collocazione che gli eventi hanno poi traslato fino ad oggi. L’open bar manda tutti a casa più leggeri, pronti ad affrontare, già dall’indomani, la nuova sfida che, in continuità con la serata appena trascorsa, si chiama CENA TRA AMICI.

Roncola, 7 maggio 2016
Torniamo alla Roncola, antica terra di feria milanese ora segregata a meta fuori porta o al massimo destinata a coprire un fine settimana in fuga dalla calura estiva cittadina. In assenza dell’abituale tecnico, impegnato suo malgrado in saggi di danza che non lo vedranno purtroppo protagonista, affidiamo la guida del furgonato al regista, non prima di esserci tutti raccomandati a san Cristoforo. Più e più volte, che non si sa mai.
Il viaggio, programmato in passato per la replica di due cene sempre invernali, ci regala, per la prima volta scaldati da un generoso sole, scorci e panorami mozzafiato. E tornanti e strette curve impresse nella memoria per insidia e desolazione si rivelano ora colorate e quasi bucoliche.
Sul cucuzzolo della montagna perfettamente in orario riconosciamo a memoria il piccolo edificio che ospita il teatrino parrocchiale e scopriamo l’approssimazione della puntualità indigena in una attesa che consumiamo a caramelle, buone solo per il dentista.
In una fulminea apparizione dell’assessore locale si spalancano le porte del teatro e diventiamo depositari del luogo. Ad accoglierci una fredda sala che cerchiamo di scaldare aprendo tutte le uscite di sicurezza per far entrare a forza l’ultimo sole del giorno.
Alle pareti, una sequenza di frutti colorati e sorridenti più adatti per carrello e spesa che non per un teatro, ma non ci sono casse ne cassieri: siamo nel posto giusto.
E dopo una serie di (vani) tentativi per far funzionare audio e luci, disponiamo una scenografia mai così minimal su un palco che non avrebbe comunque potuto ospitare nulla di più e che nelle scene di insieme ricorderà la folla ad un comizio da regime nord coreano.
Avanza tempo e campo di calcio e palloni e frisbee, che scorgiamo oltre il buio della sala, ci offrono la soluzione, che addolciamo con una gustosa crostata di prugne a sostenere gola e asilo locale.
Ci riporta ai doveri dell’attore l’arrivo di Max, rubato alle cucine per gestire oggi, per la prima volta da solo, i modesti mixer audio e luci del teatro. Magicamente suoni e luci invadono sala e scena, in un battesimo che si rivela subito provvidenziale.
Solita prova di entrate e uscite e si parte in direzione di un belvedere, questa volta nome del ristorante, che in passato ci ha nutrito con pastina ed angoscia e che, sorpresa vera, scopriamo rinnovato in spirito e colori.
Ad accoglierci la versione italiana di Russel Crowe che regala qualche palpito alle attrici e una cena (offerta sì, ma a metà) che cancella con un colpo di spugna i tristi ricordi del passato profumando il presente di pasta alla tirolese su “letto di piatto” ed un eterno brasato e polenta che lascerà tracce per giorni e giorni a venire.
Ci lasciamo alle spalle la neo promossa Roncolese Calcio che festeggia a suon di spritz e slogan da curva e un matrimonio danzante per tornare ad una sala terribilmente fredda e tristemente vuota, orfana di pubblico e assessore. Ci improvvisiamo padroni di sala e accogliamo il pubblico che pigramente occuperà gratuitamente, una cinquantina scarsa di sedie in una atmosfera più familiare che formale dove gli sguardi degli avventori si incrociano (nel vero senso della parola) timidi e circospetti.
Chiuso il san Genesio si materializza, forse richiamato dalla prece, il povero assessore che problemi famigliari ha costretto al ritardo. Un veloce preambolo che sa più di bilancio comunale che non di presentazione artistica e il grazioso sipario d’altri tempi si apre manualmente su uno spettacolo che un accecante gioco di ombre e luci della ribalta rende a tratti spaventosamente horror celando per altro alla vista dei commedianti un pericoloso fine corsa del palcoscenico con vertiginosa pendenza che potrebbe decimare gli attori.
Ma nulla riesce a fermare uno spettacolo che, incastonato nei pochi metri quadri del palco più piccolo di sempre, si spiega preciso e colorato con tinte accese da un pubblico poco numeroso ma molto caloroso che non accenna a mollare la presa con risate e commenti a tratti anche premonitori. E tra veggenti, fotografi improvvisati che immortalano con lo smartphone le scene della commedia, e bimbi che il nonno di turno non riesce a tenere a bada, i due atti si compiono felici e contenti, anche forti di un tecnico che non perde un colpo.
Il calore del pubblico, sincero e gratuito come l’ingresso, è riuscito a cancellare il freddo della sala.
E anche i tornanti che ci riportano verso casa sono ora più dolci.

Darfo Boario Terme, 2 aprile 2016
Torniamo sempre volentieri a Darfo, tra le braccia della simpaticissima Fulvia, indomita attivista - più che presidente - dell’Associazione Nazionale Donne Operate al Seno, sezione della Vallecamonica, a cui oggi offriamo gratuitamente il nostro spettacolo, come fatto con tutti i nostri precedenti spettacoli.
La distanza, che calca percorsi vacanzieri, suggerisce di partire per tempo, troppo per tempo, perché il tempo, brutto ma caldo, azzera azzurro e turisti, e senza ostacoli sul cammino arriviamo sul luogo con tempo da sprecare.
Spalancato l’agevole ingresso del teatro, ci vuole niente a ricordare le pendenze del palcoscenico e gli spifferi del suo gestore.
E mentre fuori si gioca una rumorosa sfida delle valli bresciane a calcetto, che annaffiamo con i volantini del nostro spettacolo, la scenografia prende posto scivolando silenziosa da furgone a palcoscenico. Qualche chiodo la assicura a terra, risparmiandoci l’umida fatica dei bidoni.
Il buio della sala si illumina all’arrivo di Fulvia, addobbata a festa per un matrimonio di cui vedrà solo l’alfa e l’omega. Il resto dell’alfabeto lo passerà con noi.
E mentre aspettiamo l’arrivo di chi, lavoro e famiglia, hanno costretto a ritardare la partenza, facciamo le prove tecniche della prossima stagione, definendo disponibilità ed assoldando Aurora che, potenziale sostituta di mamma Anna, darà allo spettacolo la luce di un nuovo giorno.
Ci improvvisiamo tutti musicisti scaricando e riempiendo la sala con le note di un giochino che impazza almeno tra di noi.
Riposti i cellulari, giriamo l’angolo e siamo a cena, ospiti del ristorante il Campanile che farà suonare le campane del gusto come mai prima. Menù gourmet : polpettine di agnello e vegetariane servite su letto di qualcosa di cui non ricordo il nome ma di indelebile sapore. Tranci di pizza che dopo una tripla cottura ed una infinita lievitazione vengono arricchiti con ingredienti di primaria selezione e una fetta di culatello che, anche se non proprio di queste parti, non ha risentito del viaggio. Risotto Sakura trova posto senza fatica nonostante i piatti precedenti. E non poteva mancare una generosa porzione di dolce che ha colmato gli ultimi spazi ancora liberi rischiando di far tracimare il caffè a cui abbiamo dato l’arduo compito di garantire le prestazioni da spettacolo.
Ci destiamo bruscamente dal sogno culinario quando guardando l’ora scopriamo che manca solo mezz’ora all’apertura del sipario, già provvidenzialmente spostata di 30 minuti qualche giorno prima per avere un po' di agio prima di andare in scena.
Entriamo che il pubblico è già in sala e spariamo (non al pubblico! leggi voce del verbo ‘sparire’) dietro il sipario a cambiarci d’abito e a sgrassare la voce.
Una simpatica introduzione che avrebbe bisogno di qualche sottotitolo dà il fischio d’inizio ad uno spettacolo tecnicamente non perfetto come il precedente ma caratterizzato con una cura quasi maniacale che subito conquista il pubblico che ci accompagna con un divertimento che alla fine sarà entusiasmo.
Su di giri, animiamo una casuale estrazione a premi aggiungendo un po’ di improvvisato buon umore ad una causa importante e salutiamo pubblico e Darfo sulle note del Turun che, per la prima volta, risulterà più comprensibile del dialetto locale.
Portiamo a casa con noi un cesto di prodotti e profumi locali che Fulvia ha voluto donarci come ulteriore ringraziamento, un libro con foto di testimonial che hanno voluto immortalare l’evoluzione della propria malattia per dare forza e sostegno a chi ancora deve affrontarla, e la soddisfazione di aver fatto bene il nostro dovere quando la serata pretendeva da noi il massimo, perché il massimo ci ha saputo regalare.
Resta un problema… cosa proporremo il prossimo anno?

Vimodrone, 19 marzo 2016
Improvvisamente è primavera. Inoltrata.
Dimentichiamo le giacche in macchina e indossiamo la felpa più per attaccamento alla maglia che per necessità. Il tempo dei saluti, di permettere al regista di sfoggiare orgoglioso le Converse griffate GTT e il furgone è caricato. Un ‘Van4you’ che ci riporta alle orecchie le note dei fratelli La Bionda che abbiamo per altro avuto il piacere di ospitare tra il pubblico di un Pioltello di qualche tempo fa.
Vimodrone è dietro l’angolo. Neanche il tempo di intavolare un qualsiasi discorso e siamo catapultati nello stretto e lungo teatro San Remigio, che per illusione ottica sembra tendere all’infinito e che ci ha ospitato ormai forse 10 anni fa con una cena che ha sbancato il locale concorso teatrale.
Proviamo ad entrare nel cortile del teatro ma nonostante le ridotte dimensione del furgone e la guida esperta del tecnico autista dobbiamo desistere per evitare che il muro lasci l’autografo su una carrozzeria ancora intonsa. Il furgone musicale resta sul ciglio opposto della strada impavidi mettiamo a repentaglio la nostra vita guadando, con scene e suppellettili, una via con un traffico impietoso che non da tregua.
Sani e salvi a destinazione prendiamo le misure di pannelli (troppo lunghi) che non si incastrano su un palco (troppo basso) e che siamo costretti a riporre in buon ordine, indegnamente sostituiti dalla dotazione del teatro che offre sì pannelli neri, ma dalle trasparenze velate più adatte ad un gioco di seduzione che alle disavventure di casa Guazzetti. Con i veli, a disposizione dei provvidenziali caserecci e ingegnosi sacchi di sabbia (da copiare) che ci evitano le umide fatiche dei bidoni.
Con una lentezza cadenzata da dilagante gogliardia, la scena prende forma definitiva, ed ospita una improvvisata riunione di gabinetto per decidere la forma del prossimo corso di lettura interpretata, condividere il menù della prossima attesissima replica e una girandola di papabili sostituzioni di Paola che Marta, ancora in grembo, costringerà ad un meritato riposo (?) di mamma.
Cercando senza risultato sulle pareti della sala traccia di un nostro precedente passaggio, ordiniamo al telefono una pizza stellata, solo sulla carta, che, coperti i 2 km che ci separano dalla pizzeria, ci servono al tavolo senza porre tempo in mezzo. Il posto, anonimo per insegna e atmosfera, è colorato dalla sguaiata napoletanità del pizzaiolo che prova ad insegnarci l’idioma per allungare la schiera di partenopei (presunti). Un registratore di cassa fermo alle 2 cifre costringe alla gestione manuale del pagamento e ci offre lo spunto per coprire, ridendo, i 2 km a ritroso. Un caffè spruzzato di aperitivo nel parcheggio di fronte al teatro in attesa che la sala ci apra i battenti. E spariamo nei camerini per la metamorfosi che lo spettacolo impone.
In sala fa capolino qualche volto amico e qualche supporter di lunga data. Proviamo senza fortuna ad ingaggiare tra gli avventori la futura Paola. All’apertura del sipario poco più di mezza sala avrà occhi puntati verso il palcoscenico. L’altra rimasta tristemente vuota sarà subito riempita dal fragoroso pubblico che partecipa, con risate e commenti spesso al limite del prosaico racconto, all’evoluzione della storia che narriamo con ritmo cadenzato, sciorinato all’unisono, tempi scenici impeccabili e intenzioni a tratti sorprendenti. Insomma, uno spettacolo perfetto nei limiti del possibile. Un organismo che si muove compatto verso un unico scopo : divertire divertendosi. Ed è fatta.
Un pubblico eccezionale merita uno spettacolo eccezionale.
E mentre riponiamo le nostre povere cose guadando un’arteria ormai deserta, è un piacere scoprire che l’autore fa proseliti tra il pubblico vendendo repliche di propri spettacoli ad altre compagnie. Ed è apprezzata la velata insistenza dell’organizzazione che ci chiede disponibilità alle prossime edizioni con nuovi lavori che ancora sono solo un pensiero nella testa di pochi.
Un brindisi al luppolo al Sayo, che tante repliche ha coronato, questa sera suona particolarmente meritato.
Nelle orecchie del regista, oggi (prendendo in prestito una citazione dai chirurghi) al settimo cielo, echeggia ancora l’applauso e la mai doma risata del pubblico. E un peto, sparato nell’unico momento di stasi, da un ignoto avventore che forse non si aspettava, sorpreso, l’improvviso calar di risa.
Prosit.

Milano, Teatro La Creta - 27 febbraio 2016
Il cielo promette pioggia. Cattiva.
Ma chiude un occhio sul nostro carico e scarico, che tutto sommato, si svolge agevolmente, anche grazie ad un camion che, autonoleggio nuovo, se arredato potrebbe essere un comodo carrozzone da circo. Senza troppa cura nel morigerare gli spazi, tutto trova agilmente posto nel monolocale su ruote che ci porta, per la prima volta, al Teatro La Creta di Milano, con organizzazione a marcata cadenza francese.
Tutti puntuali alle 16.15 in via dell’Allodola, per scoprire, sollecitati dalla gestione frettolosa di scappare ad altre commissioni, che l’ingresso degli artisti è in via dell’Usignolo. Come direbbe il compianto Mike, abbiamo sbagliato uccello.
Poche ma ferree direttive, prima di restare soli e ostaggi di una sala che non possiamo abbandonare neppure per mangiare, pagando lo scotto di chi, prima di noi, ha gestito con leggerezza la responsabilità delle chiavi.
Marcello, prima di entrare nel personaggio, avrà il poco agevole ruolo di riempire all’addiaccio le taniche che bloccheranno a terra la scenografia, in una posa più da indecorosa evacuazione liquida che di servizio all’arte scenica.
Il sipario, troppo arretrato rispetto al proscenio, taglierà in due la scena : divano a vista, quinte a sorpresa.
Senza intoppi e tante chiacchiere la scena è pronta per un riscatto che tutti vogliamo dopo l’ultima non brillantissima performance. D’obbligo un ripasso misurato delle scene più critiche.
Abbiamo il tempo di provare ad acquistare un box che, oltre ad aver oltraggiato gli alberi del paese con misure e riferimenti appuntati a vivo, risulterà troppo lontano dalle nostre possibilità per costi e posizione.
Poi, sotto l’acqua che, vista al sicuro la nostra scenografia, ha iniziato a scendere copiosa, la delegazione del rancio parte alla funambolica ricerca della pizzeria IL COMIGNOLO, che dopo rossi, improbabili svolte ad U e inevitabile intralcio al traffico caotico rallentato dalla pioggia, conquistiamo soddisfatti. Pizza (alta al trancio) da ricordare e riprovare, che divoriamo sulle assi del palcoscenico che costelliamo di chiazze di pomodoro.
Finalmente la sala buia si anima di luci e voci. Il bar, che una serie di identiche gigantografie di fiori (che hanno visto tempi migliori) rendono “petaloso”, accende i motori per l’ultimo atto della realtà, il caffè servito agli attori nei camerini, prima del primo atto della finzione.
La sala pigramente si popola di avventori inzaccherati che raggiungeranno, per numero, le scarse attese anticipate dall’organizzazione. Tra loro qualche volto amico. Oltre alle garanzia san Genesio, ci affidiamo anche al “decollato”, che primeggia nei camerini in un dipinto di dubbia fattezza che suona più minaccioso che rassicurante.
E come in autonomia abbiamo gestito la sala sino ad ora, in ugual modo, senza assunzione di responsabilità da parte della gestione della rassegna, spegniamo le luci in sala e accendiamo il sipario.
Ed è rivincita. Una bella rivincita.
Oliata, misurata, energica, pensata, calibrata. Apprezzate le sfumature che oggi più di altre volte marcano e qualificano i singoli personaggi, ad esaltare i solisti senza scalfire il gioco di squadra. Con un ritmo mai frenetico e comunque costante, senza cali, fino alla fine.
Il pubblico apprezza, timido per numero, fin dalle prime scene, giudicando alla fine “gustosa” la fresca messa in scena.
Il quadretto finale, che oggi finalmente commemora anche la collaborazione di Pizzul, si chiude con la carrambata Veli, finlandese di origine milanese d’adozione, che in un italiano non ancora perfetto, ci traduce la mielosa dolcezza dell’inno del Turun Palloseura che sino ad ora abbiamo cantato senza capire.
Era una sfida, con noi stessi. L’abbiamo vinta.
E non sentiamo l’acqua che ci bagna mentre riempiamo il carrozzone oggi pieno di regine, fanti e re.

Abbiategrasso - 21 febbraio 2016
Un cielo terso, che regala panorami senza fine dipinti d’azzurro e mitigati da una temperatura primaverile.
Sono queste le giornate in cui, forse solo per un momento, ti assale un piccolo sconforto nell’essere attore, che ti costringe a chiudere fuori colori e tepore sacrificati al buio della scena.
Ad attenderci, per la terza volta in tre anni, la “Rassegna della Merla”, che richiama al rigore invernale ma che la giornata sbeffeggia spavalda.
Lo spettacolo inizia alle 15. Più un post prandiale che una pomeridiana, che avrà il difficile compito di accompagnare il pubblico nella digestione con la speranza di non interrompere, se non invertire (!!) il naturale percorso del cibo.
Arriviamo allo scoccar del mezzo dì, e sgomitiamo con auto e furgone per trovare posto in una piazza piena di cristiani che hanno da poco finito di santificare la festa.
Poche chiacchiere rendono i gesti pratici e produttivi. E tutto splende in poco tempo sotto i colpi di spugna di chi vuole dare smalto e brillantezza al bianco per aumentare il contrasto con il nero della scena.
Ci accampiamo nell’intimo cortile del teatro e il pranzo che doveva essere frugale e al sacco, si trasforma in un divertente pic nic sotto il sole delle ore più calde. Chiuso dalle rose dolci di Valentina, al sapor di mela e cannella, perfetti nelle forme indimenticabili nel sapore.
Corsa al caffè più vicino per le ultime chiacchiere nere e bollenti e si torna in teatro, per iniziare a fare sul serio.
All’appello non manca nessuno. Si provano le uscite di scena, che ogni teatro impone diverse, e senza fretta ci prepariamo, mentre senza fretta arriva il pubblico di un preannunciato “tutto esaurito”. Tra gli altri, il papà dell’autore, ospite gradito che, uomo pratico, gusta lo spettacolo e scompare senza lasciare traccia di intuibili apprezzamenti
Atrio e maschere si vestono dei colori dello spettacolo, e puntuali si parte.
Il frizzante brusio che accompagna l’apertura del sipario tarda a spegnersi : al “Milan Milan” del palcoscenico fanno eco timidi ma marcati “Juve Juve” della platea, che fortunatamente non trovano terreno fertile nel pubblico più interessato alla commedia che al battibecco sportivo. Imprevisto l’arrivo della commissione FITA, a spettacolo iniziato, che, non avendo preavvertito, si è trovata a giudicare lo spettacolo in piedi, erodendo probabilmente qualche punto al gradimento che sarà portato alla commissione del concorso itinerante a cui ci siamo iscritti. Causa il disagio o forse l’agio di sentirsi a casa propria in ogni teatro della provincia, prima di ridare il giusto contegno alla sala, si sono prodigati in brusii ed inutili commenti molesti che hanno infastidito il pubblico di fondo sala che, senza troppi panegirici, ha rimesso al silenzio i giurati.
Palma del ritardo però, va all’abbonata che si presenta in zona Cesarini per gustare giusto il fischio che manda le squadre negli spogliatoi, senza peraltro lesinare gli applausi più sulla fiducia che sul reale apprezzamento, ignara di non aver assistito ad uno spettacolo che ha offerto un primo atto modesto, senza particolare energia o ritmo, ma comunque apprezzabile, per puntualità e pulizia. Si inceppa invece il secondo atto, riportato all’ordine dal provvidenziale intervento del tecnico che fa squillare un cellulare di scena per dare un nuovo inizio ad un quadro accartocciato su se stesso. Ma da quel momento qualcosa ha smesso di funzionare. Scardinati i binari del primo atto tutto è risultato troppo approssimativo e scoordinato, in un ritmo spigoloso e con troppe battute sovrapposte.
Il pubblico ha mostrato alla fine il suo pieno gradimento, forse soprassedendo o solo non avendo colto le fughe dalla versione originale del testo. E questo ha reso meno amaro uno spettacolo che, immortalato da tanti scatti professionali, meritava di più.
Nel solco restano però anche il bel ricordo della targa che l’organizzazione ha voluto personalizzare con il ringraziamento di tanta strada fatta insieme. E il futuristico e flashante orologio del regista che, non importa se bene o male, ha saputo far parlare di se.
Anneghiamo la comune autocritica in un brindisi a casa del regista prima di chiudere spettacolo e week end con le risate a bordo pizza all’Antico Teatro (quale luogo migliore) di Legnano.
Un grazie particolare ai tecnici che hanno macinato km avanti e indietro per la Lombardia prima di sedersi al desco dei comodi attori.

Gattinara - 9 gennaio 2016
Fumata nera, ma solo ancora per oggi, per la ripresa dei Chirurghi che dovranno aspettare ancora un palcoscenico prima di tornare protagonisti sulle scene. In attesa che l’infermiera Tate torni a giocare da titolare, ancora una volta in campo la Scommessa, vero jolly della stagione.
Ad accoglierci come ci ha da tempo abituato, la gemellata Gattinara ed il suo efficientissimo teatro Lux.
Per strada il camion scortica balconi scivolando nelle strette viuzze della val Sesia ma i danni che si possono documentare alla fine sono trascurabili. Impossibile riportare quelli lasciati sul campo strada facendo.
Tre tecnici oggi al seguito, i moschettieri del mixer, per garantire minimo sforzo del singolo e massima resa collettiva. Tutto deve essere perfetto questa sera perché se Gattinara ha accettato di buon grado la sostituzione dello spettacolo quando ormai tutta la città era tappezzata da medici geneticamente modificati per dimensione e luminosità, si merita una prova del gruppo che non faccia loro pentire della disponibilità data, già misurata con l’abbandono sul campo di alcune prenotazioni.
Una pioggerella inglese per intensità, alpina per temperatura, accompagna senza impedire carico e scarico. L’accesso e agevole e ci possiamo permettere di lasciare il furgone ben prima dei limiti del comodo.
Sull’ampio palco si fa tutto presto e bene, regalandoci il tempo per mettere a fuoco tante, troppe parti, che l’unica prova pre spettacolo ci ha ritornato lente e spigolose.
Apprezziamo la discreta ma attenta presenza dei tecnici di sala pronti a scattare sull’attenti ad ogni richiesta di supporto.
E mentre si valuta di mettere anche ai piedi il marchio del gruppo, saputa chiusa la pizzeria che ha ospitato le nostre pregresse trasferte, migriamo verso la meno vicina ma comunque gustosa MAIORI, poggiata sugli scrosci del Sesia, con la promessa di lasciare dalle 20 già destinato ad altri: pizza sopra la media. E anche chi preferito vongole e bottarga o una arrabbiata che ben ha difeso il suo nome, ne è uscito vincitore.
Vestiamo le maschere con i colori delle squadre in scena, ad introdurre in sala e nel clima partita il pubblico che lentamente ma costantemente arriva già dalla prima apertura delle porte. Alla fine ne conteremo più di quelli attesi. E dopo aver riparato in emergenza il lettore cd che già si era mangiato campanelli e segreterie dell’ultima replica, incrociamo le dita mentre il sipario si apre con le incognite che questo spettacolo ancora non è riuscito a cancellare.
Meglio… non era!
Perché in campo è scesa una squadra determinata, concentrata, attenta. Sostenuta da un pubblico che tanto ha preso quanto ha dato. Una scena riuscita scatenava la partecipazione del pubblico che garantiva una scena riuscita, in un gioco di rincorse e reciproco sostegno che è arrivato all’ultima chiusura di sipario senza esitazioni, senza sbavature. Gattinara se lo meritava. E un po’ anche noi. Per aggiungere un ulteriore gradino all’autostima di questo spettacolo.
Agli applausi finali, numerosi, ne strappiamo uno in più per una gioia destinata a ripetersi in questo spettacolo : annunciato il primogenito al debutto, tocca a Gattinara tenere a battesimo, due anni dopo, il fratellino o la sorellina di Samuele che Anna e Davide, ancora una volta, hanno voluto portare sul palcoscenico prima che al mondo.
Lasciamo sul palco la soddisfazione piena e una scatola di birre, umile ma sincero grazie al supporto tecnico vercellese.

Ceriano Laghetto - 21 novembre 2015
Decimati da impegni e acciacchi, si carica in pochi e ci si ricompatta solo a destinazione, guidati verso la meta come i magi, da una luce che buca le tenebre dei primi pesanti nuvoloni invernali accendendo gli ultimi colori del giorno.
Ceriano Laghetto, che ci riapre le porte a noi inibite dal 2007.
I ricordi sono sbiaditi, forse cancellati dai tre piani di scale ed un ingresso al teatro non proprio agevole che deve aver reso, anni fa, tutto più difficile e faticoso. Il dislivello e il primo vento gelido che spazza l’ultimo tepore autunnale finora restio ad andarsene, disegna un quadro di fatica e sofferenza che digeriamo a denti stretti. Ma con il boccone ancora in gola si spalanca di fronte a noi, con il sipario, un palco già arredato di pannelli neri che, con un impercettibile adattamento, colorano di rosa l’immediato futuro.
Dal furgone scenderanno solo gli oggetti e gli arredi di scena. Poca roba in quantità e fatica, che polverizza ogni record di allestimento palco abbassando ai minuti l’unità di misura della prestazione.
L’attesa della cena si riempie quindi di rilassate chiacchiere e qualche prova per prendere le misure con lo spazio e dare una rinnovata di bianco all’appendiabiti.
Poi, ancora troppo leggeri per affrontare il freddo annunciato ma non creduto, a testa bassa raggiungiamo la Locanda San Giuseppe, dove il cibo non eccelle ma che resta degna di menzione per l’accoglienza del luogo, l’attenzione verso l’affamato cliente e, cosa non da poco, per il Jedi che serviva ai tavoli. Merita il ritorno per misurarla sulle promettenti pietanze suggerite dal menù e che il poco tempo non ci ha concesso di provare. Lasciamo controvoglia il desco non prima di aver portato alla luce l’impressionante somiglianza di Luisa con la Bellucci dell’ultimo 007 ora nelle sale (quelle altre, quelle del cinema).
Dribbliamo i pochi gradi centigradi e ci arrampichiamo nel tepore della sala del teatro rinunciando a malincuore ad uno stinco, prova di feste future, annunciato già nel foyer dai suoi grassi profumi che esplodono tra le poltrone del teatro.
Gli attori si dividono per genere i camerini ai lati del palco in una sala che resta preoccupantemente vuota anche dopo la benedizione di San Genesio e di tutti gli eletti del paradiso che possono avere attinenza con serata e luogo. Pronti ad andare in scena anche a spalti deserti, scopriamo ad un amen dal fischio d’inizio, che tutto il pubblico che avrebbe occupato una decorosa mezza sala, era castigato a piano terra in attesa di un nostro segnale (mai richiesto e quindi, ça va sans dire, mai dato).
Giusto il tempo di far accomodare in sala il nugoloso pubblico e il regista, improvvisato siparista, apre le danze.
E l’infreddolito pubblico, forse per reazione termica, si scalda sin dalle prime battute regalando partecipazione e calore ricambiati da un impeccabile primo atto, perfetto connubio del mutuo soccorso. Riduciamo al minimo l’ingombro dell’intervallo per non perdere la magia del momento.
L’eterno sipario chiuderà un secondo atto scalfito, solo scalfito, da qualche incertezza di troppo e impreziosito da un occhiale da sole, mezzo si e mezzo no.
La soddisfazione del pubblico è scandita dai pochi ma decisi commenti lasciati a fine spettacolo, che fanno da coro alla soddisfazione del prete di casa, nerazzurro, che ogni occasione è buona per godere di una sconfitta dei cugini, anche se solo incastonata nella finzione del palcoscenico.
L’urlo dietro al sipario sarà però per la tre volte zia Elisa, traguardo raggiunto un’ora prima di andare in scena e svelato solo ora.
Si smonta con la stessa velocità dell’andata. Prove tecniche per un aglio olio e peperoncino che non vede la luce e poi via, troppo in fretta, lasciando sul campo il copione di Luigi zeppo di ricordi e che a tutti i costi dovrà essere ritrovato.
Nel campo di calcio che costeggia il teatro, un pallone solitario di fronte ad una porta vuota. Aspetta un calcio. Di rigore. Solo un attimo di esitazione. Poi una corsa. Un tiro. Una rete che si gonfia. E un urlo che sgualcisce il silenzio della notte. Uno a zero, per davvero. Adesso si può andare a dormire.

Milano, Teatro Maria Regina Pacis - 18 ottobre 2015
Replica ravvicinata per iniziare la nuova stagione con la massima accelerazione. Il clichè è quello di Cornate di due giorni fa. Anche qui la Scommessa, in panchina nella scelta dell’organizzazione, trova ruolo da titolare per la defezione dei Chirurghi. Il Cine Teatro Maria Regina Pacis di Bonola, periferia dormitorio del nord ovest milanese, ci vedrà per la seconda volta calcare le sue scene. Per la prima volta in una pomeridiana che ha sempre il sapore dell’incertezza : di resa e di pubblico.
Addobbiamo il palcoscenico senza incertezze e fatica, con l'unico imprevisto di un tavolino da rimettere a nuovo e con la leggerezza di aver trovato il furgone già pronto da venerdì e solo con l’ansia da gara ad attanagliare gli animi. Per la prima volta ci misuriamo, con questo lavoro, con una giuria ed altri tre spettacoli in gara. E anche se l’importanza della cosa attecchisce a diverse profondità a seconda degli attori, sfiorando l’incidente diplomatico, è sicuramente un importante banco di prova per misurare ufficialmente e non solo a sensazione la qualità del nostro lavoro, scritto e orale.
L’attesa del fischio di inizio si consuma a sognare una torta che non c’è in una lenta peripatetica metamorfosi da attore a personaggio.
Il teatro apre ottimisticamente le porte al pubblico quasi un’ora prima e stupisce veder apparire subito dopo, le prime lente teste bianche che occupano senza fretta il posto loro assegnato, ingannando il tanto tempo a loro disposizione in chiacchiere da salotto quasi che nel salotto di casa ci fossero davvero.
Immortaliamo una pregiata pelle d’orso pioltellese e riempiamo il resto del tempo a disquisire con il baffo, che dà nome all’organizzazione, sulla densità della zona che offre altissime potenzialità di pubblico a discapito di una affluenza ancora in rodaggio alla seconda edizione del premio. Ci aspettiamo un centinaio di persone. Tante ne arriveranno. Non una di più. Non una di meno.
Da autista a siparista il passo è breve. E sarà dalle mani del nostro regista che si apre il secondo spettacolo della stagione. Dalla platea il misurato divertimento di città che arriva soffiato sul palcoscenico. Va in onda uno spettacolo che non ha gli spunti di eccellenza del primo atto di due lune fa, ma garantisce una continuità di ritmo e resa forse più apprezzabile, scalfita solo da qualche parola che incespica tra lingua e denti prima di prendere il suo posto nella storia. Il secondo atto, facile a farsi, risulterà decisamente migliore del lontano parente di Cornate, con tutti i personaggi in grado di catturare l’attenzione e la curiosità che meritano.
Sugli applausi finali, il regista nel ruolo di mediano di spinta del Turun, in piena trance agonistica rischia di dimenticare il padre e padrone del testo riprendendolo per i pochi capelli grazie al richiamo ufficiale del resto del gruppo. Sul campo resteranno i lividi inflitti a troppe cosce dal divano che gli angusti spazi hanno trasformato in assassino.
Smontiamo mentre nel campo accanto si consuma la tradizionale castagnata.
Ce ne andiamo cedendo i riflettori, a pochi passi da qui, al Derby d’Italia che per la cronaca finirà zero-a-zero e che avrà sicuramente registrato molto più pubblico. No so se ugual spettacolo.

Cornate d'Adda - 16 ottobre 2015
La fine dell’estate ci ha portato una amara sorpresa che, lasciando sofferenza, speranze, abbracci e vicinanza a sedi più appropriate, ci ha costretti ad una revisione del cartellone. I chirurghi, quelli allegri che avrebbero dovuto aprire la nostra nuova stagione teatrale, lasciano il posto a quelli più seri (che crediamo speriamo e ci auguriamo facciano il loro dovere nel migliore dei modi) e alla SCOMMESSA, che visti i presupposti sarà lo spettacolo che la farà da padrone nel nostro cartellone autunnale.
C’è il sole ad aprire la giornata inaugurale che vogliamo leggere come buon auspicio per questa stagione che vivremo non solo sulle assi del palcoscenico.
L’onore dell’apertura ce la concede l’Ars di Cornate che ha ospitato in passato altri spettacoli e che dopo qualche anno di astinenza ha riaperto i battenti ad un nostro lavoro.
Il regista si erge provvisoriamente ad autista di furgone con un po’ d'ansia da prestazione viste le inedite dimensioni da portare a spasso. Il furgone si carica in un attimo : massimo riconoscimento a leggerezza versatilità e ridotto ingombro di questa scenografia che rende tutto più semplice. Siamo addirittura in anticipo permettendoci di raggiungere Cornate con la complicità di un navigatore che si diverte a gironzolare intorno alla metà alla scoperta di impervi ed angusti meandri al limite della percorribilità. Ma ne guadagna lo sguardo che si perde bucolico nella campagna che qui impera.
Siamo accolti, puntuali alla meta, dal responsabile del teatro che critica piccato il mancato ritardo per loro fisiologico. Dalle nostre parti la puntualità continua ad essere un pregio.
Il tecnico ufficiale ci raggiungerà solo al desco. Oltre al rapido montaggio scene, quindi, ci inventiamo anche tecnici di spessore in un improvvisato, risulterà efficace, check sound e puntamento luci. C’è tempo anche per una ripassata di bianco all’appendiabiti, grazie ad una bomboletta spray che si materializza dal nulla tra gli oggetti di scena.
Debuttano anche i fumettosi poster e fogli di sala, mentre il foyer si colora delle maglie e della bandiere delle due squadre che si contendono lo spettacolo allestendo un altarino ad anticipare al pubblico i colori della commedia. Al gioco si presta anche l’organizzazione che venderà e strapperà biglietti indossando le maglie ufficiali di Milan e Turun Palloseura.
Corsa al ritrovato Credevo Peggio, ad un fiato dal teatro che, solo pizza perché la cucina ancora non ha aperto i battenti, ci costringe a sacrificare la cucina lombarda, loro piatto forte, ad una comunque gustosa pizza, centellinata troppo lentamente dal forno a legna e servita con accento sudamericano dai simpatici Luis e Leis e che porteremo, per esigenze sceniche, con noi sul palco. E si torna in teatro.
Giusto il tempo per far apprezzare al tecnico professionista il lavoro dei profani e dribblare la proposta del presentatore ufficiale di chiudere la serata con un match di improvvisazione teatrale da noi interpretato ?!?!? Velleità tanto decantata da un oratore che, salito sulla scena, ha limitato la propria improvvisazione alla lettura di una presentazione ‘da manuale’ ricollocando il nostro “NO” da ‘garbato rifiuto’ a ‘provvidenziale’.
Salviamo in corner un paio di dimenticanze rivedendo il look di Michele senza scalfirne l’impatto scenico. San Genesio e via.
Di fronte ad un pubblico interattivo che partecipa alla scena con suggerimenti che arrivano fino all’eliminazione fisica di alcuni personaggi -meritevoli, gli attori, di averli resi credibili e reali - spolveriamo lo spettacolo con un primo atto che alterna cali di ritmo a scene impeccabili ed una seconda parte che, lasciate nel copione alcune battute, crea nel regista mimetizzato in sala, sudori paragonabili a quelli del debutto (ma che l’esperienza delle repliche ha reso quasi impercettibili al pubblico). La pigrizia di un campanello e del sipario di mezza gara non aiutano a sostenere un ritmo altalenante. A fare da contraltare ci pensa Elisa, trovando le giuste intenzioni per colorare il personaggio che ora emerge con tutta la dignità che merita e infarcendo un inutile vuoto recitativo con nanetti da giardino in plexiglass.
Il pubblico ha apprezzato, ma in cuor nostro sappiamo che possiamo fare di più. Molto di più.
L’applauso finale, il più sentito, è tutto per Silvia.
Si smonta veloce e il furgone non deve essere svuotato. Ci sono tutti i presupposti per una birra tra risate e sana autocritica.

Carugate - 9 aprile 2015
Giocare nel salotto di casa ci permette di allestire tutto con giorni di anticipo. E alla replica si arriva giusto per condividere ansie, speranze e una pizza d’asporto che arriva puntuale. Unico pregio, quello dell’orario, che non riesce a smussare i limiti di sapore e gusto. E mentre più per dovere che per piacere consumiamo le pizze fatte a caso in barba alla dettagliata richiesta telefonica, condiamo l’attesa con spensierate risate e la compagnia di chi, disoccupato in questo spettacolo, non ha comunque voluto mancare all’appuntamento.
La cena viene salvata da un freschissimo (di produzione) e caldo (di temperatura) plumcake alla fragola che la generosa invasione di Jane Tate da altro spettacolo ha voluto dedicarci.
Qualche accordo presente e futuro e prima di posizionarci sulla rampa di lancio, condividiamo l’intenzione di andare in scena per divertirci, di fronte ad un pubblico che si deve meritare il massimo pur concedendoci, per simpatia e compaesanità, il minimo.
Ci scrolliamo di dosso i panni di sempre mentre la sala si popola qua e là di festeggiandi con famiglie al seguito: a porte chiuse lo spettacolo è offerto a chi celebra l’anniversario di matrimonio a multipli di cinque. Segregati in galleria gli infiltrati al seguito del gruppo.
Bloccato involontariamente a Parigi l’organizzatore della festa-spettacolo, troviamo il degno sostituto che aprirà con due parole due la serata, con le luci della ribalta che si accendono sulla sua ultima sillaba e un sipario che si apre troppo presto su una scena che resta vuota per qualche secondo di troppo, viziando solo il giudizio di chi ha l’eccesso (di perfezione in questo caso) come malattia.
E confortati dal talismano preso in prestito da altri spettacoli, uno dopo l’altro i personaggi entrano ed escono dalla scena con perfetto ritmo, sincronia, tempo ed intenzione. Vince la spontaneità e la naturalezza con cui i singoli quadri vengono rappresentati. E anche se qualche groviglio di battute, simili l’una all’altra, viene gettato sul palco alla rinfusa, non viene intaccata la freschezza e la scioglievolezza con cui la storia arriva al pubblico.
Ogni quadro, ogni frammento raccontato arriva al pubblico. E il pubblico ce lo ributta indietro infarcito di attenzione e divertimento, incuriosita e spia di quanto sembra davvero avvenire in un appartamento qualsiasi di una città qualsiasi durante una serata di calcio in tv tra amici.
Condiamo gli applausi finali decantando attori e cerette e ballando, sulla chiusa del sipario, le note della obbligata ballata finlandese. Di fondo la serenità e la soddisfazione di aver forse trovato la giusta quadra per uno spettacolo fino ad ora con troppi spigoli, andando ben oltre la sensazione di aver messo in scena un buon lavoro.

Milano, Teatro San Giovanni Battista - 31 gennaio 2015
Ci sono palcoscenici che non hanno più il gusto della scoperta. Sostituito dal piacere della famigliarità. E’ il caso del San Giovanni Battista di Milano che da tempo, abbandonati i formalismi, chiamiamo per nome: “il bicocchino”.
Emilio rinnova l’annuale appuntamento con il nostro spettacolo aprendo i cancelli della proprietà alle 17.00 in punto e mentre un nutrito stuolo di cameramen allestiscono la sala per le riprese dello spettacolo, affanniamo il piccolo palcoscenico con la nostra scenografia. Il bel colpo d’occhio dalla sala è corrotto dal ristretto spazio vitale in scena che imporrà agli attori, durante lo spettacolo, qualche attenzione in più nell’evitare i calli altrui. Azzerate le quinte, già di per sé invisibili, l’attesa dello spettacolo, cambi compresi, sarà costretta nel minuscolo spazio promiscuo che la chiusura del sipario rende ancora più angusto.
La scena prende forma senza quasi che ce ne accorgiamo e passa, poco impegnativa, in secondo piano a chiacchiere e pettegolezzi. A farla da padrona l’atteso festival di Laveno che ha raccontato in 7 minuti 10 paesi del mondo.
Puntamento luci. Fatto.
Ripasso di qualche scena. Fatto.
E si aspetta l’arrivo di chi, febbricitante, ha ritardato fino all’ultimo il contatto con il freddo.
Con il gruppo al completo, rimpolpato anche da qualche gradito rinforzo, si prova l’uscita finale che il palco ridotto potrebbe compromettere e poi, in processione, tutti verso la ormai tradizionale cena di gruppo, preparata dagli organizzatori e con loro consumata. Ricondotto il consumo di alcool, velleità di molti, ai soli che possono permettersi il vizio, festeggiamo il nuovo presidente della repubblica con la crostata locale e le frittelle portate a rinforzo da Carugate. Un caffè veloce rubato al cambio d’abito e siamo pronti per andare in scena.
Dietro le quinte la mancanza delle più elementari comodità accende qualche nervosismo sedato dal fine, benefico, della serata. In sala il pubblico prende ordinatamente posto passando sotto una volta di manifesti che ricordano tutti gli eventi del posto e tra cui riconosciamo anche le nostre apparizioni. A sedere tanti volti amici che dovrebbero oliare paure e tensioni e carburare quella voglia di rivincita che cova ormai da 15 giorni.
Il sipario si apre su uno spettacolo che parte subito spumeggiante. Perfetto in ritmo, intenzioni, caratterizzazioni. E il pubblico amico esplode subito in una interminabile serie di risate che mordono la coda ad una energia che sembra non avere limiti. Poi, a metà del primo guado, improvvisamente qualcosa si inceppa. Salta un meccanismo. Si perde di fluidità e la preoccupazione di tenere a galla il bastimento prende a calci la spontaneità che aveva dominato fino a quel momento. Alla fine del primo atto il regista troverà gli attori appassionati in un ragionato mea culpa allo scopo di ritrovare la giusta concentrazione ed energia. E il secondo atto riparte di slancio su una pista che, alla prima curva, scopriremo disseminata di ostacoli e che ci lasceremo alle spalle solo dopo aver sperimento tutte le discipline olimpiche, dal salto carpiato al doppio avvitamento.
Sul piatto della bilancia, da un lato ci troviamo tra le mani uno spettacolo che ancora deve raggiungere quella tranquillità e quella solidità che mette al riparo le coronarie del regista. Dall’altro, se questa replica passerà alla storia come quella con il maggior numero di voli pindarici, potrà ugualmente vantarsi di averli magistralmente gestiti, raccogliendo dal pubblico solo e solo commenti entusiastici.
Ci gustiamo quasi increduli i sinceri e prolungati apprezzamenti sonori del pubblico che salutiamo con un commosso anniversario di Luigi che, scapolo sulla scena, con voce rotta ha ricordato i suoi 25 anni di una bella storia d’amore.
Scenografie sul camion e spettacolo in officina. I primi giri di pista hanno evidenziato i punti deboli e di forza di un lavoro che ora sappiamo dove deve essere lubrificato.

Bottanuco - 17 gennaio 2015
Battezziamo il 2015 con una Scommessa che ha superato il test panettone con prove fluide che, finalmente, hanno messo sul campo una sicurezza quasi spavalda.
La meta è Bottanuco, che ha voluto ridarci fiducia dopo la replica, esattamente un anno fa, degli Allegri Chirurghi. E come un anno fa, ad accompagnarci lo spauracchio pioggia, che titilla solo il nostro umore sapendo che la destinazione è attrezzata per uscirne indenni.
Il furgone si riempie senza sforzi, tanto leggere sono scene ed arredi. E leggero è anche lo spirito del gruppo ancora avvolto dalla spensieratezza delle festività appena trascorse.
Dopo aver augurato un simpatico e involontario passaggio a miglior vita a chi, storico del gruppo, questa sera farà lo spettatore in altre sale, siamo alle porte della Sala della Comunità con un’ora di anticipo sul dubbio arrivo comunicato all’organizzazione.
Si scarica tutto in orizzontale e si monta senza assillo o frenesia, quasi che lo spettacolo non fosse dietro l’angolo. E con lo stesso distacco, tra un cioccolatino e l’altro, un selfie e un viaggio tra le antiche foto del potenziale defunto, proviamo qualche passaggio del testo. Più per dovere che per spianarne i passaggi impervi.
Puntamento luci e prova panoramici fatta dalle quattro mani dei tecnici (nostro e di sala) chiudono le attività preparatorie e ci accompagnano alla cena servita, oggi fredda in perfetta sintonia con la temperatura del teatro, nel salone delle feste.
Mastichiamo panini sgranando come litanie tutte le corti della vecchia Carugate. Un pandoro, l’ultimo della stagione, chiude cena e festività.
In camerini più pensati per la conservazione criogenica che non per l’evoluzione, ha inizio la metamorfosi. E la pelle (d’oca) di tutti i giorni lascia il posto a tifosi, mogli, creditori, fidanzatini, pallonari e cybergirl.
La sala, ora tiepida, si riempie molto lentamente e non completamente di un pubblico che più della visuale del palco sembra sia alla ricerca delle bocchette dell’aria calda, e che non lascia i capi pesanti neanche quando le risate del nostro spettacolo iniziano a scaldare gli spalti. Il primo atto vola con energia a tratti. Il secondo inciampa troppe volte in meccanismi che consideravamo quasi rodati togliendo efficacia e fluidità ad alcune scene. Lo spettacolo ha retto ed il pubblico ha gradito senza sottolineare (speriamo non percepite) quelle lacune che sul palco arrivano sempre amplificate rispetto alla platea. Al termine della messa in scena, scemati applausi e ringraziamenti, resta la sensazione condivisa di aver sottovalutato un faticoso falso piano scambiato per una dolce discesa.
Qualcuno, sballando il cervello comprato a pochi euro dai cinesi, ha scritto : “Il teatro è come il calcio. Magari non abbiamo giocato bene, ma abbiamo comunque vinto 1 a 0”. Forse ben rappresenta la prestazione della squadra, ma la voglia di rivincita è tanta. E il campo di battaglia e dietro l’angolo.

Novara - 13 dicembre 2014
E fu sera e fu mattina. Secondo giorno.
Neanche il tempo di metabolizzare quanto fatto e subito si rientra nel clima partita. Tecnici e un paio di donzelle al seguito decidono di passare la notte sul posto sperimentando i sapori (e il malto) del luogo. E alle 17, dribblando piste ghiacciate, bancarelle profumate e pellicce d’altri tempi, il gruppo si ricompatta al Sala Borsa, tempio dell’economia e della finanza novarese. La ripida doppia rampa di scale, spauracchio delle precedenti messe in scena, oggi passa quasi inosservata, trascurata da una scenografia troppo agile e leggera per impensierire.
Il luogo è noto e subito si va al punto : sacrificare il sipario, immobile da sempre, e insaccare la piccola scenografia in uno spazio ancora più angusto, che calzerà a pennello. Qualche chiodo rubato al divieto e taniche e taniche d’acqua (finalmente destinate all’uso) garantiranno la stabilità.
L’umore è leggero. Quasi spensierato. Forse troppo. Decidiamo così di sacrificare una golosa cioccolata ad una più giudiziosa prova, che avrà il solo ruolo di seminare il panico e riportare l’orologio indietro di 24 ore.
Rispuntano i copioni archiviati dalla presunta sicurezza e le ansie e le paure del giorno prima, solo mitigate da una sfarfagliata di ottimismo e d’esperienza. E con i copioni fanno capolino, dimenticati, i panini del giorno prima, che, minacciosi, si ripropongono come unica alternativa alla cena. Ventata di allegria la offre un piccolo salamino che cerca di soddisfare il palato dei tristi commensali (per sapore, non per umore).
Il piccolo Samuele decide di seguire lo spettacolo da casa, privandoci, oggi, di un concreto e tangibile in bocca al lupo. Ultimi ritocchi ad una tecnica che i nostri grilli anche qui ci fanno trovare pronta quasi per magia e la sala, silenziosamente, si anima.
Nel retro palco gli attori vestono i loro panni e dopo due parole due di un clown meno impacciato del giorno prima: buio, luci, azione.
Mentre il regista, sempre in piedi, snocciola rosari scattando fotografie dal fondo sala, va in scena una replica con meno incertezze e personaggi meglio definiti, con un ritmo però che a tratti perde energia per riprenderla alla successiva spinta offerta dal testo. Ma sono sfumature, a giudicare da un pubblico che ha bissato attenzione, curiosità, risate ed apprezzamenti del giorno prima. I numerosi ‘bravo’ che hanno accolto e salutato gli attori sull’inno dell’impronunciabile ‘Turun-qualcosa’ che chiude lo spettacolo e lascia libero sfogo alle emozioni che ora i protagonisti possono raccogliere e sfogare, sono la migliore pagella di fine quadrimestre che potevamo sperare.
Terzo tempo finale per ringraziamenti e saluti dove c’è ancora posto per qualche improvvisata risata.
Si smonta leggeri, di scene e di spirito. Per la stanchezza ci sarà posto solo domani.
Buon Natale.

Borgomanero - 12 dicembre 2014
Nuova avventura. Nuova scommessa. Come recita anche il titolo del copione che oggi vedrà la luce di un nuovo giorno. Nato come atto unico dalla penna e dalla testa di un attivista del gruppo ed incaricato di aprire la nostra rassegna di teatro poco più di un anno fa, il piacere di darvi un seguito e la fortuna di avere l’autore a portata di voce, ci ha permesso di trasformalo in un più proponibile “due atti brillanti”.
E oggi, questa creatura ancora senza passato, vede finalmente la luce.
Ad offuscare gesti e ricordi di questo debutto è l’ansia, che sfiora la paura, che attanaglia tutti, ma proprio tutti, i componenti della comitiva, oggi tecnicamente rinnovata da una coppia di grilli che saltano in ogni parte di palco e platea nell’operosa, precisa, silenziosa, meticolosa costruzione di tutta la macchina tecnica : luci e audio non fanno parte del pacchetto base.
La scena, messa a casaccio su un furgone di dimensioni spropositate rispetto al necessario, e raccolta a rate tra teatro – in rotta di collisione con l’auto del prete/padrone - e “box scene”, a destinazione si monta facile e leggera. I gesti sono tutti da inventare e, in sequenza, andranno a comporre il manuale con le istruzioni di montaggio da ripetere dalla prossima replica.
Mettiamo la scena in sicurezza a colpi di chiodi e martello. Il risultato sarà una scatola in bianco e nero su un palco troppo ampio per essere riempito tutto. Effetto “Porziuncola”. Dove il buio oltre lo spazio scenico finito, amplifica l’idea di finzione che questa sera lo spettacolo avrà qualche difficoltà in più a superare. Sarà come vedere una messa in scena all’interno di una scatola appoggiata su un grande mobile (stai pensando alla TV?)
Facciamo una prova veloce delle scene più critiche a colpi di macete, tante sono le battute che cadono involontariamente decimate dall’ansia da prestazione.
E poi stacchiamo, per quel che riusciamo, dedicando il poco tempo rimasto, ai piaceri della gola. Subito disattesi da una montagna di panini gemelli dal vago sapore ospedaliero, farciti a spinta prima dell’arrivo del coltello donato dallo spirito santo, che non hanno avuto il merito, ma nemmeno il gusto, di portarci anche solo per un attimo, in un’altra dimensione. Mentre le mandibole fanno stancamente il loro dovere, raggiungono il gruppo i piccioncini (in scena e nella vita), con generazione passata e prossima al seguito.
Il piccolo Samuele ci delizia con il migliore degli auspici, mai così concreto. Il nonno fortunatamente si limita al più classico augurio verbale.
E senza accorgerci, con una sala che si riempie velocemente a metà, dopo un’improbabile introduzione di un simpatico ed impacciato clown, destinatario dei fondi raccolti, il sipario si apre lentamente sul nostro spettacolo. Che il pubblico deve ancora, ignaro, per la prima volta misurare.
Lo spettacolo si srotola con qualche sobbalzo ben gestito dagli attori (meno dal regista in sala che non riesce a vedere poltrona) che sapranno offrire un testo divertente e una storia che il pubblico segue senza cali con vociata partecipazione nei colpi di scena. E finalmente la tensione muta in svuotata felicità sugli applausi finali che meritano di essere indirizzati, nominati, a tutti gli attori e autori dell’impresa.
Siparietto finale con la simpatica organizzazione che sfrutta l’altezza (eufemismo) per strappare le ultime risate ad un pubblico che ha tenuto a battesimo uno spettacolo che speriamo possa avere lunga vita.
E il suo futuro è dietro l’angolo: domani si replica poco distante da qui. Con l’augurio di ripetere non solo lo spettacolo, ma anche la qualità messa in campo. Con una certezza: ad attenderci ci saranno gli stessi panini di oggi. Che siano di buon auspicio?

 

 
 ultimo aggiornamento 21/02/2017

 

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